In generale, le foglie di tale
pianta sono glabre, grandi e
spinose, disposte a rosetta. Hanno
margini dentellati che terminano in
spine e si distribuiscono lungo il
fusto in maniera alterna, oppure
formano direttamente una rosetta
basale con foglie picciolate. Le
brattee si dividono in due tipi:
interne ed esterne. Quest’ultime
sono dentellate, spinulose e
circondano il capolino fiorifero,
motivo per cui vengono chiamate
“brattee involucrali”, costituendo
un vero e proprio involucro di
squame. All’interno di esso, un
ricettacolo in scaglie connate funge
da base per i fiori. Le brattee
interne, invece, sono lunghe e
strettamente lineari, scariose e
raggianti, brillanti e dall’aspetto
petaloide rigido, talvolta colorate.
Tale caratteristica aiuta ad
attirare l’attenzione degli insetti
impollinatori. I fiori sono piccoli,
tubolosi ed ermafroditi, di solito
bianchi, gialli o rossi. I frutti
sono acheni pelosi con un pappo di
setole piumose.
Questi vegetali crescono in luoghi
aridi, soprattutto di media
montagna, e si trovano in Europa,
Africa settentrionale e Siberia,
mentre in Asia (nello specifico in
Cina) ne esiste una sola specie. La
maggior parte dei esemplari
predilige comunque il bacino del
Mediterraneo. In Italia si
incontrano facilmente in zone
sassose, aride, erbose e boschive.
La pianta ha una straordinaria
capacità di riprodursi grazie
all’abbondante produzione di polline
e semi, e per via del suo involucro
spinoso, che spinge la maggior parte
degli animali a evitarla. Del resto,
anche qualora il bestiame se ne
cibasse, il basso contenuto
nutritivo non risulterebbe
vantaggioso. Per tale motivo, alcune
varietà sono considerate infestanti
nei prati e nei pascoli montani.
Un’altra peculiarità è la spiccata
sensibilità all’umidità, che la
porta a compiere movimenti
igroscopici. Il fusto varia
notevolmente da una specie
all’altra: alcune varianti
raggiungono un’altezza di
ottanta-novanta centimetri, mentre
altre ne sono del tutto sprovviste.
La radice, di solito, è a fittone.
Fin dall’antichità, un nome comune
attribuito alla carlina è stato
“camaleonte”, per via dell’assonanza
con l’omonimo rettile e del fatto
che le foglie cambiano colore
adattandosi al terreno circostante.
L’appellativo “carlina”, invece, fu
proposto per la prima volta nel
Cinquecento dal botanico Andrea
Cesalpino, ma a utilizzarlo
effettivamente fu il medico e
botanico fiammingo Rembert Dodoens.
L’etimologia presenta varie
versioni. Alcuni testi avanzano
l’ipotesi che derivi da carduncolos,
diminutivo di “cardo”, data
l’evidente somiglianza estetica con
le piante di quel genere. Un’altra
versione, ben più nota, la fa
risalire a una leggenda medievale
che associa il nome a Carlo Magno.
La narrazione vuole che l’imperatore
si trovasse con le sue truppe nei
pressi di Roma durante un’epidemia
di peste che aveva colpito molti
soldati. In sogno gli apparve un
angelo, il quale gli suggerì di
adoperare la Carlina
acaulis come rimedio
terapeutico. Il sovrano seguì il
consiglio e la cura si dimostrò
efficace, salvando l’esercito e
legando per sempre il nome della
pianta al celebre monarca.
In particolare, Enea Silvio
Piccolomini raccontava nei suoi Commentarii che,
durante un soggiorno sul massiccio
del monte Amiata, fu accompagnato
sul monte Vivo e, riflettendo sulla
leggenda di Carlo Magno, scrisse in
merito le seguenti parole: «Alla
sommità dell’altura, in un luogo
coperto da prati e nudo da alberi,
si trova un’erba che chiamano
carlina, poiché una volta fu
miracolosamente rivelata a Carlo
Magno come rimedio salutare contro
la peste. Si racconta infatti che
durante un viaggio verso Roma passò
di qui con l’esercito ormai in preda
alla peste. Pieno d’ansia per questo
fatto, l’imperatore mentre giaceva
nel sonno fu visitato da un angelo
che così gli parlò: “Alzati e sali
questo monte, e quando sarai giunto
in cima lancia un giavellotto, cogli
quindi l’erba la cui radice sarà
stata trafitta dalla punta
dell’arma. Tostala poi al fuoco e
quando sarà ridotta in polvere
mescila nel vino e falla bere ai
malati. Scaccerà ogni velenoso
contagio e ti restituirà salvo
l’esercito”. Il pericolo indusse
Carlo a prestar fede a quel sogno.
La piantina è provvista di foglie
spinose e aderenti al suolo, a
difesa del fiore che è simile a
quello del cardo, ma da esso
differisce per il colore. Ha una
radice dolce, grande come quella
della cicoria, e per concessione
divina esibisce ancora oggi la
cicatrice della ferita inferta,
ricordo indelebile del miracolo».
La carlina era nota sin
dall’antichità e veniva ampiamente
impiegata in medicina. Teoforo di
Ereso, Dioscoride, Plinio il Vecchio
e Galeno la descrissero nei loro
testi. In particolare, le radici
venivano adoperate per curare
malattie cutanee, come diuretico,
rimedio vermifugo o depurativo, e
per svariati altri disturbi. Tale
pratica proseguì nel Medioevo e nel
Rinascimento. L’uso nella
farmacologia ufficiale venne meno
solo nel XIX secolo, quando fu
sostituita da sostanze di sintesi,
ma continuò nella medicina popolare
delle zone rurali. L’olio
essenziale, tuttora in uso, possiede
spiccate proprietà antimicrobiche, e
la pianta viene tuttora adoperata,
sebbene il suo impiego terapeutico
esatto non sia del tutto codificato.
L’uso gastronomico di queste piante
era già comune in passato,
soprattutto in situazioni
d’emergenza o di estrema povertà:
pur non essendo molto ricche di
sostanze nutritive, e malgrado la
difficoltà di pulire tutte le spine
che le circondano, alcune parti
vengono consumate ancora oggi. Le
radici e i ricettacoli di molte
varietà si mangiano sia cotti sia
crudi, proprio come i carciofi. In
particolare, quelli della specie Carlina
acaulis, che per tale ragione ha
preso anche il nome comune di
“carciofo selvatico”. Inoltre, nel
Cinquecento Jacques Dalechamps
riportava già nei suoi scritti che
anche la varietà Carlina
acanthifolia si poteva consumare
come un carciofo.
Come osservava Alfredo Cattabiani,
la solarità di questa pianta – il
cui fiore ha brattee simili a quelle
della margherita, disposte a
raggiera – si esprime anche in
un’altra caratteristica: quando il
tempo è bello e secco le brattee
sono ben aperte e distese, ma non
appena aumenta l’umidità,
annunciando la pioggia, s’inclinano
verso l’interno ricoprendo il
capolino. Per questo motivo, ad
esempio, in certi casolari di
montagna dell’Europa del Nord
s’esponevano i fiori a mazzi
all’esterno come barometri naturali,
poiché avevano la virtù di
comportarsi a lungo in quel modo
anche se recisi dalla pianta.
Le proprietà meteorologiche di
queste piante si conoscevano
sicuramente già nel Medioevo e forse
anche prima. In particolare
s’usavano soprattutto quelle della
specie Carlina
vulgaris (perlopiù in Gran
Bretagna) e Carlina
acaulis (perlopiù nelle zone
alpine). Infatti le squame del
capolino s’aprono a stella con il
tempo secco e si chiudono con
l’umido, e in ogni caso si chiudono
sempre dopo il tramonto per
riaprirsi al mattino seguente, forse
per proteggere il polline dalle
piogge. I capolini hanno forti
caratteristiche igroscopiche, dovute
al fatto che l’assorbimento
dell’umidità modifica la tensione
meccanica delle brattee provocandone
la chiusura. Di conseguenza tale
fenomeno produce dei movimenti
igroscopici vegetali.
Per le popolazioni, soprattutto
quelle alpine, questo processo aveva
in passato un significato profondo,
poiché la pianta era considerata uno
strumento di previsione
meteorologica che consentiva di
scandire il calendario. Ancora
nell’Ottocento si consigliava
d’osservare la carlina per
programmare il proprio lavoro nei
campi agricoli. Questa sua proprietà
rafforzò il suo valore simbolico
attribuendone qualità straordinarie.
La pianta assunse anche un ruolo
apotropaico, capace d’allontanare le
forze maligne. Tale credenza pagana
si mantenne nonostante gli sforzi
evangelici. Infatti il suo capolino
fiorifero circondato dalle brattee
somigliava a un sole che evocava la
simbologia di luce benefica, ma era
anche provvisto di pericolose spine
per difendersi. Di conseguenza
questa caratteristica si prestava
facilmente a diventare un simbolo di
protezione. A tal proposito, come
notava Alfredo Cattabiani, gli
antichi Sassoni consideravano questa
pianta un amuleto contro il
malocchio e ogni malattia. Poiché il
fiore ha la caratteristica di
mantenere immutato il suo aspetto
per molti anni anche dopo essere
stato raccolto, sembrando non
cambiare al trascorrere del tempo,
tale peculiarità fece sì che
diventasse un simbolo apotropaico
anche in altre parti del mondo.
Nell’area alpina assumeva un ruolo
di protezione soprattutto familiare,
ed era d’uso appendere fiori
essiccati sopra le porte delle
abitazioni, delle stalle o dei
fienili.
Tuttora è possibile osservare in
queste zone il fiore essiccato
appeso fuori da rifugi, alberghi o
baite, oppure all’interno di grandi
composizioni floreali nelle zone
rurali. Quindi, seppure oggi la
credenza magica si sia attenuata, la
pianta continua a rivestire un ruolo
simbolico importante, esprimendo e
mantenendo il valore tradizionale
della cultura identitaria e locale
delle zone rurali di montagna. In
breve, attualmente la carlina
rappresenta un simbolo positivo,
solare e di forza vitale.
Riferimenti bibliografici: