[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

165 / SETTEMBRE 2021 (CXCVI)


contemporanea

LA CADUTA DI ALBERT CAMUS

UN ROMPICAPO PER I CRITICI / PARTE I

di Raffaele Pisani

 

Tra il settembre e il dicembre del 2017 abbiamo parlato diffusamente su questa rivista di Albert Camus, soffermandoci nella lettura delle sue opere principali; avevamo tralasciato La caduta per una certa difficoltà a inserirla con il resto del pensiero camusiano. Vorremmo ora affrontare questo scritto enigmatico, oggetto di varie interpretazioni.

 

La sua pubblicazione nel 1956, a cinque anni di distanza da L’uomo in rivolta, produsse notevole sconcerto tra gli interpreti di Camus, che avevano creduto di aver colto le linee essenziali del suo pensiero in forma pressoché definita.

 

Gli anni che vanno dal 1951 al 1956 videro Camus alle prese con il dramma algerino, che per lui nato su questa sponda del Mediterraneo costituiva un tormento personale. Il Nostro venne a trovarsi impegnato nelle aspre polemiche ideologiche che erano seguite alla pubblicazione de L’uomo in rivolta. La rottura con Sartre, nel 1952, e il distacco dagli intellettuali della gauche parigina lo portarono a vivere interiormente una condizione di esiliato.

 

Jean-Baptiste Clamence, che si definisce giudice-penitente, parla con un anonimo interlocutore. Il fatto che Camus nei suoi romanzi, nei suoi racconti o in certe opere teatrali si nasconda per così dire dietro i suoi personaggi, rende ancora più problematica, ma anche più ricca, l’interpretazione del suo pensiero; lo abbiamo visto con Meursault (Lo straniero), con Rieux (La peste) e con Kaliayev (I giusti), per citarne solo alcuni, e lo vediamo ora ne La caduta con Clamence.

 

Tuttavia, se nei personaggi citati certe concordanze con il pensiero dell’autore sono chiaramente evidenti, il discorso in questa narrazione si propone in modo assai diverso.A parte l’amore che entrambi condividono per lo sport, risulta difficile riconoscere il Camus che ci è noto in questo giudice-penitente. Se guardiamo poi il discorso camusiano nel suo differire temporale, constatiamo come La caduta ricordi, per contrasto, più un passato remoto che uno prossimo.

 

Anche l’ambientazione è significativamente diversa dall’ordinario camusiano: Amsterdam è il luogo dell’indistinto: terra e mare, luci e ombre si incontrano e si fondono; siamo lontani nello spazio e nel tempo dal sole scintillante che esalta le differenze e vivifica le coste mediterranee. Amsterdam è il luogo dell’esilio, del regno lasciato rimangono solo pallidi ricordi, illuminati dalla luce ambigua delle insegne dei ritrovi notturni in cui il protagonista Clamence trova rifugio.

 

Già avvocato di fama votato alle nobili cause, Jean-Baptiste Clamence vanta un passato invidiabile. La natura lo aveva dotato di tutte quelle caratteristiche che si potessero desiderare: poderoso di costituzione, elegante nell’aspetto e nei modi, dotato di fine intelligenza e di vasta cultura e aperto alle esigenze degli altri.

 

È soprattutto l’aspetto morale che il giudice-penitente rivela nei suoi discorsi, non manca di dire che faceva il bene in ogni occasione che gli si presentava e che aveva una propensione particolare per i più bisognosi; dice anche che provava un sottile compiacimento nell’aiutarli:«Mi compiacevo – afferma– in ogni caso di quella parte della mia natura che reagiva alla vedova e all’orfano in modo così giusto, e finiva, a forza di esercizio, col regnare su tutta la mia vita».

 

Era ben conscio di non aver meriti particolari: la sua situazione professionale e la sua indole condizionavano assai fortemente, fino quasi a determinare, la nobiltà delle sue azioni: «Ero sorretto da due sentimenti sinceri: la soddisfazione di trovarmi dalla parte del giusto e un istintivo disprezzo per i giudici in genere». Proprio questa avversione verso i giudici lo portava a essere impeccabile nella sua professione di avvocato difensore, che assumeva quasi un carattere di missione.

 

Anche al di fuori dell’ambito professionale Clamence trovava molte gratificazioni, brillante nello sport e nelle relazioni umane, esercitava un invidiabile fascino sulle donne ed era stimato dagli uomini. «Il mio accordo con la vita era totale, aderivo a quella che essa era, dall’alto al basso, senza rifiutare nessuna delle sue ironie, delle sue grandezze e delle sue servitù».

 

Questa esistenza invidiabile incontra a un tratto un punto di rottura; Clamence racconta l’episodio accadutogli mentre attraversava, a Parigi, il Ponte delle Arti: «Ero salito sul ponte, deserto a quell’ora, per guardare il fiume che s’indovinava appena nella notte sopravvenuta. Di fronte al monumento di Enrico IV, dominavo l’isola. Sentivo crescere in me un profondo sentimento di potenza e, come dire? di compiutezza, che mi dilatava il cuore. Inorgoglito, stavo per accendere una sigaretta, la sigaretta della soddisfazione, quando, nello stesso istante, dietro di me scoppiò una risata. Sorpreso feci un brusco voltafaccia: non c’era nessuno. Andai fino al parapetto: né battelli né barche. Mi voltai di nuovo verso l’isola, e sentii ancora la risata alle mie spalle, un po’ più lontana, come se scendesse al fiume. Restavo immobile».

 

Questa risata costituisce il clou di tutto il racconto, come lo era stato il momento dell’uccisione dell’arabo da parte di MeursaultneLo straniero; nell’uno come nell’altro caso niente sarà più come prima.

 

È sulla base di questa rivelazione che Clamence racconta la sua precedente vita con quel distacco che lo caratterizza. L’episodio della sua colpevole inerzia di fronte a chi sta per essere inghiottito dalle onde riemerge anche in altri passi e viene ripreso alla chiusura del racconto: «”Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perché io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi!”. Una seconda volta, eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Bisognerebbe decidersi. Brr…! L’acqua è così fredda! Ma rassicuriamoci! Adesso è troppo tardi, e sarà sempre troppo tardi, per fortuna!».

 

Sono parole che indicano, non solo e non tanto un momento di debolezza, ma una totale chiusura a ogni possibilità di riscatto.

 

Un altro episodio importante nella rivelazione della colpevolezza, se ancora ce ne fosse bisogno, è quanto è accaduto in un campo di prigionia del Nord-Africa durante la seconda guerra mondiale. Jean-Baptiste Clamence era stato riconosciuto capo da un gruppo di prigionieri di cui condivideva la sorte. Per la verità la questione era un po’ più complessa: un po’ per scherzo e un po’ seriamente era stato nominato papa, un papa che, a differenza del Romano, chiamato così da Duguesclin l’ideatore di questo strano conclave, avrebbe dovuto essere capace di condividere le sofferenze dell’umanità. Ma la cosa risultò meno semplice di quanto si potesse immaginare: «Mi sono accorto allora che non era facile come si crede fare il papa, e me ne sono accorto anche ieri dopo averle tenuto discorsi sdegnosi sui nostri fratelli giudici».

 

Nel prosieguo del discorso si arriva anche qui a un punto di svolta, Clamence compirà un’azione di cui poi dovrà vergognarsi: «Diciamo che compii l’opera il giorno in cui bevvi l’acqua di uno di noi che agonizzava». Non è che le giustificazioni mancassero: «Ho bevuto l’acqua, certo, persuadendomi che gli altri avevano più bisogno di me che di lui, e che sarebbe morto comunque, mentre io dovevo salvarmi per loro», ma tutto questo non è sufficiente a cancellare il senso di colpa.

 

Che fare allora? Avviene qui qualcosa di paradossalmente coerente con il precedente pensiero camusiano de La rivolta. Se in quest’ultima, pur non escludendo una colpevolezza ragionevole il discorso è nel complesso portato verso un sentimento di solidarietà universale per l’umanità oppressa, qui invece viene rimarcata una correità universale, senza alcuno spiraglio di redenzione.

 

I buoni e i cattivi se un tempo si potevano riconoscere dalle loro azioni, nella luce del meriggio sulle coste del Mediterraneo, ora, in questo mare nordico con le rive piatte sperdute nella nebbia in cui tutto si confonde, ciò non è più possibile. Ingannando anche sé stessi si confonde la disponibilità verso il prossimo con il compiacimento egoistico per quanto si fa.«Allora, a furia di frugare nella memoria, ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, l’umiltà a vincere e la virtù a opprimere. Facevo la guerra con mezzi pacifici, e alla fine, per mezzo del disinteresse, ottenevo ciò che agognavo».Il fatto che sia arrivato a cogliere questa amara verità non comporta alcun cammino di redenzione, la potrà rivelare ai tanti che ancora la ignorano ma sa che comunque non c‘è rimedio.

 

Siamo tutti colpevoli, dice Clamence, che fa di se stesso paradigma universale. Anche Cristo, secondo lui sapeva di non essere completamente innocente; egli era a conoscenza di essere stato, sia pur involontariamente causa di un massacro:«I bambini della Giudea massacrati mentre i suoi genitori lo portavano al sicuro, perché erano morti, se non per causa sua? Non l’aveva voluto lui, certo. Quei soldati insanguinati, quei bambini squarciati in due, gli facevano orrore. Ma egli non era uomo da poterli dimenticare, ne sono sicuro».

 

La caduta sembra aver cancellato ogni spinta all’impegno umanitario come si era delineato in opere come La peste o L’uomo in rivolta, proprio per questo l’opera ha costituito un rompicapo per gli intepreti.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]