Berehynia, Le donne di
Kyiv
LE DUE UCRAINE, tra Memoria, resistenza
e
identità
femminile
di
Leila Tavi
Nel documentario
Berehynia – Le donne di Kyiv,
ideato da Andrea Oreni e diretto da
Vito Robbiani, selezionato per la
XIX edizione de "I
Tulipani di Seta Nera", non è un
narratore esterno a guidare lo
spettatore, ma delle testimoni
particolari: le redattrici di
Elle Ukraine.
Questo gruppo di giovani donne,
forti e coraggiose, introduce lo
spettatore nelle storie di vita e di
resistenza che attraversano la
capitale ucraina, tesse il filo del
racconto, dà forma a una narrazione
che si sviluppa attraverso voci
femminili immerse nella quotidianità
della guerra lontano dal fronte. Il
loro sguardo non è neutro, né
distaccato: è interno, coinvolto,
situato. È uno sguardo che nasce dal
lavoro, dalla scrittura, dalla
necessità di continuare a raccontare
e a creare anche mentre il Paese è
attraversato dal conflitto.
Attraverso il loro sguardo emerge
con chiarezza un messaggio:
l’esistenza di due Ucraine che
coesistono nello stesso spazio. Da
una parte il fronte, dove si
combatte; dall’altra Kyiv, dove si
continua a vivere, lavorare,
crescere, ma in una condizione di
esposizione costante alla guerra.
Non può esistere una posizione
intermedia.
O si è con l’esercito, o si è per
l’esercito.
Le donne raccontate nel documentario
incarnano questa seconda dimensione:
non combattono in prima linea, ma
sostengono, documentano e mantengono
in vita la struttura sociale del
Paese.
Il cuore del documentario è
rappresentato dalle donne, come
soggetti attivi della resistenza
civile, non come vittime passive e
compassionevoli. Molte di loro
lavorano, organizzano, raccontano.
La loro arma principale è la parola.
Corpo, paura, vulnerabilità. Il
documentario non evita di affrontare
le dimensioni più intime e
traumatiche dell’esperienza
femminile in guerra. La paura di
partorire sotto le bombe. La paura
dell’occupazione e della violenza.
La paura di perdere una persona
amata al fronte.
Queste paure non sono astratte, ma
concrete, quotidiane. Le giovani
donne di Kyiv vivono in una
condizione di tensione costante, in
cui il pensiero della morte è sempre
presente. Anche il corpo riflette
questa condizione: capelli che
diventano bianchi precocemente,
segni visibili dello stress e della
paura.
Il ruolo di
Elle Ukraine diventa così
centrale nell’incoraggiare le donne
a continuare a vivere e a sperare.
Nato come magazine di moda,
raccoglie la
legacy della versione originale
francese, che fu fondata a Parigi
alla fine della Seconda guerra
mondiale per raccontare storie di
ricostruzione, non soltanto
architettonica e urbana, ma di
ritorno alla creazione artistica e
alla vita culturale. Il progetto
editoriale assume in Ucraina durante
la guerra una funzione diversa: la
moda diventa linguaggio politico,
veicolo d’identità, strumento di
narrazione della guerra.
Le redattrici di Elle Ukraine danno
spazio a chi combatte, a chi è
impegnato nel volontariato, a chi
resiste nella vita quotidiana. Le
immagini, i testi, i motivi visivi
riflettono il dolore, ma anche la
volontà di affermazione nazionale.
In questo senso, la parola diventa
un’arma, come strumento di
costruzione di senso, di
trasmissione di esperienza, di
apertura verso l’esterno. La moda
diventa veicolo di identità
nazionale, strumento di
comunicazione della sofferenza
collettiva, linguaggio di
resilienza. Attraverso immagini,
testi e simboli, Elle Ukraine
costruisce una narrazione che supera
i confini nazionali e raggiunge il
pubblico internazionale.
Kyiv appare come uno spazio
attraversato da contrasti continui.
Il paesaggio urbano, apparentemente
calmo e assolato, è costantemente
segnato da elementi di
discontinuità: droni che sorvolano
la città di giorno e soprattutto di
notte, sirene, checkpoint, edifici
danneggiati, coprifuoco.
La vita quotidiana prosegue: si
lavora, si fanno acquisti, si
mantengono relazioni sociali. Ma
questa normalità è fragile,
illusoria. Può essere interrotta in
qualsiasi momento da una notifica
sul telefono, da un messaggio dal
fronte che annuncia la morte di una
persona cara, oppure può iniziare
con un funerale prima di recarsi al
lavoro. La guerra e la morte entrano
così nella vita quotidiana in modo
diretto, immediato, senza
mediazioni.
Uno degli aspetti più significativi
messi in luce dal documentario
attraverso il racconto di una
redattrice di Elle è l’esperienza
dei bambini. A Kyiv, i più piccoli
hanno imparato a riconoscere il
suono dei missili balistici, a
distinguere i diversi sistemi
d’arma, a conoscere i nomi dei carri
armati. È una competenza anomala per
l’età, che dovrebbe appartenere
soltanto ai soldati o ai cronisti di
guerra e che invece diventa sapere
comune dell’infanzia. I bambini
giocano con carri armati di legno,
venduti nei mercati, sulle
bancarelle ai margini delle strade:
oggetti semplici in apparenza, che
hanno la funzione di tradurre la
guerra in forma tangibile,
trasformandola in un elemento della
cultura materiale quotidiana.
Questi giochi assumono un
significato che va oltre la funzione
tradizionale del giocattolo.
Inseriscono la guerra nello spazio
dell’infanzia, rendendola parte
dell’ambiente quotidiano in cui i
bambini crescono. Lo spazio ludico è
così attraversato dal conflitto e
trasformato: ciò che in altri
contesti resta eccezionale, qui
entra nella normalità
dell’esperienza. I carri armati di
legno, le miniature militari, gli
oggetti venduti nei mercati o sulle
bancarelle diventano strumenti
attraverso cui i bambini elaborano
una realtà che li circonda
costantemente.
La conoscenza che maturano nasce
dall’esperienza diretta. È una
familiarità costruita sull’ascolto
continuo delle esplosioni,
sull’abitudine ai rifugi, sulla
scomparsa di un confine netto tra il
fuori e il dentro, tra lo spazio
domestico e quello del pericolo. La
guerra non è appresa per immagini
filtrate o per mediazioni
simboliche, ma attraverso la
presenza fisica e persistente del
rischio, che accompagna la vita
quotidiana.
In questo contesto l’infanzia appare
profondamente ridefinita. Non più
come spazio protetto e separato dal
mondo adulto, ma come luogo di
esposizione diretta al conflitto. I
bambini crescono in un ambiente in
cui la violenza non interrompe la
normalità, bensì la struttura.
L’infanzia non scompare, ma viene
forzatamente trasformata: si
accorcia, si irrigidisce, si carica
di competenze improprie per l’età.
Riconoscere il suono di un missile o
il profilo di un carro armato
diventa parte di un sapere
necessario alla sopravvivenza. Il
documentario restituisce così
un’immagine inquietante ma
essenziale: quella di un’infanzia
che continua a esistere, privata
però della sua promessa fondamentale
di protezione. Questa conoscenza non
è astratta, né mediata da immagini
virtuali. Non è un videogioco. È
parte integrante della loro
crescita.
Il documentario utilizza anche
elementi simbolici e materiali per
raccontare la guerra. La stessa
Berehynia (Берегиня), citata nel
titolo, è una figura chiave del
folclore e dell’immaginario
culturale ucraino. Uno spirito
protettore femminile, legata alla
vita, alla fertilità, alla casa e
alla comunità. Il nome deriva dal
verbo ucraino
berehty (берегти), che significa
proteggere, custodire. La Berehynia
difendeva la comunità da spiriti
maligni, malattie e disgrazie
naturali. Nella tradizione la
Berehynia era associata alla
protezione di donne, bambini e
raccolti. Era associata all’acqua
dolce (fiumi, sorgenti, rive), come
forza generatrice e purificatrice.
Dopo l’indipendenza dell’Ucraina nel
1991, la Berehynia è diventata anche
un simbolo nazionale moderno. A Kyiv,
in Piazza dell’Indipendenza (Maidan
Nezaležnosti), luogo della protesta
nota come Euromaidan tra il novembre
2013 e il febbraio 2014, c’è una
statua che la rappresenta.
Anche la figura della
kikimora (Кікімора), personaggio
del folclore slavo orientale, ha un
ruolo nella resistenza ucraina. Si
tratta di uno spirito legato
all’abitazione, spesso invisibile,
che aiutava nelle faccende
domestiche, reinterpretata in chiave
contemporanea come simbolo
protettivo, durante il conflitto. È
il nome dato a un mantello mimetico
che le volontarie cuciono per chi è
al fronte. Questo mantello è
ispirato soprattutto alla Kikimora
selvatica, spirito che attirava le
persone nelle paludi o nei boschi,
faceva perdere l’orientamento,
imitava voci umane per ingannare i
viandanti, proteggeva luoghi
pericolosi o “proibiti”. Una figura
ambivalente della tradizione slava,
che proteggeva chi viveva nel
rispetto dell’ordine domestico e
puniva chi ne rompeva l’equilibrio.
Il mantello dei soldati li può
coprire da capo a piedi e farli
mimetizzare con il fogliame. Al suo
interno c’è una tasca segreta, dove
le volontarie inseriscono dei
piccoli amuleti, dei biglietti
scritti da anziani per infondere
coraggio o dei disegni di bambini.
Il documentario richiama anche
episodi concreti di violenza, come
quello del villaggio di
Yahidne (Ягідне), nell’oblast di
Černihiv (Чернігів), occupato nel
marzo 2022 per ventisette giorni.
Qui circa trecento abitanti del
villaggio sono stati costretti a
vivere durante l’occupazione, fino
alla liberazione, in uno spazio
sotterraneo di soli duecento metri
quadrati, in condizioni estreme:
sovraffollamento, mancanza di luce,
freddo, umidità, presenza di corpi
senza vita. Le gambe si gonfiavano
per la mancanza di movimento. La
pelle si squamava per la
disidratazione e, lacera e
infiammata, lasciava spazio alle
infezioni. L’unico momento in cui i
soldati russi accendevano la luce
era per far leggere le false notizie
pubblicate dalla
Komsomol’skaja Pravda (Комсомольская
правда), quotidiano di propaganda
del regime russo, sugli sviluppi
della guerra per convincere i
prigionieri a giurare fedeltà alla
nazione russa.
Le testimonianze raccolte dagli
abitanti indicano la presenza di
unità russe, in alcuni casi
ricondotte a reparti provenienti
dalla Buriazia (Бурятия), anche se
la composizione esatta delle forze
coinvolte nell’occupazione non è
sempre documentata in modo univoco.
La memoria di questi eventi si
intreccia con quella di luoghi come
Lukašivka (Лукашівська), un
altro villaggio dell’oblast di
Černihiv distrutto dalla furia
dell’esercito russo. Lì ha avuto
luogo un importante combattimento il
9 marzo 2022. Poco più di cento
soldati ucraini hanno resistito per
ore a forze russe superiori per
numero ed equipaggiamento,
rallentando l’avanzata verso
Černihiv e Kyiv. Il villaggio è
stato bombardato con artiglieria,
sistemi Grad e carri armati.
Trentadue case sono state rase al
suolo e tutte le altre gravemente
danneggiate, mentre le
infrastrutture agricole sono state
distrutte.
Durante l’occupazione la popolazione
civile è stata costretta a vivere
per settimane nei sotterranei, senza
acqua, luce o riscaldamento. Le
abitazioni sono state saccheggiate
in modo sistematico; ci sono state
torture e uccisioni di civili, il
bestiame è stato sterminato, i campi
minati e le strade mantenute sotto
tiro. La chiesa del villaggio, detta
dell’Ascensione (Вознесенська церква),
è stata trasformata in deposito di
munizioni e posizione militare; nel
suo perimetro ci sono state
esecuzioni. Il 31 marzo 2022
l’esercito ucraino ha liberato il
villaggio, che è da allora in fase
di ricostruzione. Molti sono i
volontari che arrivano da Kyiv per
aiutare gli abitanti del villaggio a
ritornare alla normalità. Nel
documentario si vede una cicogna che
ha nidificato e sfama i suoi
piccoli, segno di fertilità e di
buon auspicio per il villaggio che
riprende a vivere.
Una delle immagini finali del
documentario è ambientata nel museo
Khanenko di Kyiv (Національний
музей мистецтв імені Богдана та
Варвари Ханенків). Le sale appaiono
vuote: le opere sono state rimosse
per proteggerle dai bombardamenti.
Restano le targhette, le ombre sulle
pareti, le tracce di ciò che non c’è
più. L’assenza diventa così una
forma di presenza. La memoria
dell’arte sopravvive nella sua
sottrazione.
Prima dell’invasione del 24 febbraio
2022 il Museo Khanenko custodiva una
delle più importanti collezioni
d’arte in Ucraina: opere di arte
europea, asiatica e antica (tra cui
dipinti di Rubens, Zurbarán,
sculture antiche, iconografia
bizantina, arte cinese e
giapponese). Il 24 febbraio 2022,
giorno dell’invasione su larga
scala, il museo ha chiuso
immediatamente al pubblico e ha
smontato l’intera collezione
permanente, mettendola in sicurezza
in luoghi protetti. Da allora, la
collezione principale non è esposta,
per motivi di tutela, ma il museo
accoglie ora i visitatori con
testimonianze della resistenza del
popolo ucraino all’invasione, mostre
di arte contemporanea
site-specific nelle sale vuote,
progetti interdisciplinari e
iniziative culturali che fanno
riflettere sulla guerra, sulla
perdita e sulla fragilità del
patrimonio artistico e culturale di
una nazione. Nel 2025 il museo ha
ricevuto il prestigioso
Project of Influence Award per
la resilienza culturale in tempo di
guerra, con una motivazione che
sottolinea la capacità di
trasformare sale vuote e collezioni
assenti in uno spazio di cura,
solidarietà e resistenza simbolica.
Il documentario costruisce così una
riflessione complessa sul ruolo
delle donne come forma di
soft power. Una forma di forza
non militare, che si manifesta
attraverso la capacità di mantenere
coesione sociale, trasmettere
memoria e costruire narrazione. Le
donne di Kyiv vivono e resistono per
sé stesse, per i loro affetti, ma
anche per coloro che la guerra ha
cancellato.
In questo senso,
Berehynia – Le donne di Kyiv
non è un documentario sulla guerra,
ma un’indagine sulla capacità delle
società di sopravvivere al conflitto
attraverso le proprie componenti più
fragili e allo stesso tempo più
resilienti.