[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


ambiente

LA BIGNONIA E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

La bignonia è un genere di piante perenni della famiglia delle Bignoniacee, appartenente alle Angiosperme e all’ordine delle Lemiales. Se ne riconoscono più specie, ognuna delle quali ha le proprie peculiarità. In passato al suo interno s’includevano molte più varietà, un tempo numerosissime, che attualmente sono ascritte ad altri generi.

Le bignonie sono piante rampicanti, spesso decidue o sempreverdi, dal fusto sarmentoso e flessibile. La loro caratteristica principale è la grande rapidità di crescita: possono infatti raggiungere i dieci metri d’altezza, arrampicandosi tramite viticci o cirri dotati di ventose. Se non la si tiene sotto controllo, questa pianta può diventare invadente. Uno dei suoi tratti distintivi è costituito dai fiori, che possono essere a forma tubolare o a campanula, dai colori sgargianti: di solito rosso, giallo e arancione. Il loro nettare è molto amato dagli insetti, come le api, e dagli uccelli, che svolgono anche la funzione di impollinatori.

Il frutto della bignonia è a capsula e contiene numerosi semi alati, conformati proprio per facilitarne la dispersione anemocora e, di conseguenza, la riproduzione. Questo vegetale è originario del continente americano, in particolare delle zone tropicali e subtropicali. Nello specifico, la sua ampia area geografica di provenienza parte dal Sud degli Stati Uniti, attraversa l’America Centrale e giunge a quella Meridionale, fino all’Argentina. In seguito, nel corso dei secoli, la pianta fu introdotta in altre parti del mondo.

In Europa, in particolare, questi vegetali giunsero durante il XVII e il XVIII secolo, trovando subito larga diffusione nei giardini aristocratici e botanici. Pertanto le bignonie, considerando i loro luoghi d’origine, sono piante tipiche di ambienti caldi e luminosi. Prediligono infatti esposizioni soleggiate, ma possono tollerare condizioni di mezz’ombra. Sopportano ottimali temperature elevate ma, seppure resistenti, risultano sensibili – talune specie più di altre – a basse temperature prolungate. Per sopravvivere non necessitano di molta acqua e tollerano abbastanza la siccità prolungata, sebbene alcune varietà siano a tali condizioni più vulnerabili rispetto ad altre, rischiando in questo modo di far seccare i propri fiori. Ciò nonostante, questi arbusti possono trovarsi in alcuni momenti della loro vita in difficoltà e addirittura appassire per il freddo o per l'arsura; tuttavia, le radici solitamente riescono sempre a sopravvivere per poi germogliare nuovamente la primavera successiva.

La capacità della bignonia di arrampicarsi le consente di competere efficacemente per la luce, un fattore cruciale negli ambienti boschivi, forestali e umidi che costituiscono il suo habitat naturale originario. La fioritura prolungata, che di solito dura da maggio a ottobre a seconda delle specie, contribuisce alla sua popolarità. La pianta è lievemente tossica per l’uomo: il contatto con la sua linfa può provocare dermatiti e irritazioni cutanee, l’ingestione anche accidentale dei frutti o di altre parti può causare disturbi gastrointestinali, e il contatto con il succo dei frutti procura gonfiori e arrossamenti della pelle. È bene quindi prestare attenzione nel maneggiarla. Per la maggior parte degli animali risulta essere moderatamente dannosa, ma per i gatti, in particolare, è assolutamente tossica.

Fu Carl Linnaeus, nel 1753, a descriverla formalmente per la prima volta, consolidando la nomenclatura botanica moderna. Fino al Settecento la si chiamava comunemente “tecoma”. Poi fu il botanico Joseph-Pitton de Tournefort a denominarla “bignonia” in onore di un suo coevo, Jean-Paul Bignon, illustre bibliotecario e oratore alla corte di Luigi XV, nonché figura ragguardevole della cultura francese dell’epoca.

Giunte in Europa, le bignonie si diffusero rapidamente grazie alla loro adattabilità e al valore estetico. Oggigiorno si utilizzano spesso per decorare spazi interni o esterni, per creare barriere vegetali o per coprire pergole e muri. Attualmente, tra le specie più popolari c’è la Bignonia capreolata, originaria del centro, sud ed est degli Stati Uniti. La sezione trasversale del suo fusto rivela un segno che ricorda la croce greca; questo elemento, nella lingua inglese, ha dato luogo al suo nome comune “cross vine”, cioè “vite incrociata”. Si tratta di una vigorosa specie rampicante legnosa che si sviluppa molto rapidamente tramite viticci ramificati con dischi adesivi, potendo raggiungere fino ai 10 metri di altezza.

Essa viene coltivata principalmente per i suoi fiori e per la sua capacità di ricoprire velocemente le strutture con un fogliame lussureggiante. Le foglie sono opposte, composte e bifogliate: ognuna di esse presenta una coppia di foglioline lanceolate ovali, oblunghe e dentellate di colore verde scuro lucido, divise da un viticcio ramificato. I rami terminano con dischi adesivi che si attaccano facilmente alle superfici. Il fogliame tende a rimanere sempreverde, ma talvolta in autunno cambia colore diventando rosso, prima della successiva caduta. In primavera compaiono grappoli ascellari con cime di fiori profumati dalla corolla lunga circa 4 o 5 cm, che termina con 5 lobi allargati a forma di tromba, color rosso-arancio. Ai fiori seguono capsule di semi verdastri, simili a baccelli, che maturano a fine estate e durano fino all’autunno. Questa pianta è resistente ma sensibile al freddo, e ama gli ambienti umidi e caldi. Gli esemplari adulti possono emettere polloni radicali che bisogna rimuovere se non si desidera che si diffondano ulteriormente.

Prima della scoperta dell’America, la bignonia in Europa era sconosciuta e, di conseguenza, priva di connotazioni simboliche. In seguito, quando gli europei iniziarono a interessarsene, acquisì subito una valenza positiva che è persistita nel tempo e giunge fino a oggi. In particolare nell’Ottocento, in Europa, non era insolito per i borghesi benestanti esprimere concetti complessi attraverso il linguaggio dei fiori. Questa abitudine aveva già prodotto alla fine del XVIII secolo una considerevole quantità di significati legati alla simbolica floreale, tornata poi in voga un secolo più tardi. A tal proposito alcuni autori dell’epoca, come Charlotte de La Tour nella sua opera Le langage des fleurs, associavano la bignonia ai simboli della perseveranza e della tenacia. Tale significato derivava dalla natura rampicante della pianta, capace di aggrapparsi con forza a muri e strutture e in grado di svilupparsi anche in condizioni difficili. Secondo altri autori ottocenteschi, invece, questo vegetale simboleggiava l’attaccamento affettivo e la fedeltà, probabilmente per analogia con il suo sviluppo avvolgente e continuo.

Inoltre, come faceva presente l'esperto Alfredo Cattabiani, nel linguaggio dei fiori regalare una bignonia significava augurare un'inattesa fortuna, ma anche confortare affettuosamente una persona. Lo studioso definiva la pianta, e soprattutto la specie Bignonia capreolata, una “cicala vegetale”. Riguardo a essa, infatti, diceva: “Se la si osserva bene nel silenzio, si ode il suono quasi impercettibile, un canto all’estate”. Nello specifico, la descriveva così: “Sul muro di cinta che divide il mio giardinetto dall’orto del monastero di San Bernardino, a Viterbo, nell’angolo dove batte il primo sole si arrampica una pianta che fiorisce tutta l’estate con i suoi numerosi fiori dal color rosso che trascolora nell’arancio, simili a minuscole trombette. È la bignonia (Bignonia capreolata) […]. D’inverno è spoglia e scheletrica, quasi a lamentare la vedovanza dal sole. A luglio, invece, è una cascata di fiori fiammeggianti che nella calura sembrano cantare insieme con le cicale della sottostante Vallecupa un inno di gioia a Elio. E, come le cicale durano il tempo di un’estate, così i suoi fiori, che si rinnovano freneticamente sotto il solleone, appassiscono rapidamente e cadono”.

Nella mitologia dell’Antica Grecia le Muse erano figlie di Zeus e Mnemosine (ovvero della Memoria) e, a partire dall’epoca classica, se ne riconoscono nove. Esse non erano considerate soltanto cantatrici divine, i cui cori e inni rallegravano gli dei, ma presiedevano al Pensiero sotto tutte le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica e astronomia. A questo proposito Cattabiani richiamava una leggenda moderna, ispirata a un mito platonico, secondo cui prima della nascita delle Muse le cicale erano uomini. Si raccontava che, quando le figlie di Zeus e Mnemosine comparvero sull’Olimpo, alcuni mortali furono così ammaliati dal loro canto da dimenticarsi di bere e di mangiare, morendo sfiniti. Da quegli uomini nacque la famiglia delle cicale, alle quali le Muse concessero il privilegio di cantare senza toccare cibo e di salire fino a loro per riferire chi le onori sulla terra.

Sempre secondo tale leggenda, alla morte le cicale si trasformerebbero per incanto nella pianta che più somiglia loro: la solare bignonia, la quale continua a cantare con la sua musica vegetale. Tali suoni sono percepibili soltanto dagli uomini con orecchie finissime e capaci di cogliere col cuore questo canto in onore del maestro delle Muse, Apollo-Elio, il cui plettro è il luminoso raggio solare. Sicché la bignonia è diventata uno dei fiori sacri al Sole, e non a caso fiorisce dal Solstizio d’Estate all’Equinozio d’Autunno. Come la cicala, dunque, essa rappresenta il simbolo della vita felice nella luce e nella bellezza. Viene inoltre considerata una pianta propizia per l’ispirazione di scrittori e artisti. Del resto, ciò è strettamente connesso alla narrazione della leggenda citata: non potrebbe essere altrimenti, dato che nell’esistenza precedente costoro hanno potuto, nelle sembianze di una cicala, salire fino al regno delle Muse.

Per gli indigeni americani la bignonia era utilizzata per decorazioni rituali e cerimoniali. Come notava ancora Cattabiani, la si riteneva propiziatrice di fortuna e prosperità, e la si coltivava accanto alla porta di casa. Ancora oggi alcune tribù di nativi americani addobbano con i suoi fiori rossi le chiese durante le cerimonie religiose, specialmente in occasione dei matrimoni. Inoltre negli Stati Uniti del Sud, durante il periodo coloniale, si diffuse l’usanza di utilizzarla come elemento decorativo dei giardini, facendone un simbolo di ospitalità e accoglienza. In breve, si può affermare che attualmente la bignonia sia un emblema positivo, di buon auspicio, di fortuna, felicità, successo, fama e prosperità. Inoltre, considerando le sue caratteristiche naturali, simboleggia la resistenza, la crescita personale, la resilienza e la bellezza che si sviluppa nel tempo, ma anche il fervore amoroso e la passione travolgente.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Biedermann, Hans, Enciclopedia dei Simboli, Garzanti Editore, Milano 1991.

Cattabiani, Alfredo, Florario, Mondadori Editore, Milano 2016.

Cattabiani, Alfredo, Il Lunario, Mondadori Editore, Milano 2002.

Grimal, Pierre, Enciclopedia della Mitologia Greca e Romana, Garzanti Editore, Milano 1999.

De La Tour, Charlotte, Le Langage des fleurs, Klincksieck Editore, Parigi 2023.

Leighton, Anne, Americans Gardens of the Ninteenth Century “For Comfort and Affluence”, University of Massachusetts Press, Amherst 1987.

Went, Fritzs W., e dai redattori di LIFE, Le Piante, Mondadori Editore, Milano 1965.

Seaton, Beverly, The Language of the Flowers: A History, University of Virginia Press, Charlottesville 2015.

RUBRICHE


attualità

ambiente

arte

filosofia & religione

storia & sport

turismo storico

 

PERIODI


contemporanea

moderna

medievale

antica

 

ARCHIVIO

 

COLLABORA


scrivi per instoria

 

 

 

 

PUBBLICA CON GBE


Archeologia e Storia

Architettura

Edizioni d’Arte

Libri fotografici

Poesia

Ristampe Anastatiche

Saggi inediti

.

catalogo

pubblica con noi

 

 

 

CERCA NEL SITO


cerca e premi tasto "invio"

 


by FreeFind

 

 


 

 

 

[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]