LA BIGNONIA E
LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E
USI
di Giulia Cesarini Argiroffo
La bignonia è un genere di piante
perenni della famiglia delle
Bignoniacee, appartenente alle
Angiosperme e all’ordine delle
Lemiales. Se ne riconoscono più
specie, ognuna delle quali ha le
proprie peculiarità. In passato al
suo interno s’includevano molte più
varietà, un tempo numerosissime, che
attualmente sono ascritte ad altri
generi.
Le bignonie sono piante rampicanti,
spesso decidue o sempreverdi, dal
fusto sarmentoso e flessibile. La
loro caratteristica principale è la
grande rapidità di crescita: possono
infatti raggiungere i dieci metri
d’altezza, arrampicandosi tramite
viticci o cirri dotati di ventose.
Se non la si tiene sotto controllo,
questa pianta può diventare
invadente. Uno dei suoi tratti
distintivi è costituito dai fiori,
che possono essere a forma tubolare
o a campanula, dai colori
sgargianti: di solito rosso, giallo
e arancione. Il loro nettare è molto
amato dagli insetti, come le api, e
dagli uccelli, che svolgono anche la
funzione di impollinatori.
Il frutto della bignonia è a capsula
e contiene numerosi semi alati,
conformati proprio per facilitarne
la dispersione anemocora e, di
conseguenza, la riproduzione. Questo
vegetale è originario del continente
americano, in particolare delle zone
tropicali e subtropicali. Nello
specifico, la sua ampia area
geografica di provenienza parte dal
Sud degli Stati Uniti, attraversa
l’America Centrale e giunge a quella
Meridionale, fino all’Argentina. In
seguito, nel corso dei secoli, la
pianta fu introdotta in altre parti
del mondo.
In Europa, in particolare, questi
vegetali giunsero durante il XVII e
il XVIII secolo, trovando subito
larga diffusione nei giardini
aristocratici e botanici. Pertanto
le bignonie, considerando i loro
luoghi d’origine, sono piante
tipiche di ambienti caldi e
luminosi. Prediligono infatti
esposizioni soleggiate, ma possono
tollerare condizioni di mezz’ombra.
Sopportano ottimali temperature
elevate ma, seppure resistenti,
risultano sensibili – talune specie
più di altre – a basse temperature
prolungate. Per sopravvivere non
necessitano di molta acqua e
tollerano abbastanza la siccità
prolungata, sebbene alcune varietà
siano a tali condizioni più
vulnerabili rispetto ad altre,
rischiando in questo modo di far
seccare i propri fiori. Ciò
nonostante, questi arbusti possono
trovarsi in alcuni momenti della
loro vita in difficoltà e
addirittura appassire per il freddo
o per l'arsura; tuttavia, le radici
solitamente riescono sempre a
sopravvivere per poi germogliare
nuovamente la primavera successiva.
La capacità della bignonia di
arrampicarsi le consente di
competere efficacemente per la luce,
un fattore cruciale negli ambienti
boschivi, forestali e umidi che
costituiscono il suo habitat
naturale originario. La fioritura
prolungata, che di solito dura da
maggio a ottobre a seconda delle
specie, contribuisce alla sua
popolarità. La pianta è lievemente
tossica per l’uomo: il contatto con
la sua linfa può provocare dermatiti
e irritazioni cutanee, l’ingestione
anche accidentale dei frutti o di
altre parti può causare disturbi
gastrointestinali, e il contatto con
il succo dei frutti procura gonfiori
e arrossamenti della pelle. È bene
quindi prestare attenzione nel
maneggiarla. Per la maggior parte
degli animali risulta essere
moderatamente dannosa, ma per i
gatti, in particolare, è
assolutamente tossica.
Fu Carl Linnaeus, nel 1753, a
descriverla formalmente per la prima
volta, consolidando la nomenclatura
botanica moderna. Fino al Settecento
la si chiamava comunemente “tecoma”.
Poi fu il botanico Joseph-Pitton de
Tournefort a denominarla “bignonia”
in onore di un suo coevo, Jean-Paul
Bignon, illustre bibliotecario e
oratore alla corte di Luigi XV,
nonché figura ragguardevole della
cultura francese dell’epoca.
Giunte in Europa, le bignonie si
diffusero rapidamente grazie alla
loro adattabilità e al valore
estetico. Oggigiorno si utilizzano
spesso per decorare spazi interni o
esterni, per creare barriere
vegetali o per coprire pergole e
muri. Attualmente, tra le specie più
popolari c’è la
Bignonia capreolata, originaria
del centro, sud ed est degli Stati
Uniti. La sezione trasversale del
suo fusto rivela un segno che
ricorda la croce greca; questo
elemento, nella lingua inglese, ha
dato luogo al suo nome comune “cross
vine”, cioè “vite incrociata”. Si
tratta di una vigorosa specie
rampicante legnosa che si sviluppa
molto rapidamente tramite viticci
ramificati con dischi adesivi,
potendo raggiungere fino ai 10 metri
di altezza.
Essa viene coltivata principalmente
per i suoi fiori e per la sua
capacità di ricoprire velocemente le
strutture con un fogliame
lussureggiante. Le foglie sono
opposte, composte e bifogliate:
ognuna di esse presenta una coppia
di foglioline lanceolate ovali,
oblunghe e dentellate di colore
verde scuro lucido, divise da un
viticcio ramificato. I rami
terminano con dischi adesivi che si
attaccano facilmente alle superfici.
Il fogliame tende a rimanere
sempreverde, ma talvolta in autunno
cambia colore diventando rosso,
prima della successiva caduta. In
primavera compaiono grappoli
ascellari con cime di fiori
profumati dalla corolla lunga circa
4 o 5 cm, che termina con 5 lobi
allargati a forma di tromba, color
rosso-arancio. Ai fiori seguono
capsule di semi verdastri, simili a
baccelli, che maturano a fine estate
e durano fino all’autunno. Questa
pianta è resistente ma sensibile al
freddo, e ama gli ambienti umidi e
caldi. Gli esemplari adulti possono
emettere polloni radicali che
bisogna rimuovere se non si desidera
che si diffondano ulteriormente.
Prima della scoperta dell’America,
la bignonia in Europa era
sconosciuta e, di conseguenza, priva
di connotazioni simboliche. In
seguito, quando gli europei
iniziarono a interessarsene, acquisì
subito una valenza positiva che è
persistita nel tempo e giunge fino a
oggi. In particolare nell’Ottocento,
in Europa, non era insolito per i
borghesi benestanti esprimere
concetti complessi attraverso il
linguaggio dei fiori. Questa
abitudine aveva già prodotto alla
fine del XVIII secolo una
considerevole quantità di
significati legati alla simbolica
floreale, tornata poi in voga un
secolo più tardi. A tal proposito
alcuni autori dell’epoca, come
Charlotte de La Tour nella sua opera
Le langage des fleurs,
associavano la bignonia ai simboli
della perseveranza e della tenacia.
Tale significato derivava dalla
natura rampicante della pianta,
capace di aggrapparsi con forza a
muri e strutture e in grado di
svilupparsi anche in condizioni
difficili. Secondo altri autori
ottocenteschi, invece, questo
vegetale simboleggiava
l’attaccamento affettivo e la
fedeltà, probabilmente per analogia
con il suo sviluppo avvolgente e
continuo.
Inoltre, come faceva presente
l'esperto Alfredo Cattabiani, nel
linguaggio dei fiori regalare una
bignonia significava augurare
un'inattesa fortuna, ma anche
confortare affettuosamente una
persona. Lo studioso definiva la
pianta, e soprattutto la specie
Bignonia capreolata, una “cicala
vegetale”. Riguardo a essa, infatti,
diceva: “Se la si osserva bene nel
silenzio, si ode il suono quasi
impercettibile, un canto
all’estate”. Nello specifico, la
descriveva così: “Sul muro di cinta
che divide il mio giardinetto
dall’orto del monastero di San
Bernardino, a Viterbo, nell’angolo
dove batte il primo sole si
arrampica una pianta che fiorisce
tutta l’estate con i suoi numerosi
fiori dal color rosso che trascolora
nell’arancio, simili a minuscole
trombette. È la bignonia (Bignonia
capreolata) […]. D’inverno è
spoglia e scheletrica, quasi a
lamentare la vedovanza dal sole. A
luglio, invece, è una cascata di
fiori fiammeggianti che nella calura
sembrano cantare insieme con le
cicale della sottostante Vallecupa
un inno di gioia a Elio. E, come le
cicale durano il tempo di un’estate,
così i suoi fiori, che si rinnovano
freneticamente sotto il solleone,
appassiscono rapidamente e cadono”.
Nella mitologia dell’Antica Grecia
le Muse erano figlie di Zeus e
Mnemosine (ovvero della Memoria) e,
a partire dall’epoca classica, se ne
riconoscono nove. Esse non erano
considerate soltanto cantatrici
divine, i cui cori e inni
rallegravano gli dei, ma
presiedevano al Pensiero sotto tutte
le sue forme: eloquenza,
persuasione, saggezza, storia,
matematica e astronomia. A questo
proposito Cattabiani richiamava una
leggenda moderna, ispirata a un mito
platonico, secondo cui prima della
nascita delle Muse le cicale erano
uomini. Si raccontava che, quando le
figlie di Zeus e Mnemosine
comparvero sull’Olimpo, alcuni
mortali furono così ammaliati dal
loro canto da dimenticarsi di bere e
di mangiare, morendo sfiniti. Da
quegli uomini nacque la famiglia
delle cicale, alle quali le Muse
concessero il privilegio di cantare
senza toccare cibo e di salire fino
a loro per riferire chi le onori
sulla terra.
Sempre secondo tale leggenda, alla
morte le cicale si trasformerebbero
per incanto nella pianta che più
somiglia loro: la solare bignonia,
la quale continua a cantare con la
sua musica vegetale. Tali suoni sono
percepibili soltanto dagli uomini
con orecchie finissime e capaci di
cogliere col cuore questo canto in
onore del maestro delle Muse,
Apollo-Elio, il cui plettro è il
luminoso raggio solare. Sicché la
bignonia è diventata uno dei fiori
sacri al Sole, e non a caso fiorisce
dal Solstizio d’Estate all’Equinozio
d’Autunno. Come la cicala, dunque,
essa rappresenta il simbolo della
vita felice nella luce e nella
bellezza. Viene inoltre considerata
una pianta propizia per
l’ispirazione di scrittori e
artisti. Del resto, ciò è
strettamente connesso alla
narrazione della leggenda citata:
non potrebbe essere altrimenti, dato
che nell’esistenza precedente
costoro hanno potuto, nelle
sembianze di una cicala, salire fino
al regno delle Muse.
Per gli indigeni americani la
bignonia era utilizzata per
decorazioni rituali e cerimoniali.
Come notava ancora Cattabiani, la si
riteneva propiziatrice di fortuna e
prosperità, e la si coltivava
accanto alla porta di casa. Ancora
oggi alcune tribù di nativi
americani addobbano con i suoi fiori
rossi le chiese durante le cerimonie
religiose, specialmente in occasione
dei matrimoni. Inoltre negli Stati
Uniti del Sud, durante il periodo
coloniale, si diffuse l’usanza di
utilizzarla come elemento decorativo
dei giardini, facendone un simbolo
di ospitalità e accoglienza. In
breve, si può affermare che
attualmente la bignonia sia un
emblema positivo, di buon auspicio,
di fortuna, felicità, successo, fama
e prosperità. Inoltre, considerando
le sue caratteristiche naturali,
simboleggia la resistenza, la
crescita personale, la resilienza e
la bellezza che si sviluppa nel
tempo, ma anche il fervore amoroso e
la passione travolgente.
Riferimenti bibliografici:
Biedermann, Hans, Enciclopedia
dei Simboli, Garzanti Editore,
Milano 1991.
Cattabiani, Alfredo, Florario,
Mondadori Editore, Milano 2016.
Cattabiani, Alfredo, Il Lunario,
Mondadori Editore, Milano 2002.
Grimal, Pierre, Enciclopedia
della Mitologia Greca e Romana,
Garzanti Editore, Milano 1999.
De La Tour, Charlotte, Le Langage
des fleurs, Klincksieck Editore,
Parigi 2023.
Leighton, Anne, Americans Gardens
of the Ninteenth Century “For
Comfort and Affluence”,
University of Massachusetts Press,
Amherst 1987.
Went, Fritzs W., e dai redattori di
LIFE, Le Piante, Mondadori
Editore, Milano 1965.
Seaton,
Beverly, The Language of the
Flowers: A History, University
of Virginia Press, Charlottesville
2015.