[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 217 / GENNAIO 2026 (CCXLVIII)


arte

Il mondo in bianco e nero di Bob Richardson
Bellezza, irriverenza, fragilità
di Alessandra Olivares

 

La rivoluzione concettuale degli anni Sessanta

 

Gli anni Sessanta segnano l’inizio di un’epoca nuova per la storia della moda e della bellezza. Dalla fine degli anni Cinquanta, i numerosi e repentini cambiamenti economici, sociali, tecnologici e culturali comportano un passaggio dall’euforia alla problematicità, sostituendo, come sostiene Morin, al “mito della felicità” il “problema della felicità”. Le star del cinema cessano di essere simboli di perfezione, diventando testimoni di un malessere sempre più evidente.La prematura morte di James Dean e il suicidio di Marilyn Monroe sono due eventi tragici che segnano la fine della divinità-modello che, dagli anni Venti, aveva offerto al pubblico della cultura di massa uno spazio dorato in contrapposizione alla realtà decisamente meno attraente. Il cinema problematico degli anni Sessanta, invece, mette in scena infelicità e nevrosi rivelando il lato oscuro della vita dei divi che, fino a quel momento, erano stati gli abitanti di un Olimpo celeste. Federico Fellini in La dolce vita del 1960 presenta la desolazione, la povertà e la vanità di una vita apparentemente brillante e agiata. Ma è stata proprio la tragica fine di Marilyn Monroe che ha mostrato chiaramente il vuoto, il disagio e la solitudine di questa gloria terrena incarnata nel divismo. E così il divo si umanizza.

 

La rivoluzione culturale degli anni Sessanta è innanzitutto una rivoluzione concettuale che segna l’inizio della visione “moderna” della bellezza, come caratteristica autonoma e democratica. È proprio in questi anni che inizia ad affermarsi l’idea del pluralismo della bellezza. Agli standard estetici importati dalla cinematografia hollywoodiana, infatti, si sostituiscono una varietà di tipi di bellezza, tipici della cultura pop internazionale.

 

Negli anni Sessanta, inoltre, emerge con forza esplosiva il mito della giovinezza che si oppone ai valori della cultura borghese considerati soffocanti e conservatori. Durante gli anni del boom economico, per la prima volta, i giovani sono una realtà demografica e si identificano in un gruppo sociale, diventando il target di riferimento di nuovi consumi. Essi cercano di interpretare e dare una risposta agli ideali della controcultura di una generazione ribelle che non trovava «l’utilità delle convenzioni garbate che ignoravano la natura reale della bellezza e della bruttezza». Animati da una sensibilità e da un’attenzione diversa per la forma e le emozioni, i giovani degli anni Sessanta rivendicano la libertà delle scelte personali, sono molto attenti alla propria immagine, ma non ostentano un ideale di bellezza convenzionale, né ritenevano necessaria una moda che nascondesse imperfezioni o difetti.

 

In questo periodo in cui bellezza fa rima con giovinezza e dove l’idea di un unico stile che assecondasse una corretta visione di buon gusto diventa obsoleta, la moda ha vissuto uno dei momenti più ambigui della propria esistenza, «divisa tra la sua vocazione prima di distinguere le élites e il nuovo desiderio di vestire il numero maggiore di persone possibile». Mai come in questi anni la moda ha fatto suo il senso di libertà, leggerezza e ribellione che animava le giovani generazioni. I pantaloni stretti senza pieghe e a vita bassa, i jeans e la minigonna di Mary Quant sono sintomatici di un adattamento del sistema moda ad un clima culturale segnato da profondi cambiamenti. I giovani rivendicano con forza il diritto di vivere come vogliono e di gestire il proprio corpo come meglio credono, e tutto questo si riflette inequivocabilmente nella moda. Gli abiti non hanno più il compito di mascherare difetti o nascondere la bellezza naturale dei corpi, ma diventano strumento per affermare sé stessi e la propria singolare identità.

 

Icone indiscusse di questi anni sono Veruska, Twiggy, Penelope Tree, Jean Shrimpton e Donyale Luna, la prima modella di colore apparsa su “Harper’s Bazaar nel 1965. Con i loro visi precisi, spigolosi e impertinenti e i corpi esili, un po’ rigidi e disarticolati erano considerate belle. Se da una parte si continuavano a sognare le forme morbide e generose di Anita Ekberg o Marilyn Monroe, dall’altra l’immagine femminile si assottiglia e si avvicina sempre più a quella di una bambina o di una figura androgina. In un’epoca in cui il divismo fuoriesce dai limiti ristretti dell’attore cinematografico, si afferma sempre più la figura delle modelle fotografiche che, con stili molto differenti tra loro, hanno avuto il merito di diminuire il conformismo che ruotava intorno al concetto di bellezza.

 

Non è un caso che in questi anni quella del fotografo di moda era una delle professioni più ambite. La fotografia di moda, più di qualsiasi altro genere, vive e si alimenta proprio di quel mondo di sogni e figure mitiche che occupano l’immaginario collettivo. I maestri di questa inafferrabile ed enigmatica arte sono i grandi fotografi, tra cui Richard Avedon, Irving Penn, David Bailey, Bert Stern, Art Kane e Bob Richardson, solo per citarne alcuni, artefici del successo delle modelle, che hanno innalzato alla posizione di top model mondiali. Le visioni sofisticate, fantastiche, perfette, a volte glaciali e altre volte più umane che hanno concepito questi maghi dell’obiettivo, hanno segnato la storia di un decennio difficile da circoscrivere in poche righe. Si può solo provare a rievocarla attraverso le immagini che continuano a turbare i sentimenti di chi in esse riesce a scorgere i colori, la musica, i profumi, l’irrequietezza, la forza, la fragilità e il profondo senso della bellezza di una generazione che ha concentrato in un solo decennio lo spirito ribelle e innovativo che ha attraversato tutto il Novecento.

 

Il melodramma nella fotografia di Bob Richardson

 

Bob Richardson (1928-2005),padre del famoso Terry, uno dei più trasgressivi fotografi di moda contemporanei, ha dichiarato: «Nelle mie foto voglio ritrarre la realtà. Sesso, droga e rock’n roll: questo era ciò che stava accadendo e io facevo in modo che si realizzasse». Le immagini prive di colori di Richardson interpretano in modo elegante e irriverente al tempo stesso gli aspetti contraddittori di una generazione libera, ribelle e anticonformista. Da un punto di vista tecnico la scelta del bianco e nero è perfettamente coerente con la volontà di una rappresentazione “realistica”, dal momento che, come sosteneva Josef Albers, «il colore è il medium più relativo nell’arte [...]. Il bianco e nero [...] non è somigliante (poiché) non restituisce che una parte di ciò che l’occhio percepisce del mondo naturale [...] (Ma) la fotografia a colori sembra ancora meno fedele, perché modifica la relazione tra i colori e accentua l’intensità di alcuni». Lo stesso Richardson ha raccontato che trascorreva interi pomeriggi a sfogliare l’album di famiglia con le sue straordinarie fotografie in bianco e nero, i cui dettagli – abiti, scarpe e inquadrature – risultavano indimenticabili per chi come lui credeva che «il colore non è reale, è solo volgare».

 

Il mondo senza colori di Bob Richardson è, innanzitutto, l’espressione della mente labile di un uomo che ha avuto una vita molto turbolenta segnata dalla schizofrenia, da numerosi tentativi di suicidio, dal vagabondaggio e dalla povertà assoluta. Nonostante sia stato un fotografo brillante, audace e innovativo, è poco menzionato nella storiografia d’argomento. Probabilmente, proprio a causa del suo complicato percorso di vita, della sua abitudine di distruggere molte fotografie e del conflitto redazionale con un’editoria ritenuta ancora legata ai valori del passato, ha dato l’impressione di aver svolto una carriera breve e poco significativa. Tutt’altro, nonostante il suo carattere incostante, il suo anarchismo estetico e le continue tensioni con il fashion system, Bob Richardson ha scritto una pagina interessantissima della storia della fotografia contemporanea.

 

Tra gli anni Sessanta e Settanta è stato fotografo per le più autorevoli testate di moda internazionali, da French Vogue a Harper’s Bazaar. Animato dal desiderio di rappresentare ciò che accade nella vita reale e da sempre interessato alle relazioni umane complicate e tumultuose, «è stato uno dei primi fotografi a riconoscere che queste emozioni non erano estranee al mondo della moda degli anni Sessanta, ma al contrario erano vitali per esso». Ruth Ansel, art director di “Harper’s Bazaar” dal 1963 al 1971, ha affermato che Bob Richardson è stato il primo fotografo ad aver mostrato le reali e complesse emozioni delle donne. Avendo un’attitudine innata a rifiutare l’artificio, è sempre stato attratto da donne bellissime e inquiete. Jill Kennington, Donna Mitchell e Anjelica Huston sono alcune delle eroine con vite e sentimenti autentici che Richardson ha ritratto, icone di questo sguardo ribelle che ha fatto della bellezza il suo dio.

 

Avendo vissuto sulla propria pelle tutte le contraddizioni di una generazione che rivendicava la libertà di seguire le proprie inclinazioni senza sovrastrutture opprimenti, Bob Richardson ha trasferito nella sua arte l’immagine forte, radicale, ma anche piena di sentimento e solitudine di un’intera decade, segnando e innovando profondamente il contesto patinato della fotografia di moda, che difficilmente ammette debolezze e sbavature. La collega Deborah Turbeville, artista ugualmente rivoluzionaria, parlando di Richardson ha dichiarato che «il (suo) più grande contributo è stato il senso del dramma. Ha portato il melodramma nella fotografia di moda. (Le sue donne) erano indipendenti, depresse, piangevano, [...] assumevano droghe, litigavano con i loro amanti e vivevano le loro vite come un profondo dramma in un film di Antonioni». In un servizio realizzato per French Vogue nel 1967, ad esempio, Bob Richardson racconta l’idillio amoroso, la malinconia e le passioni più nascoste di una coppia di amanti. In una di queste immagini, la bellissima Donna Mitchell sta piangendo, in un’altra è sdraiata su una spiaggia rocciosa mentre il suo innamorato fa il bagno nudo davanti a lei. Le fotografie di Richardson condensano anche i profondi cambiamenti strutturali che hanno caratterizzato il campo della fotografia di moda degli anni Sessanta: gli abiti sono meno importanti dell’idea che si vuole esprimere o della personalità della modella, il cui corpo giovane e snello è molto diverso da quello delle colleghe del periodo precedente.Si abbandonano gli studi per scattare in luoghi esotici o borderline e le immagini raccontano la sensualità con un’eleganza e un’irriverenza mai viste prima. L’atto stesso di fotografare è vissuto in modo performativo e radicale, affrontato anche in situazioni rischiose come su elicotteri in volo o su moto a tutta velocità.

 

Come nel film di Antonioni, Blow Up, la seduta fotografica si trasforma in una performance, un’esperienza di vita, che coinvolge fotografo e modella e che, proprio grazie alle potenzialità del mezzo, riescono a dare vita a un evento irripetibile di cui la traccia fotografica conserva la memoria. Eppure questo atteggiamento, che a noi oggi risulta tra le esperienze concettuali più interessanti che coinvolgono il mezzo fotografico, era difficile da comprendere per molti «editor che vivevano nel passato, ignari della rivoluzione rock and shock degli anni Sessanta». Come ricorda lo stesso Richardson, quando giunse ad “Harper’s Bazaar”, con Marvin Israel e Diana Vreeland, la parola d’ordine era essere originali. Il suo lavoro, considerato troppo erotico, e quello della collega Diana Arbus, decisamente troppo “bizzarro”, furono stroncati.

 

Gli anni Sessanta rappresentano un decennio di transizione e di profondi cambiamenti, anni certamente difficili per gli artisti che comprendevano l’inadeguatezza dell’atteggiamento di chi guarda al passato per cercare idee nuove, senza rendersi conto che «la nostalgia uccide la creatività». Bellezza in questi anni fa rima anche con naturalezza, nella convinzione che lo stile non ha nulla a che vedere con gli abiti e con il trucco, ma con la personalità, con il modo in cui li indossi. Bob Richardson amava circondarsi di donne meravigliose, ma chiedeva sempre di fotografarle senza trucco, e questo era un ulteriore motivo di attrito con i fashion editor che richiedevano foto “divine”. Secondo l’artista, «quelli che fanno il trucco e i capelli per le sessioni di moda sono dei deturpatori. Un’incantevole ragazzina si presenta con i capelli puliti e senza trucco e, dopo ore di gossip e risatine, la stessa incantevole ragazzina esce dal camerino che sembra una drag queen. E quando dico “no”. Togliete tutto o non la fotografo. [...] Gli editor non facevano che dire che quei capelli straziati e quel trucco da battona erano “divini”».

 

In questo modo, Bob Richardson ha bandito il culto della donna idealizzata, che era sempre stata l’epicentro di ogni immagine di moda, ridefinendo e interpretando la bellezza moderna. Infatti, nonostante la stanchezza che le nuove generazioni dimostrano nei confronti di codici estetici considerati ormai superati e opprimenti, il mito della bellezza non sparisce in questi anni, ma diventa espressione del suo tempo. Esso acquista il significato di «qualcosa che punge, che fa attrito con il grumo di valori che venivano liquidati come “borghesi”, conformisti e troppo banali per giovani che avevano la presunzione di cambiare tutto». La bellezza in questi anni convive perfettamente con la droga, l’alcol, la solitudine, la malinconia, l’irrequietezza e l’eleganza, perché proprio quando le contraddizioni contemporanee si fanno più acute e irrisolvibili «la bellezza riappare come l’idea che rende visibili le differenze senza distruggerle».

 

Molto insofferente nei confronti dei critici che cercano di interpretare il suo lavoro come erotico o incentrato sul tema della morte, Bob Richardson ha affermato: «ho sempre fotografato la solitudine perché è la mia vita». In questo senso credo si possa interpretare il realismo di questo artista che, nel contesto impreparato della fotografia di moda, si è spinto oltre i bordi del dicibile, nei luoghi della solitudine e della trasgressione che hanno segnato innanzitutto la sua vita e poi quella della generazione di cui faceva parte. Nonostante fosse affetto da una grave forma di schizofrenia, appare perfettamente lucido quando afferma: «proprio perché ero pazzo e strafatto, sono riuscito a fare delle foto che sono delle icone». La sua mente, alla continua ricerca di un equilibrio in quello che certamente gli appariva un mondo squilibrato, gli ha permesso di concepire immagini insolenti, ma profondamente autentiche.

 

Simbolo del suo immaginario sono le fotografie scattate ad Anjelica Huston per Vogue Italia nel 1971. Sua compagna di vita per un breve periodo, la giovanissima modella incarnava pienamente lo spirito di questi anni turbolenti. Figlia del regista americano John Huston e della ballerina italiana Enrica Soma, Anjelica ha avuto una vita da vera diva, costruendo la sua carriera come modella e attrice di successo e ricevendo diversi Oscar per i suoi personaggi controversi. La sua vita, tuttavia, fu segnata dalla tragica e prematura morte della madre in un incidente stradale, quando aveva solo diciotto anni. Da questo momento in poi si chiuderà in sé stessa e intraprenderà la carriera di modella, posando per numerosi fotografi, tra cui Richard Avedon, Irvin Penn, David Bailey e Helmut Newton. Gli scatti per Vogue Italia, ritenuti tra i più belli realizzati da Richardson, sono il simbolo di un’epoca in cui si stava affermando un modo di essere al di là delle apparenze. In esse Anjelica Huston, con il suo fisico longilineo e statuario, gli occhi e i capelli scuri, gli zigomi e il naso un po’ pronunciati, mostra una bellezza fuori dai canoni che rivela il suo carattere forte e determinato. Il suo atteggiamento un po’ sfrontato e disinvolto mentre aspira una sigaretta, il cui fumo circonda il suo bel viso, è sintomatico di un’epoca irrequieta. Sono foto raffinate e seducenti perché capaci di raccontare la ruvidezza di una generazione ribelle animata da profonde contraddizioni.

 

Pertanto, le fotografie inconfondibili e autenticamente irriverenti di Bob Richardson dimostrano che i grandi artisti di quest’epoca, quelli cha hanno saputo sfruttare la fortuna di esserenel proprio tempo,hanno realizzato immagini-icone perché, al di là dell’indiscusso fascino delle modelle fotografate, esse espongono la forza e la fragilità di chi credeva che «la verità su sé stessi la si trova solo nudi e senza maschera».

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Beyaert-Geslin A., I colori di Place de la Republique, in P. Basso, M.G. Dondero (a cura di), Semiotica della fotografia, Guaraldi, Rimini 2006

Marwick A., Storia sociale della bellezza. Dal Cinquecento ai giorninostri, Leonardo, s.l. 1989.

Molho R., Il futuro è già passato, inA. Dethridge (a cura di), Gli anni ’60. Le immagini al potere, Mazzotta, Milano 1996.

Rella F., L’enigma della bellezza, Feltrinelli, Milano 1991.

Richardson T. (a cura di), Bob Richardson, Damiani, Bologna 2007.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]