[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 220 / APRILE 2026 (CCLI)


attualità

Berehynia, Le donne di Kyiv

LE DUE UCRAINE, tra Memoria, resistenza e identità femminile

di Leila Tavi

Nel documentario Berehynia – Le donne di Kyiv, ideato da Andrea Oreni e diretto da Vito Robbiani, selezionato per la XIX edizione de "I Tulipani di Seta Nera", non è un narratore esterno a guidare lo spettatore, ma delle testimoni particolari: le redattrici di Elle Ukraine.

Questo gruppo di giovani donne, forti e coraggiose, introduce lo spettatore nelle storie di vita e di resistenza che attraversano la capitale ucraina, tesse il filo del racconto, dà forma a una narrazione che si sviluppa attraverso voci femminili immerse nella quotidianità della guerra lontano dal fronte. Il loro sguardo non è neutro, né distaccato: è interno, coinvolto, situato. È uno sguardo che nasce dal lavoro, dalla scrittura, dalla necessità di continuare a raccontare e a creare anche mentre il Paese è attraversato dal conflitto.

Attraverso il loro sguardo emerge con chiarezza un messaggio: l’esistenza di due Ucraine che coesistono nello stesso spazio. Da una parte il fronte, dove si combatte; dall’altra Kyiv, dove si continua a vivere, lavorare, crescere, ma in una condizione di esposizione costante alla guerra.

Non può esistere una posizione intermedia. O si è con l’esercito, o si è per l’esercito.

Le donne raccontate nel documentario incarnano questa seconda dimensione: non combattono in prima linea, ma sostengono, documentano e mantengono in vita la struttura sociale del Paese.

Il cuore del documentario è rappresentato dalle donne, come soggetti attivi della resistenza civile, non come vittime passive e compassionevoli. Molte di loro lavorano, organizzano, raccontano. La loro arma principale è la parola.

Corpo, paura, vulnerabilità. Il documentario non evita di affrontare le dimensioni più intime e traumatiche dell’esperienza femminile in guerra. La paura di partorire sotto le bombe. La paura dell’occupazione e della violenza. La paura di perdere una persona amata al fronte.

Queste paure non sono astratte, ma concrete, quotidiane. Le giovani donne di Kyiv vivono in una condizione di tensione costante, in cui il pensiero della morte è sempre presente. Anche il corpo riflette questa condizione: capelli che diventano bianchi precocemente, segni visibili dello stress e della paura.

Il ruolo di Elle Ukraine diventa così centrale nell’incoraggiare le donne a continuare a vivere e a sperare. Nato come magazine di moda, raccoglie la legacy della versione originale francese, che fu fondata a Parigi alla fine della Seconda guerra mondiale per raccontare storie di ricostruzione, non soltanto architettonica e urbana, ma di ritorno alla creazione artistica e alla vita culturale. Il progetto editoriale assume in Ucraina durante la guerra una funzione diversa: la moda diventa linguaggio politico, veicolo d’identità, strumento di narrazione della guerra.

Le redattrici di Elle Ukraine danno spazio a chi combatte, a chi è impegnato nel volontariato, a chi resiste nella vita quotidiana. Le immagini, i testi, i motivi visivi riflettono il dolore, ma anche la volontà di affermazione nazionale. In questo senso, la parola diventa un’arma, come strumento di costruzione di senso, di trasmissione di esperienza, di apertura verso l’esterno. La moda diventa veicolo di identità nazionale, strumento di comunicazione della sofferenza collettiva, linguaggio di resilienza. Attraverso immagini, testi e simboli, Elle Ukraine costruisce una narrazione che supera i confini nazionali e raggiunge il pubblico internazionale.

Kyiv appare come uno spazio attraversato da contrasti continui. Il paesaggio urbano, apparentemente calmo e assolato, è costantemente segnato da elementi di discontinuità: droni che sorvolano la città di giorno e soprattutto di notte, sirene, checkpoint, edifici danneggiati, coprifuoco.

La vita quotidiana prosegue: si lavora, si fanno acquisti, si mantengono relazioni sociali. Ma questa normalità è fragile, illusoria. Può essere interrotta in qualsiasi momento da una notifica sul telefono, da un messaggio dal fronte che annuncia la morte di una persona cara, oppure può iniziare con un funerale prima di recarsi al lavoro. La guerra e la morte entrano così nella vita quotidiana in modo diretto, immediato, senza mediazioni.

Uno degli aspetti più significativi messi in luce dal documentario attraverso il racconto di una redattrice di Elle è l’esperienza dei bambini. A Kyiv, i più piccoli hanno imparato a riconoscere il suono dei missili balistici, a distinguere i diversi sistemi d’arma, a conoscere i nomi dei carri armati. È una competenza anomala per l’età, che dovrebbe appartenere soltanto ai soldati o ai cronisti di guerra e che invece diventa sapere comune dell’infanzia. I bambini giocano con carri armati di legno, venduti nei mercati, sulle bancarelle ai margini delle strade: oggetti semplici in apparenza, che hanno la funzione di tradurre la guerra in forma tangibile, trasformandola in un elemento della cultura materiale quotidiana.

Questi giochi assumono un significato che va oltre la funzione tradizionale del giocattolo. Inseriscono la guerra nello spazio dell’infanzia, rendendola parte dell’ambiente quotidiano in cui i bambini crescono. Lo spazio ludico è così attraversato dal conflitto e trasformato: ciò che in altri contesti resta eccezionale, qui entra nella normalità dell’esperienza. I carri armati di legno, le miniature militari, gli oggetti venduti nei mercati o sulle bancarelle diventano strumenti attraverso cui i bambini elaborano una realtà che li circonda costantemente.

La conoscenza che maturano nasce dall’esperienza diretta. È una familiarità costruita sull’ascolto continuo delle esplosioni, sull’abitudine ai rifugi, sulla scomparsa di un confine netto tra il fuori e il dentro, tra lo spazio domestico e quello del pericolo. La guerra non è appresa per immagini filtrate o per mediazioni simboliche, ma attraverso la presenza fisica e persistente del rischio, che accompagna la vita quotidiana.

In questo contesto l’infanzia appare profondamente ridefinita. Non più come spazio protetto e separato dal mondo adulto, ma come luogo di esposizione diretta al conflitto. I bambini crescono in un ambiente in cui la violenza non interrompe la normalità, bensì la struttura. L’infanzia non scompare, ma viene forzatamente trasformata: si accorcia, si irrigidisce, si carica di competenze improprie per l’età. Riconoscere il suono di un missile o il profilo di un carro armato diventa parte di un sapere necessario alla sopravvivenza. Il documentario restituisce così un’immagine inquietante ma essenziale: quella di un’infanzia che continua a esistere, privata però della sua promessa fondamentale di protezione. Questa conoscenza non è astratta, né mediata da immagini virtuali. Non è un videogioco. È parte integrante della loro crescita.

Il documentario utilizza anche elementi simbolici e materiali per raccontare la guerra. La stessa Berehynia (Берегиня), citata nel titolo, è una figura chiave del folclore e dell’immaginario culturale ucraino. Uno spirito protettore femminile, legata alla vita, alla fertilità, alla casa e alla comunità. Il nome deriva dal verbo ucraino berehty (берегти), che significa proteggere, custodire. La Berehynia difendeva la comunità da spiriti maligni, malattie e disgrazie naturali. Nella tradizione la Berehynia era associata alla protezione di donne, bambini e raccolti. Era associata all’acqua dolce (fiumi, sorgenti, rive), come forza generatrice e purificatrice. Dopo l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, la Berehynia è diventata anche un simbolo nazionale moderno. A Kyiv, in Piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezaležnosti), luogo della protesta nota come Euromaidan tra il novembre 2013 e il febbraio 2014, c’è una statua che la rappresenta.

Anche la figura della kikimora (Кікімора), personaggio del folclore slavo orientale, ha un ruolo nella resistenza ucraina. Si tratta di uno spirito legato all’abitazione, spesso invisibile, che aiutava nelle faccende domestiche, reinterpretata in chiave contemporanea come simbolo protettivo, durante il conflitto. È il nome dato a un mantello mimetico che le volontarie cuciono per chi è al fronte. Questo mantello è ispirato soprattutto alla Kikimora selvatica, spirito che attirava le persone nelle paludi o nei boschi, faceva perdere l’orientamento, imitava voci umane per ingannare i viandanti, proteggeva luoghi pericolosi o “proibiti”. Una figura ambivalente della tradizione slava, che proteggeva chi viveva nel rispetto dell’ordine domestico e puniva chi ne rompeva l’equilibrio. Il mantello dei soldati li può coprire da capo a piedi e farli mimetizzare con il fogliame. Al suo interno c’è una tasca segreta, dove le volontarie inseriscono dei piccoli amuleti, dei biglietti scritti da anziani per infondere coraggio o dei disegni di bambini.

Il documentario richiama anche episodi concreti di violenza, come quello del villaggio di Yahidne (Ягідне), nell’oblast di Černihiv (Чернігів), occupato nel marzo 2022 per ventisette giorni. Qui circa trecento abitanti del villaggio sono stati costretti a vivere durante l’occupazione, fino alla liberazione, in uno spazio sotterraneo di soli duecento metri quadrati, in condizioni estreme: sovraffollamento, mancanza di luce, freddo, umidità, presenza di corpi senza vita. Le gambe si gonfiavano per la mancanza di movimento. La pelle si squamava per la disidratazione e, lacera e infiammata, lasciava spazio alle infezioni. L’unico momento in cui i soldati russi accendevano la luce era per far leggere le false notizie pubblicate dalla Komsomol’skaja Pravda (Комсомольская правда), quotidiano di propaganda del regime russo, sugli sviluppi della guerra per convincere i prigionieri a giurare fedeltà alla nazione russa.

Le testimonianze raccolte dagli abitanti indicano la presenza di unità russe, in alcuni casi ricondotte a reparti provenienti dalla Buriazia (Бурятия), anche se la composizione esatta delle forze coinvolte nell’occupazione non è sempre documentata in modo univoco.

La memoria di questi eventi si intreccia con quella di luoghi come Lukašivka (Лукашівська), un altro villaggio dell’oblast di Černihiv distrutto dalla furia dell’esercito russo. Lì ha avuto luogo un importante combattimento il 9 marzo 2022. Poco più di cento soldati ucraini hanno resistito per ore a forze russe superiori per numero ed equipaggiamento, rallentando l’avanzata verso Černihiv e Kyiv. Il villaggio è stato bombardato con artiglieria, sistemi Grad e carri armati. Trentadue case sono state rase al suolo e tutte le altre gravemente danneggiate, mentre le infrastrutture agricole sono state distrutte.

Durante l’occupazione la popolazione civile è stata costretta a vivere per settimane nei sotterranei, senza acqua, luce o riscaldamento. Le abitazioni sono state saccheggiate in modo sistematico; ci sono state torture e uccisioni di civili, il bestiame è stato sterminato, i campi minati e le strade mantenute sotto tiro. La chiesa del villaggio, detta dell’Ascensione (Вознесенська церква), è stata trasformata in deposito di munizioni e posizione militare; nel suo perimetro ci sono state esecuzioni. Il 31 marzo 2022 l’esercito ucraino ha liberato il villaggio, che è da allora in fase di ricostruzione. Molti sono i volontari che arrivano da Kyiv per aiutare gli abitanti del villaggio a ritornare alla normalità. Nel documentario si vede una cicogna che ha nidificato e sfama i suoi piccoli, segno di fertilità e di buon auspicio per il villaggio che riprende a vivere.

Una delle immagini finali del documentario è ambientata nel museo Khanenko di Kyiv (Національний музей мистецтв імені Богдана та Варвари Ханенків). Le sale appaiono vuote: le opere sono state rimosse per proteggerle dai bombardamenti. Restano le targhette, le ombre sulle pareti, le tracce di ciò che non c’è più. L’assenza diventa così una forma di presenza. La memoria dell’arte sopravvive nella sua sottrazione.

Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022 il Museo Khanenko custodiva una delle più importanti collezioni d’arte in Ucraina: opere di arte europea, asiatica e antica (tra cui dipinti di Rubens, Zurbarán, sculture antiche, iconografia bizantina, arte cinese e giapponese). Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione su larga scala, il museo ha chiuso immediatamente al pubblico e ha smontato l’intera collezione permanente, mettendola in sicurezza in luoghi protetti. Da allora, la collezione principale non è esposta, per motivi di tutela, ma il museo accoglie ora i visitatori con testimonianze della resistenza del popolo ucraino all’invasione, mostre di arte contemporanea site-specific nelle sale vuote, progetti interdisciplinari e iniziative culturali che fanno riflettere sulla guerra, sulla perdita e sulla fragilità del patrimonio artistico e culturale di una nazione. Nel 2025 il museo ha ricevuto il prestigioso Project of Influence Award per la resilienza culturale in tempo di guerra, con una motivazione che sottolinea la capacità di trasformare sale vuote e collezioni assenti in uno spazio di cura, solidarietà e resistenza simbolica.

Il documentario costruisce così una riflessione complessa sul ruolo delle donne come forma di soft power. Una forma di forza non militare, che si manifesta attraverso la capacità di mantenere coesione sociale, trasmettere memoria e costruire narrazione. Le donne di Kyiv vivono e resistono per sé stesse, per i loro affetti, ma anche per coloro che la guerra ha cancellato.

In questo senso, Berehynia – Le donne di Kyiv non è un documentario sulla guerra, ma un’indagine sulla capacità delle società di sopravvivere al conflitto attraverso le proprie componenti più fragili e allo stesso tempo più resilienti.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]