Il mondo in bianco e nero di Bob
Richardson
Bellezza, irriverenza, fragilità
di Alessandra
Olivares
La rivoluzione concettuale degli
anni Sessanta
Gli anni Sessanta segnano l’inizio
di un’epoca nuova per la storia
della moda e della bellezza. Dalla
fine degli anni Cinquanta, i
numerosi e repentini cambiamenti
economici, sociali, tecnologici e
culturali comportano un passaggio
dall’euforia alla problematicità,
sostituendo, come sostiene Morin, al
“mito della felicità” il “problema
della felicità”. Le star del cinema
cessano di essere simboli di
perfezione, diventando testimoni di
un malessere sempre più evidente.La
prematura morte di James Dean e il
suicidio di Marilyn Monroe sono due
eventi tragici che segnano la fine
della divinità-modello che, dagli
anni Venti, aveva offerto al
pubblico della cultura di massa uno
spazio dorato in contrapposizione
alla realtà decisamente meno
attraente. Il cinema problematico
degli anni Sessanta, invece, mette
in scena infelicità e nevrosi
rivelando il lato oscuro della vita
dei divi che, fino a quel momento,
erano stati gli abitanti di un
Olimpo celeste. Federico Fellini in
La dolce vita del 1960
presenta la desolazione, la povertà
e la vanità di una vita
apparentemente brillante e agiata.
Ma è stata proprio la tragica fine
di Marilyn Monroe che ha mostrato
chiaramente il vuoto, il disagio e
la solitudine di questa gloria
terrena incarnata nel divismo. E
così il divo si umanizza.
La rivoluzione culturale degli anni
Sessanta è innanzitutto una
rivoluzione concettuale che segna
l’inizio della visione “moderna”
della bellezza, come caratteristica
autonoma e democratica. È proprio in
questi anni che inizia ad affermarsi
l’idea del pluralismo della
bellezza. Agli standard estetici
importati dalla cinematografia
hollywoodiana, infatti, si
sostituiscono una varietà di tipi di
bellezza, tipici della cultura pop
internazionale.
Negli anni Sessanta, inoltre, emerge
con forza esplosiva il mito della
giovinezza che si oppone ai valori
della cultura borghese considerati
soffocanti e conservatori. Durante
gli anni del boom economico, per la
prima volta, i giovani sono una
realtà demografica e si identificano
in un gruppo sociale, diventando il
target di riferimento di nuovi
consumi. Essi cercano di
interpretare e dare una risposta
agli ideali della controcultura di
una generazione ribelle che non
trovava «l’utilità delle convenzioni
garbate che ignoravano la natura
reale della bellezza e della
bruttezza». Animati da una
sensibilità e da un’attenzione
diversa per la forma e le emozioni,
i giovani degli anni Sessanta
rivendicano la libertà delle scelte
personali, sono molto attenti alla
propria immagine, ma non ostentano
un ideale di bellezza convenzionale,
né ritenevano necessaria una moda
che nascondesse imperfezioni o
difetti.
In questo periodo in cui bellezza fa
rima con giovinezza e dove l’idea di
un unico stile che assecondasse una
corretta visione di buon gusto
diventa obsoleta, la moda ha vissuto
uno dei momenti più ambigui della
propria esistenza, «divisa tra la
sua vocazione prima di distinguere
le élites e il nuovo desiderio di
vestire il numero maggiore di
persone possibile». Mai come in
questi anni la moda ha fatto suo il
senso di libertà, leggerezza e
ribellione che animava le giovani
generazioni. I pantaloni stretti
senza pieghe e a vita bassa, i jeans
e la minigonna di Mary Quant sono
sintomatici di un adattamento del
sistema moda ad un clima culturale
segnato da profondi cambiamenti. I
giovani rivendicano con forza il
diritto di vivere come vogliono e di
gestire il proprio corpo come meglio
credono, e tutto questo si riflette
inequivocabilmente nella moda. Gli
abiti non hanno più il compito di
mascherare difetti o nascondere la
bellezza naturale dei corpi, ma
diventano strumento per affermare sé
stessi e la propria singolare
identità.
Icone indiscusse di questi anni sono
Veruska, Twiggy, Penelope Tree, Jean
Shrimpton e Donyale Luna, la prima
modella di colore apparsa su
“Harper’s Bazaar nel 1965. Con i
loro visi precisi, spigolosi e
impertinenti e i corpi esili, un po’
rigidi e disarticolati erano
considerate belle. Se da una parte
si continuavano a sognare le forme
morbide e generose di Anita Ekberg o
Marilyn Monroe, dall’altra
l’immagine femminile si assottiglia
e si avvicina sempre più a quella di
una bambina o di una figura
androgina. In un’epoca in cui il
divismo fuoriesce dai limiti
ristretti dell’attore
cinematografico, si afferma sempre
più la figura delle modelle
fotografiche che, con stili molto
differenti tra loro, hanno avuto il
merito di diminuire il conformismo
che ruotava intorno al concetto di
bellezza.
Non è un caso che in questi anni
quella del fotografo di moda era una
delle professioni più ambite. La
fotografia di moda, più di qualsiasi
altro genere, vive e si alimenta
proprio di quel mondo di sogni e
figure mitiche che occupano
l’immaginario collettivo. I maestri
di questa inafferrabile ed
enigmatica arte sono i grandi
fotografi, tra cui Richard Avedon,
Irving Penn, David Bailey, Bert
Stern, Art Kane e Bob Richardson,
solo per citarne alcuni, artefici
del successo delle modelle, che
hanno innalzato alla posizione di
top model mondiali. Le visioni
sofisticate, fantastiche, perfette,
a volte glaciali e altre volte più
umane che hanno concepito questi
maghi dell’obiettivo, hanno segnato
la storia di un decennio difficile
da circoscrivere in poche righe. Si
può solo provare a rievocarla
attraverso le immagini che
continuano a turbare i sentimenti di
chi in esse riesce a scorgere i
colori, la musica, i profumi,
l’irrequietezza, la forza, la
fragilità e il profondo senso della
bellezza di una generazione che ha
concentrato in un solo decennio lo
spirito ribelle e innovativo che ha
attraversato tutto il Novecento.
Il melodramma nella fotografia di
Bob Richardson
Bob Richardson (1928-2005),padre del
famoso Terry, uno dei più
trasgressivi fotografi di moda
contemporanei, ha dichiarato: «Nelle
mie foto voglio ritrarre la realtà.
Sesso, droga e rock’n roll: questo
era ciò che stava accadendo e io
facevo in modo che si realizzasse».
Le immagini prive di colori di
Richardson interpretano in modo
elegante e irriverente al tempo
stesso gli aspetti contraddittori di
una generazione libera, ribelle e
anticonformista. Da un punto di
vista tecnico la scelta del bianco e
nero è perfettamente coerente con la
volontà di una rappresentazione
“realistica”, dal momento che, come
sosteneva Josef Albers, «il colore è
il medium più relativo nell’arte
[...]. Il bianco e nero [...] non è
somigliante (poiché) non restituisce
che una parte di ciò che l’occhio
percepisce del mondo naturale [...]
(Ma) la fotografia a colori sembra
ancora meno fedele, perché modifica
la relazione tra i colori e accentua
l’intensità di alcuni». Lo stesso
Richardson ha raccontato che
trascorreva interi pomeriggi a
sfogliare l’album di famiglia con le
sue straordinarie fotografie in
bianco e nero, i cui dettagli –
abiti, scarpe e inquadrature –
risultavano indimenticabili per chi
come lui credeva che «il colore non
è reale, è solo volgare».
Il mondo senza colori di Bob
Richardson è, innanzitutto,
l’espressione della mente labile di
un uomo che ha avuto una vita molto
turbolenta segnata dalla
schizofrenia, da numerosi tentativi
di suicidio, dal vagabondaggio e
dalla povertà assoluta. Nonostante
sia stato un fotografo brillante,
audace e innovativo, è poco
menzionato nella storiografia
d’argomento. Probabilmente, proprio
a causa del suo complicato percorso
di vita, della sua abitudine di
distruggere molte fotografie e del
conflitto redazionale con
un’editoria ritenuta ancora legata
ai valori del passato, ha dato
l’impressione di aver svolto una
carriera breve e poco significativa.
Tutt’altro, nonostante il suo
carattere incostante, il suo
anarchismo estetico e le continue
tensioni con il fashion system,
Bob Richardson ha scritto una pagina
interessantissima della storia della
fotografia contemporanea.
Tra gli anni Sessanta e Settanta è
stato fotografo per le più
autorevoli testate di moda
internazionali, da French Vogue
a Harper’s Bazaar. Animato
dal desiderio di rappresentare ciò
che accade nella vita reale e da
sempre interessato alle relazioni
umane complicate e tumultuose, «è
stato uno dei primi fotografi a
riconoscere che queste emozioni non
erano estranee al mondo della moda
degli anni Sessanta, ma al contrario
erano vitali per esso». Ruth Ansel,
art director di “Harper’s Bazaar”
dal 1963 al 1971, ha affermato che
Bob Richardson è stato il primo
fotografo ad aver mostrato le reali
e complesse emozioni delle donne.
Avendo un’attitudine innata a
rifiutare l’artificio, è sempre
stato attratto da donne bellissime e
inquiete. Jill Kennington, Donna
Mitchell e Anjelica Huston sono
alcune delle eroine con vite e
sentimenti autentici che Richardson
ha ritratto, icone di questo sguardo
ribelle che ha fatto della bellezza
il suo dio.
Avendo vissuto sulla propria pelle
tutte le contraddizioni di una
generazione che rivendicava la
libertà di seguire le proprie
inclinazioni senza sovrastrutture
opprimenti, Bob Richardson ha
trasferito nella sua arte l’immagine
forte, radicale, ma anche piena di
sentimento e solitudine di un’intera
decade, segnando e innovando
profondamente il contesto patinato
della fotografia di moda, che
difficilmente ammette debolezze e
sbavature. La collega Deborah
Turbeville, artista ugualmente
rivoluzionaria, parlando di
Richardson ha dichiarato che «il
(suo) più grande contributo è stato
il senso del dramma. Ha portato il
melodramma nella fotografia di moda.
(Le sue donne) erano indipendenti,
depresse, piangevano, [...]
assumevano droghe, litigavano con i
loro amanti e vivevano le loro vite
come un profondo dramma in un film
di Antonioni». In un servizio
realizzato per French Vogue
nel 1967, ad esempio, Bob Richardson
racconta l’idillio amoroso, la
malinconia e le passioni più
nascoste di una coppia di amanti. In
una di queste immagini, la
bellissima Donna Mitchell sta
piangendo, in un’altra è sdraiata su
una spiaggia rocciosa mentre il suo
innamorato fa il bagno nudo davanti
a lei. Le fotografie di Richardson
condensano anche i profondi
cambiamenti strutturali che hanno
caratterizzato il campo della
fotografia di moda degli anni
Sessanta: gli abiti sono meno
importanti dell’idea che si vuole
esprimere o della personalità della
modella, il cui corpo giovane e
snello è molto diverso da quello
delle colleghe del periodo
precedente.Si abbandonano gli studi
per scattare in luoghi esotici o
borderline e le immagini raccontano
la sensualità con un’eleganza e
un’irriverenza mai viste prima.
L’atto stesso di fotografare è
vissuto in modo performativo e
radicale, affrontato anche in
situazioni rischiose come su
elicotteri in volo o su moto a tutta
velocità.
Come nel film di Antonioni, Blow
Up, la seduta fotografica si
trasforma in una performance,
un’esperienza di vita, che coinvolge
fotografo e modella e che, proprio
grazie alle potenzialità del mezzo,
riescono a dare vita a un evento
irripetibile di cui la traccia
fotografica conserva la memoria.
Eppure questo atteggiamento, che a
noi oggi risulta tra le esperienze
concettuali più interessanti che
coinvolgono il mezzo fotografico,
era difficile da comprendere per
molti «editor che vivevano nel
passato, ignari della rivoluzione
rock and shock degli anni Sessanta».
Come ricorda lo stesso Richardson,
quando giunse ad “Harper’s Bazaar”,
con Marvin Israel e Diana Vreeland,
la parola d’ordine era essere
originali. Il suo lavoro,
considerato troppo erotico, e quello
della collega Diana Arbus,
decisamente troppo “bizzarro”,
furono stroncati.
Gli anni Sessanta rappresentano un
decennio di transizione e di
profondi cambiamenti, anni
certamente difficili per gli artisti
che comprendevano l’inadeguatezza
dell’atteggiamento di chi guarda al
passato per cercare idee nuove,
senza rendersi conto che «la
nostalgia uccide la creatività».
Bellezza in questi anni fa rima
anche con naturalezza, nella
convinzione che lo stile non ha
nulla a che vedere con gli abiti e
con il trucco, ma con la
personalità, con il modo in cui li
indossi. Bob Richardson amava
circondarsi di donne meravigliose,
ma chiedeva sempre di fotografarle
senza trucco, e questo era un
ulteriore motivo di attrito con i
fashion editor che richiedevano foto
“divine”. Secondo l’artista, «quelli
che fanno il trucco e i capelli per
le sessioni di moda sono dei
deturpatori. Un’incantevole
ragazzina si presenta con i capelli
puliti e senza trucco e, dopo ore di
gossip e risatine, la stessa
incantevole ragazzina esce dal
camerino che sembra una drag queen.
E quando dico “no”. Togliete tutto o
non la fotografo. [...] Gli editor
non facevano che dire che quei
capelli straziati e quel trucco da
battona erano “divini”».
In questo modo, Bob Richardson ha
bandito il culto della donna
idealizzata, che era sempre stata
l’epicentro di ogni immagine di
moda, ridefinendo e interpretando la
bellezza moderna. Infatti,
nonostante la stanchezza che le
nuove generazioni dimostrano nei
confronti di codici estetici
considerati ormai superati e
opprimenti, il mito della bellezza
non sparisce in questi anni, ma
diventa espressione del suo tempo.
Esso acquista il significato di
«qualcosa che punge, che fa attrito
con il grumo di valori che venivano
liquidati come “borghesi”,
conformisti e troppo banali per
giovani che avevano la presunzione
di cambiare tutto». La bellezza in
questi anni convive perfettamente
con la droga, l’alcol, la
solitudine, la malinconia,
l’irrequietezza e l’eleganza, perché
proprio quando le contraddizioni
contemporanee si fanno più acute e
irrisolvibili «la bellezza riappare
come l’idea che rende visibili le
differenze senza distruggerle».
Molto insofferente nei confronti dei
critici che cercano di interpretare
il suo lavoro come erotico o
incentrato sul tema della morte, Bob
Richardson ha affermato: «ho sempre
fotografato la solitudine perché è
la mia vita». In questo senso credo
si possa interpretare il realismo di
questo artista che, nel contesto
impreparato della fotografia di
moda, si è spinto oltre i bordi del
dicibile, nei luoghi della
solitudine e della trasgressione che
hanno segnato innanzitutto la sua
vita e poi quella della generazione
di cui faceva parte. Nonostante
fosse affetto da una grave forma di
schizofrenia, appare perfettamente
lucido quando afferma: «proprio
perché ero pazzo e strafatto, sono
riuscito a fare delle foto che sono
delle icone». La sua mente, alla
continua ricerca di un equilibrio in
quello che certamente gli appariva
un mondo squilibrato, gli ha
permesso di concepire immagini
insolenti, ma profondamente
autentiche.
Simbolo del suo immaginario sono le
fotografie scattate ad Anjelica
Huston per Vogue Italia nel
1971. Sua compagna di vita per un
breve periodo, la giovanissima
modella incarnava pienamente lo
spirito di questi anni turbolenti.
Figlia del regista americano John
Huston e della ballerina italiana
Enrica Soma, Anjelica ha avuto una
vita da vera diva, costruendo la sua
carriera come modella e attrice di
successo e ricevendo diversi Oscar
per i suoi personaggi controversi.
La sua vita, tuttavia, fu segnata
dalla tragica e prematura morte
della madre in un incidente
stradale, quando aveva solo diciotto
anni. Da questo momento in poi si
chiuderà in sé stessa e
intraprenderà la carriera di
modella, posando per numerosi
fotografi, tra cui Richard Avedon,
Irvin Penn, David Bailey e Helmut
Newton. Gli scatti per Vogue
Italia, ritenuti tra i più belli
realizzati da Richardson, sono il
simbolo di un’epoca in cui si stava
affermando un modo di essere al di
là delle apparenze. In esse Anjelica
Huston, con il suo fisico longilineo
e statuario, gli occhi e i capelli
scuri, gli zigomi e il naso un po’
pronunciati, mostra una bellezza
fuori dai canoni che rivela il suo
carattere forte e determinato. Il
suo atteggiamento un po’ sfrontato e
disinvolto mentre aspira una
sigaretta, il cui fumo circonda il
suo bel viso, è sintomatico di
un’epoca irrequieta. Sono foto
raffinate e seducenti perché capaci
di raccontare la ruvidezza di una
generazione ribelle animata da
profonde contraddizioni.
Pertanto, le fotografie
inconfondibili e autenticamente
irriverenti di Bob Richardson
dimostrano che i grandi artisti di
quest’epoca, quelli cha hanno saputo
sfruttare la fortuna di esserenel
proprio tempo,hanno realizzato
immagini-icone perché, al di là
dell’indiscusso fascino delle
modelle fotografate, esse espongono
la forza e la fragilità di chi
credeva che «la verità su sé stessi
la si trova solo nudi e senza
maschera».
Riferimenti bibliografici:
Beyaert-Geslin A., I colori di
Place de la Republique, in P.
Basso, M.G. Dondero (a cura di),
Semiotica della fotografia,
Guaraldi, Rimini 2006
Marwick A., Storia sociale della
bellezza. Dal Cinquecento ai
giorninostri, Leonardo, s.l.
1989.
Molho R., Il futuro è già passato,
inA. Dethridge (a cura di), Gli
anni ’60. Le immagini al potere,
Mazzotta, Milano 1996.
Rella F., L’enigma della bellezza,
Feltrinelli, Milano 1991.
Richardson T. (a cura di), Bob
Richardson, Damiani, Bologna
2007.