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N. 31 - Dicembre 2007

Camillo Benso conte di Cavour

Liberismo e unità nazionale

di Stefano De Luca

 

Camillo Benso conte di Cavour, uno dei padri dell’unità nazionale italiana, nacque a Torino nel 1810. Studiò alcuni anni all’estero e subì l’influenza dei principi economici e sociopolitici del sistema liberale di ispirazione britannica.

 

Rientrato in Piemonte nel 1835 si dedicò prima a sviluppare la tenuta di Leri, al punto da farne un’azienda modello, per poi fondare nel 1847 il quotidiano Il Risorgimento, che segnò anche i primi avvicinamenti al mondo politico.

 

I cardini del suo pensiero erano il liberalismo interno e l’avvio di un mutamento degli equilibri internazionali in senso anti-austriaco che favorisse la creazione di uno Stato unitario nella penisola attorno alla corona sabauda.

 

Messosi in luce nel 1851 come Ministro dell’agricoltura e del commercio, divenne Primo Ministro a seguito dell’accordo con Urbano Rattazzi del 1852, noto come “il connubio”, che unì gli elementi più progressisti della destra con i moderati della sinistra in un grande raggruppamento di centro.

 

Sul piano interno il primo decennio di governo cavouriano si caratterizzò per la vastità delle riforme. Sviluppò la rete ferroviaria, promosse nuovi sistemi di coltivazione, canali di irrigazione e avviò una politica doganale fortemente liberista che inserì pienamente il Piemonte nel commercio internazionale.

 

Nel 1855, nonostante l’opposizione del clero e del Re Vittorio Emanuele II, il Piemonte venne laicizzato in base alla formula “libera Chiesa in libero Stato”, fornendo uno degli elementi fondamentali che spinsero repubblicani del calibro di Manin e Garibaldi ad aderire al programma di unità nazionale sabaudo nell’ambito della Società nazionale italiana.

 

In politica estera decise di intervenire nella guerra di Crimea inserendo di fatto il Piemonte nel gioco delle diplomazie europee. Così riuscì, nel corso del congresso di Parigi del 1856, a portare all’attenzione internazionale la causa dell’unità italiana.

 

Facendo leva sul comune interesse di Francia, Prussia e Gran Bretagna a ridimensionare la potenza austriaca, principale ostacolo sulla via dell’unificazione nazionale, Cavour riuscì ad ottenere il sostegno militare francese a seguito degli accordi di Plombiers con Napoleone III nel 1858 per la creazione di uno stato unitario nel Nord della Penisola: Roma e il Lazio, aveva garantito lo statista sabaudo, sarebbero rimaste indipendenti.

 

Nel 1859, nel corso della II guerra d’indipendenza, gli alleati franco-piemontesi sconfissero le truppe austriache a Solforino e San Martino e, con l’appoggio dei garibaldini, riuscirono a controllare la Lombadia.

 

L’estendersi del movimento democratico nazionale in Italia e le richieste di annessione al Piemonte provenienti da varie regioni spaventarono i francesi, che temevano la creazione di uno Stato nazionale unitario troppo esteso e potente ai propri confini.

 

L’armistizio di Villafranca voluto da Napoleone III congelò i moti e spinse Cavour a rassegnare le dimissioni dalla carica di Primo Ministro in segno di protesta. Tornato alla guida del governo nel 1860, Cavour decise allora di affidare l’iniziativa unitaria a Garibaldi, favorendo la spedizione dei Mille e la liberazione dell’Italia meridionale.

 

La fedeltà garibaldina al motto “Italia e Vittorio Emanuele” portarono così, nel 1861, alla proclamazione del Regno d’Italia che, ad eccezione del Veneto e del Lazio, copriva quasi interamente quelli che erano i confini “naturali” della nazione italiana.

 

Cavour morì tre mesi dopo e dedicò l’ultima fase del suo  impegno politico a quella che sarebbe diventata la “questione romana”, favorendo un voto parlamentare che rivendicasse Roma capitale. L’opera di Cavour,  la sua tenacia e la sua lucidità d’azione ne fanno uno dei massimi statisti della storia della nostra penisola.

 



 

 

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