Mykyta Gibalenko è un regista
ucraino nato a Melitopol' (Мелітополь)
nel 1993, città ucraina della
regione di Zaporižžja (Запоріжжя),
che dal 2022 è sotto occupazione
russa. Il regista emergente è
cresciuto a Kyiv (Київ),
dove ha studiato ingegneria
meccanica prima di scoprire la sua
passione per le arti visive. Nel
2013 si è trasferito in Germania,
dove ha intrapreso la carriera
d’ingegnere, collaborando
parallelamente con artisti della
scena teatrale indipendente di
Monaco di Baviera. Il 2016 è l’anno
di esordio alla regia con il
documentario
Sinnspagat, a cui sono seguiti
diversi cortometraggi, tra cui
I See Them Bloom, candidato nel
2023 al
Deutscher Kurzfilmpreis (Premio
Tedesco per il Cortometraggio), il
più importante riconoscimento
nazionale tedesco dedicato ai
cortometraggi. Ha inoltre realizzato
la serie televisiva
Nebo Ta Zemlia (Небо
Та Земля – Cielo e Terra), del
2022.
Camouflage è ispirato
all'esperienza personale del regista
come espatriato in Germania. Un
percorso che con l'invasione russa
dell'Ucraina del 24 febbraio 2022 va
riletto sotto una nuova luce, poiché
il tragico evento ha trasformato una
scelta individuale e la speranza di
un’esistenza migliore in una
riflessione sull'esilio, sul senso
di appartenenza e sull’esperienza
del conflitto vissuto da lontano.
Interpretato da Arthur Aliiev (Артур
Алієв), Vitalii è un giovane
universitario di ventidue anni
balbuziente e vessato dai continui
scherni di cui è oggetto.
Camouflage si apre proprio con
il suo rientro a casa, dopo
l'ennesima bocciatura, e con
l’irrevocabile decisione di
trasferirsi in Germania. Il ragazzo
cerca di tenere nascosto il suo
piano soprattutto alla madre Tetyana
(Тетяна),
forse per vergogna, o per mancanza
di dialogo, o per paura del giudizio
della donna. Così il biglietto del
treno per Monaco di Baviera è
gelosamente custodito tra il
materasso e la sponda del suo letto.
A scoprire le intenzioni del ragazzo
è invece la sorella Yevheniia, alla
quale presta il volto Yelyzaveta
Tsilyk (Єлизавета
Цілик). La ragazza compone
musica elettronica ed è la sua unica
confidente. Ha sempre incoraggiato
Vitalii a non abbandonare gli studi,
nonostante i pregiudizi dei docenti
riguardo alla sua balbuzie.
Vitalii è però determinato a
perseguire il suo obiettivo,
nonostante la delusione che darà a
sua madre Tetyana, interpretata da
Anna Yaremchuk-Bobalo (Анна
Яремчук-Бобало). Tetyana insegna
letteratura russa e non riesce ad
accettare che il Paese dei grandi
autori e dei poeti che ama possa
essere divenuto l'aggressore
dell'Ucraina. Quei testi, che con
dedizione condivide con i suoi
allievi e con i suoi figli,
diventano così il terreno di un
doloroso conflitto interiore.
La prima parte del film è costruita
sul tempo monotono legato alla
quotidianità e alla grigia routine
di un immigrato che non capisce
neanche il tedesco: un lavoro come
inserviente in una mensa
universitaria, la solitudine,
l’essere considerato invisibile dai
suoi coetanei che ogni giorno vanno
a mensa. Il cambio di passo avviene
con l'incontro fra Vitalii e Fiona,
studentessa benestante e regista di
una compagnia teatrale studentesca
interpretata da Klara Lange, che gli
offre un ruolo, e con esso
un'identità alternativa, ovvero il
"travestimento" da cui il film
prende il titolo: i capelli tinti,
un nuovo nome tra gli amici, Vito, e
una balbuzie che sul palco scompare,
come accade non di rado a molte
persone balbuzienti quando recitano,
protette dal personaggio e libere
dall'esposizione e dalle insicurezze
della comunicazione quotidiana.
È il 24 febbraio 2022 a rompere
questo equilibrio precario. Madre e
sorella raggiungono Vitalii, in fuga
dal loro Paese, bombardato e
occupato dalle truppe russe, così
l'appartamento tedesco di Fiona, che
le ospita entrambe, diventa lo
spazio in cui si scontrano due modi
opposti di percepire la stessa
guerra. Yevheniia crolla quando
viene a sapere che la ragazza della
quale è innamorata, Alina,
interpretata da Alina Danko, una
giovane e coraggiosa giornalista al
fronte e scomparsa da giorni, è
deceduta. Il dolore la rende
incapace di riconoscere, nel
fratello ritrovato, la persona che
aveva lasciato partire con sogni e
speranze di riscatto. «Non fingere
di essere europeo», lo accusa a un
certo punto, rovesciando sul piano
familiare un conflitto che è insieme
geopolitico e identitario. Tetyana,
dal canto suo, passa nel corso del
film da figura soffocante per il
figlio a inattesa fonte di
consolazione.
Il travestimento che ha ispirato il
film, in questo senso, non riguarda
soltanto Vitalii: anche Yevheniia,
più apertamente impegnata nella
causa ucraina rispetto al fratello,
è costretta a ridefinire se stessa
nello spazio asfissiante dell'esilio
forzato.
Camouflage è stato del resto
candidato al Queer Lion 2026, premio
assegnato infine ex aequo a
Queer Edward II di Theo Rollason
e a
London di Victor Di Marco e
Márcio Picoli: un riconoscimento
mancato, ma che segnala quanto la
dimensione dell'identità sessuale
sia intrecciata, nel film, a quella
nazionale e generazionale.
Sul piano formale, la regia di
Gibalenko è misurata, attenta alla
posizione dei corpi negli spazi
domestici e teatrali: è lì, più che
nelle immagini di guerra – nel film
filtrate da immagini vere tratte da
smartphone e da notiziari –, che si
misura la distanza fra i personaggi.
La colonna sonora elettronica di
Mykyta Moiseiev (Микита
Моісеєв) accompagna anche i
momenti in cui il rapporto fra
Vitalii e Yevheniia si ricompone
attraverso la musica, in una delle
scene più riuscite del film: una
lunga jam in studio in cui il
tedesco stentato del fratello viene
trasformato da Yevheniia in un brano
techno.
La critica intervenuta a Venezia ha
apprezzato soprattutto le
interpretazioni di Aliiev, Tsilyk,
Yaremchuk-Bobalo e di Lange su
tutti, nonché la scelta di
raccontare la guerra attraverso le
relazioni familiari, piuttosto che
spettacolarizzando il conflitto. Più
divisa è stata la valutazione della
tenuta drammaturgica nella parte
finale, dove le molte questioni
aperte — l'identità nazionale,
quella sessuale, il senso di colpa
del migrante e il tema
dell'appartenenza — faticano a
trovare una sintesi.
Camouflage è nel complesso
un’opera sincera, che rifiuta tanto
il ricatto emotivo quanto le grandi
dichiarazioni sul conflitto e che
s’inserisce in un filone recente del
cinema ucraino, più interessato al
tempo lungo delle relazioni e della
memoria che alla cronaca immediata
della guerra. Lo stesso
interrogativo è al centro di
Lirica Ucraina di Francesca
Mannocchi, altro titolo di questa
stagione romana dedicato all'Ucraina
in guerra. È proprio da questa
vicinanza tematica, prima ancora che
stilistica, che si misura quanto il
cinema ucraino contemporaneo stia
cercando, con strumenti diversi, un
vocabolario comune per raccontare la
guerra.