[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 224 / AGOSTO 2026 (CCLV)


ambiente

LA CARLINA E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

 

La carlina è un genere di piante erbacee spinose delle angiosperme eudicotiledoni, appartenenti alla famiglia delle composite (asteracee) tubuliflore. Si tratta di specie annue o perenni che si presentano sotto forma di arbusti, alberi nani o erbe spinose. In quest’ultimo caso appaiono come piccole piante provviste di una tipica infiorescenza che sembra un incrocio tra una margherita e una stella. Ne esistono diverse varietà, ognuna con le proprie peculiarità. Come si vedrà nel corso dell’articolo, questo genere vegetale possiede una storia simbolico-culturale davvero affascinante.

 

In generale, le foglie di tale pianta sono glabre, grandi e spinose, disposte a rosetta. Hanno margini dentellati che terminano in spine e si distribuiscono lungo il fusto in maniera alterna, oppure formano direttamente una rosetta basale con foglie picciolate. Le brattee si dividono in due tipi: interne ed esterne. Quest’ultime sono dentellate, spinulose e circondano il capolino fiorifero, motivo per cui vengono chiamate “brattee involucrali”, costituendo un vero e proprio involucro di squame. All’interno di esso, un ricettacolo in scaglie connate funge da base per i fiori. Le brattee interne, invece, sono lunghe e strettamente lineari, scariose e raggianti, brillanti e dall’aspetto petaloide rigido, talvolta colorate. Tale caratteristica aiuta ad attirare l’attenzione degli insetti impollinatori. I fiori sono piccoli, tubolosi ed ermafroditi, di solito bianchi, gialli o rossi. I frutti sono acheni pelosi con un pappo di setole piumose.

 

Questi vegetali crescono in luoghi aridi, soprattutto di media montagna, e si trovano in Europa, Africa settentrionale e Siberia, mentre in Asia (nello specifico in Cina) ne esiste una sola specie. La maggior parte dei esemplari predilige comunque il bacino del Mediterraneo. In Italia si incontrano facilmente in zone sassose, aride, erbose e boschive. La pianta ha una straordinaria capacità di riprodursi grazie all’abbondante produzione di polline e semi, e per via del suo involucro spinoso, che spinge la maggior parte degli animali a evitarla. Del resto, anche qualora il bestiame se ne cibasse, il basso contenuto nutritivo non risulterebbe vantaggioso. Per tale motivo, alcune varietà sono considerate infestanti nei prati e nei pascoli montani.

 

Un’altra peculiarità è la spiccata sensibilità all’umidità, che la porta a compiere movimenti igroscopici. Il fusto varia notevolmente da una specie all’altra: alcune varianti raggiungono un’altezza di ottanta-novanta centimetri, mentre altre ne sono del tutto sprovviste. La radice, di solito, è a fittone.

 

Fin dall’antichità, un nome comune attribuito alla carlina è stato “camaleonte”, per via dell’assonanza con l’omonimo rettile e del fatto che le foglie cambiano colore adattandosi al terreno circostante. L’appellativo “carlina”, invece, fu proposto per la prima volta nel Cinquecento dal botanico Andrea Cesalpino, ma a utilizzarlo effettivamente fu il medico e botanico fiammingo Rembert Dodoens.

 

L’etimologia presenta varie versioni. Alcuni testi avanzano l’ipotesi che derivi da carduncolos, diminutivo di “cardo”, data l’evidente somiglianza estetica con le piante di quel genere. Un’altra versione, ben più nota, la fa risalire a una leggenda medievale che associa il nome a Carlo Magno. La narrazione vuole che l’imperatore si trovasse con le sue truppe nei pressi di Roma durante un’epidemia di peste che aveva colpito molti soldati. In sogno gli apparve un angelo, il quale gli suggerì di adoperare la Carlina acaulis come rimedio terapeutico. Il sovrano seguì il consiglio e la cura si dimostrò efficace, salvando l’esercito e legando per sempre il nome della pianta al celebre monarca.

 

In particolare, Enea Silvio Piccolomini raccontava nei suoi Commentarii che, durante un soggiorno sul massiccio del monte Amiata, fu accompagnato sul monte Vivo e, riflettendo sulla leggenda di Carlo Magno, scrisse in merito le seguenti parole: «Alla sommità dell’altura, in un luogo coperto da prati e nudo da alberi, si trova un’erba che chiamano carlina, poiché una volta fu miracolosamente rivelata a Carlo Magno come rimedio salutare contro la peste. Si racconta infatti che durante un viaggio verso Roma passò di qui con l’esercito ormai in preda alla peste. Pieno d’ansia per questo fatto, l’imperatore mentre giaceva nel sonno fu visitato da un angelo che così gli parlò: “Alzati e sali questo monte, e quando sarai giunto in cima lancia un giavellotto, cogli quindi l’erba la cui radice sarà stata trafitta dalla punta dell’arma. Tostala poi al fuoco e quando sarà ridotta in polvere mescila nel vino e falla bere ai malati. Scaccerà ogni velenoso contagio e ti restituirà salvo l’esercito”. Il pericolo indusse Carlo a prestar fede a quel sogno. La piantina è provvista di foglie spinose e aderenti al suolo, a difesa del fiore che è simile a quello del cardo, ma da esso differisce per il colore. Ha una radice dolce, grande come quella della cicoria, e per concessione divina esibisce ancora oggi la cicatrice della ferita inferta, ricordo indelebile del miracolo».

 

La carlina era nota sin dall’antichità e veniva ampiamente impiegata in medicina. Teoforo di Ereso, Dioscoride, Plinio il Vecchio e Galeno la descrissero nei loro testi. In particolare, le radici venivano adoperate per curare malattie cutanee, come diuretico, rimedio vermifugo o depurativo, e per svariati altri disturbi. Tale pratica proseguì nel Medioevo e nel Rinascimento. L’uso nella farmacologia ufficiale venne meno solo nel XIX secolo, quando fu sostituita da sostanze di sintesi, ma continuò nella medicina popolare delle zone rurali. L’olio essenziale, tuttora in uso, possiede spiccate proprietà antimicrobiche, e la pianta viene tuttora adoperata, sebbene il suo impiego terapeutico esatto non sia del tutto codificato.

 

L’uso gastronomico di queste piante era già comune in passato, soprattutto in situazioni d’emergenza o di estrema povertà: pur non essendo molto ricche di sostanze nutritive, e malgrado la difficoltà di pulire tutte le spine che le circondano, alcune parti vengono consumate ancora oggi. Le radici e i ricettacoli di molte varietà si mangiano sia cotti sia crudi, proprio come i carciofi. In particolare, quelli della specie Carlina acaulis, che per tale ragione ha preso anche il nome comune di “carciofo selvatico”. Inoltre, nel Cinquecento Jacques Dalechamps riportava già nei suoi scritti che anche la varietà Carlina acanthifolia si poteva consumare come un carciofo.

Come osservava Alfredo Cattabiani, la solarità di questa pianta – il cui fiore ha brattee simili a quelle della margherita, disposte a raggiera – si esprime anche in un’altra caratteristica: quando il tempo è bello e secco le brattee sono ben aperte e distese, ma non appena aumenta l’umidità, annunciando la pioggia, s’inclinano verso l’interno ricoprendo il capolino. Per questo motivo, ad esempio, in certi casolari di montagna dell’Europa del Nord s’esponevano i fiori a mazzi all’esterno come barometri naturali, poiché avevano la virtù di comportarsi a lungo in quel modo anche se recisi dalla pianta.

 

Le proprietà meteorologiche di queste piante si conoscevano sicuramente già nel Medioevo e forse anche prima. In particolare s’usavano soprattutto quelle della specie Carlina vulgaris (perlopiù in Gran Bretagna) e Carlina acaulis (perlopiù nelle zone alpine). Infatti le squame del capolino s’aprono a stella con il tempo secco e si chiudono con l’umido, e in ogni caso si chiudono sempre dopo il tramonto per riaprirsi al mattino seguente, forse per proteggere il polline dalle piogge. I capolini hanno forti caratteristiche igroscopiche, dovute al fatto che l’assorbimento dell’umidità modifica la tensione meccanica delle brattee provocandone la chiusura. Di conseguenza tale fenomeno produce dei movimenti igroscopici vegetali.

 

Per le popolazioni, soprattutto quelle alpine, questo processo aveva in passato un significato profondo, poiché la pianta era considerata uno strumento di previsione meteorologica che consentiva di scandire il calendario. Ancora nell’Ottocento si consigliava d’osservare la carlina per programmare il proprio lavoro nei campi agricoli. Questa sua proprietà rafforzò il suo valore simbolico attribuendone qualità straordinarie.

 

La pianta assunse anche un ruolo apotropaico, capace d’allontanare le forze maligne. Tale credenza pagana si mantenne nonostante gli sforzi evangelici. Infatti il suo capolino fiorifero circondato dalle brattee somigliava a un sole che evocava la simbologia di luce benefica, ma era anche provvisto di pericolose spine per difendersi. Di conseguenza questa caratteristica si prestava facilmente a diventare un simbolo di protezione. A tal proposito, come notava Alfredo Cattabiani, gli antichi Sassoni consideravano questa pianta un amuleto contro il malocchio e ogni malattia. Poiché il fiore ha la caratteristica di mantenere immutato il suo aspetto per molti anni anche dopo essere stato raccolto, sembrando non cambiare al trascorrere del tempo, tale peculiarità fece sì che diventasse un simbolo apotropaico anche in altre parti del mondo. Nell’area alpina assumeva un ruolo di protezione soprattutto familiare, ed era d’uso appendere fiori essiccati sopra le porte delle abitazioni, delle stalle o dei fienili.

 

Tuttora è possibile osservare in queste zone il fiore essiccato appeso fuori da rifugi, alberghi o baite, oppure all’interno di grandi composizioni floreali nelle zone rurali. Quindi, seppure oggi la credenza magica si sia attenuata, la pianta continua a rivestire un ruolo simbolico importante, esprimendo e mantenendo il valore tradizionale della cultura identitaria e locale delle zone rurali di montagna. In breve, attualmente la carlina rappresenta un simbolo positivo, solare e di forza vitale.
 
 
Riferimenti bibliografici:

 

Cattabiani, Alfredo, Florario, Mondadori Editore, Milano 2016.

Cattabiani, Alfredo, Il Lunario, Mondadori Editore, Milano 2002.

Went, Fritzs W., e dai redattori di LIFE, Le Piante, Mondadori Editore, Milano 1965.

Pastoureau, Michel, Medioevo simbolico, Laterza Editore, Bari-Roma 2007.

Pastoureau, Michel, Verde. Storia di un colore, Ponte alle Grazie Editore, Milano 2008.

Pastoureau, Michel, Giallo. Storia di un colore, Ponte alle Grazie Editore, Milano 2019.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]