L’EUROPA DELLA BELLE ÈPOQUE
Politica, società e trasformazioni
tra Otto e Novecento
di Filippo
Vedelago
All’alba del Ventesimo secolo il
mondo occidentale guardava con
grande fiducia e ottimismo al
futuro, con la certezza che
progresso, benessere e pace
avrebbero portato a conquiste sempre
nuove. Queste aspettative sembrarono
realizzarsi nei tre decenni che
precedettero la Prima Guerra
Mondiale, un periodo che dagli
storici viene definito “Belle Èpoque”.
In quegli anni l’Europa aveva molte
ragioni d’orgoglio: debellata la
maggior parte delle epidemie e
ridotta la mortalità infantile, gli
abitanti del pianeta toccavano il
miliardo e mezzo e quelli di loro
che vivevano in Occidente avevano
una speranza di vita tra i 47 e i 54
anni. Alla crescita demografica fece
riscontro anche un aumento
impressionante della produzione
industriale e del commercio
mondiale, che tra il 1896 e il 1923
raddoppiarono. Nello stesso 1913, la
rete ferroviaria del globo raggiunse
un milione di chilometri e le
automobili cominciarono ad affollare
le strade delle metropoli americane
ed europee. La borghesia celebrava i
risultati raggiunti con grandi
esposizioni universali
(particolarmente degna di nota fu
l’Esposizione Universale di Parigi
del 1889, che vide la costruzione
della Tour Eiffel e di molti
edifici, ponti e monumenti tutt’oggi
caratteristici della città), durante
le quali si esibivano le ultime
meraviglie della tecnica con
conferenze di esploratori,
missionari e ufficiali che
raccontavano le grandezze e le
miserie di terre sconosciute, il cui
contrasto con l’occidente
inorgogliva pubblico ed ascoltatori,
avvalorandoli nella certezza di
appartenere ad un mondo nettamente
superiore. I politici inoltre
confermavano: le guerre, se c’erano,
erano distanti e lontane e tra le
potenze europee ogni accordo
sembrava possibile pur di conservare
un benessere tanto evidente;
l’Europa ai primi del XX secolo
costituiva certamente uno dei luoghi
più avanzati del pianeta e stava
vivendo uno dei momenti più alti del
suo sviluppo.
Durante la Belle Èpoque la borghesia
celebrò il suo trionfo. Essa aveva
messo a punto uno stile di vita
estremamente confortevole ed agiato,
apparentemente libero, ma in realtà
fondato su rigide gerarchie sociali.
Specchio dello status di una
famiglia borghese era il quartiere
cittadino nel quale sorgeva la casa
padronale. La “grande borghesia”,
formata da industriali e banchieri,
viveva in sontuose ville e palazzi
patrizi, mentre la “media
borghesia”, ovvero le famiglie dei
professionisti, degli uomini
d’affari, degli alti funzionari
statali, abitava nei quartieri
residenziali del centro. I piccoli
commercianti, i piccoli artigiani e
gli impiegati, cioè la “piccola
borghesia”, affollavano invece i
sobborghi cittadini, condivisi con
la classe operaia. La nascita del
ceto impiegatizio è proprio
ascrivibile allo sviluppo
industriale e tecnologico del mondo
occidentale tra la fine del XIX e
l’inizio del XX secolo. Si trattava
di una nuova classe di lavoratori
accumunati dal fatto di vivere
esclusivamente della propria
occupazione (impiegati, commessi,
tecnici). Da un punto di vista
economico il loro stipendio non era
molto diverso da quello degli operai
specializzati, ma la loro attività
lavorativa si caratterizzava per il
differente livello di istruzione
richiesto (di poco superiore) e da
un’elevata mobilità sociale. Per
queste ragioni, questo nuovo ceto,
rifiutava orgogliosamente ogni
possibile punto di contatto con il
mondo operaio, tendendo, viceversa,
ad imitare apertamente lo stile di
vita, i comportamenti,
l’abbigliamento, l’alimentazione
degli strati borghesi superiori.
Questo fu possibile in quanto beni
di consumo prima inaccessibili erano
diventati alla portata di un
maggiore strato della popolazione.
Alla fine del XIX secolo infatti,
accanto ai beni di consumo immediato
(come gli alimentari) e ai
semidurevoli (come il vestiario),
comparvero sul mercato beni durevoli
(la bicicletta, l’automobile, il
telefono, il telegrafo, il
grammofono, la macchina da scrivere,
vari elettrodomestici) destinati a
trasformare radicalmente la vita dei
singoli e delle famiglie e
consentendo la nascita di una nuova
dimensione dell’esistenza: il tempo
libero. I fattori che avevano spinto
la grande industria a moltiplicare
la produzione di beni di consumo
erano molteplici e fortemente legati
tra loro: una tecnologia in
rapidissimo sviluppo; una crescita
demografica senza precedenti alla
quale si accompagnò un’ampissima
urbanizzazione; un forte sviluppo
del ceto impiegatizio come classe di
clienti e consumatori; un dominio
coloniale, quello occidentale,
vastissimo, dove l’industria era
riuscita a creare nuovi mercati
interamente controllati dalle
madrepatrie europee. Grazie a questi
fattori, all’alba del XX secolo,
erano state poste le basi di una
vera e propria società di
consumatori.
L’avvento della società di massa
trasformò nettamente anche il volto
della politica che, sul finire del
XIX secolo, continuava ad essere
riservata a pochi notabili (la
maggioranza degli uomini e la
totalità delle donne non aveva il
diritto di voto e tantomeno poteva
vantare diritti politici). Ai primi
del Novecento, invece, le masse,
divenute essenziali per la vita
economica, cominciarono a fare
pressioni per democraticizzare la
vita politica, chiedendo in primo
luogo di allargare il diritto di
voto. Ciò fu attuato in tempi e
modalità differenti nei vari paesi.
In linea generale, tra il 1880 e il
1914, il suffragio universale
maschile divenne una realtà quasi
dappertutto, mentre solo in
pochissimi paesi venne introdotto
anche quello femminile. Garantito il
suffragio, per conservare il potere
e per affermarsi, i vecchi partiti
necessitarono del voto delle masse e
per ottenerlo si riorganizzarono,
iniziando ad utilizzare un
linguaggio diretto e popolare e
ricorrendo massicciamente alla
pubblicità e ai giornali, intesi
come altoparlanti dei programmi
politici.
Tra il 1880 e il 1914 le più grandi
potenze europee completarono la
spartizione del mondo, già iniziata
nella prima metà dell’Ottocento,
stendendo fitte reti di dominio su
tutti i continenti extra-europei.
Era quindi nato il colonialismo
contemporaneo, meglio detto
imperialismo. Le ragioni di questa
divisione del mondo furono
politiche, sociali e soprattutto
economiche. Questa nuova e più
violenta fase di colonizzazione fu
motivata non solo dalla necessità di
materie prime, ma anche dal bisogno
di trovare nuovi mercati ai quali
far assorbire le merci in
sovrapproduzione. Ciò venne
giustificato attraverso l’idea della
superiorità della razza e della
cultura dei bianchi e dalla
convinzione che l’Europa avesse il
dovere di civilizzare le popolazioni
indigene che affollavano le terre
conquistate (il cosiddetto “Fardello
dell’uomo bianco”, il titolo di una
nota poesia di Reynard Kipling che
ben riassume questo concetto). Nel
1900 appariva dunque del tutto
naturale che il mondo
industrializzato esercitasse il
proprio dominio sui paesi in ritardo
economico.
Da un punto di vista pratico ciò si
realizzava con l’imposizione della
moneta della madrepatria e con
l’applicazione di un controllo
strettissimo sulle materie prime
locali. Nei paesi assoggettati
l’egemonia europea assunse le forme
più disparate; nazioni come la Cina
diventarono oggetto di spartizione,
sfruttamento e ricatto, territori
come il Canada, l’Australia e la
Nuova Zelanda vennero tramutati in
“dominions” dalla Gran Bretagna,
ovvero “colonie di popolamento”,
abitate in prevalenza da una
popolazione bianca di origine
inglese, alle quali fu concesso
gradualmente un governo autonomo.
Esistevano poi i protettorati, come
l’Egitto sottoposto a tutela
inglese, ovvero paesi che avevano
un’indipendenza di nome ma
assolutamente non di fatto, essendo
costretti ad accettare ingerenze
nella direzione del governo, della
politica interna e la presenza
militare della nazione
“protettrice”. Ultima forma di
dominazione erano le colonie
dirette, sfruttate ancora più
brutalmente (il caso più eclatante
fu quello del Libero Stato del
Congo, colonia personale di re
Leopoldo II del Belgio, trattata con
sistemi disumani).
Osservando più attentamente la carta
politica dell’Europa nel periodo
della Belle Èpoque, risalta
indubbiamente la presenza di molti
regni e imperi, le cui case
regnanti, ai primi del XX secolo, si
presentavano tutte imparentate tra
loro. Secondo le convinzioni
politiche dell’epoca questo era di
gran beneficio per la diplomazia,
poiché rappresentava un’importante
garanzia di pace; l’Europa era da
intendere similmente ad una grande
famiglia, dove le diatribe tra
stati-familiari potevano essere
tranquillamente risolte con mezzi
diplomatici, evitando rivalità e
guerre. Nonostante i propositi di
pace e la pura facciata pubblica di
“amicizia”, tra il 1900 e il 1914
l’Europa si divise in due
schieramenti opposti: Germania,
Austria-Ungheria e Italia unite
nella Triplice alleanza; Gran
Bretagna, Francia e Russia legate
dalla Triplice intesa.
L’Impero di Germania covava i
sentimenti nazionalisti più
violenti, alimentati dalla
convinzione della superiorità della
stirpe tedesca sulle altre e sul suo
destino a dominare l’occidente.
L’imperatore Guglielmo II, dopo aver
costretto alle dimissioni il
cancelliere Otto Von Bismarck
(fautore dell’unificazione tedesca e
di un lungo periodo di pace per
l’Europa dopo la guerra
franco-prussiana del 1870), decise
di attuare una politica estera molto
aggressiva fortemente improntata sul
pangermanesimo, ovvero il movimento
per l’unificazione in un unico
grande Reich di tutti i tedeschi
europei. Questo progettò creò forti
preoccupazioni soprattutto nella
Francia, che da sempre temeva il
nuovo stato tedesco e che da tempo
covava sentimenti di rivincita per
la sconfitta subita a Sedan nel
1870. L’ulteriore aspirazione a
diventare la più grande potenza
coloniale del pianeta, portò la
Germania a dotarsi di un’imponente
flotta navale da guerra, il che mise
in forte allarme il Regno Unito.
L’impero Austro-Ungarico, governato
dall’anziano imperatore Francesco
Giuseppe, appariva come un intricato
insieme di undici differenti
nazionalità, delle quali nove
(italiani, cechi, polacchi, ruteni,
romeni, croati, slovacchi, serbi e
sloveni) erano schiacciate
economicamente e culturalmente da
Austriaci e Ungheresi. Nel corso
dell’Ottocento l’antico impero
asburgico aveva gradualmente perso
il suo peso politico in Italia (a
causa del Risorgimento e dell’unità
d’Italia), area germanica (per via
dell’unificazione tedesca) ed Europa
orientale (per l’espansionismo
dell’Impero Russo) e agli inizi del
Novecento appariva come uno dei
giganti malati del continente,
incapace di reagire ai movimenti
nazionalisti delle etnie che lo
componevano. La vera polveriera
dell’Austria-Ungheria era tuttavia
la vicina area balcanica, un mosaico
di stati e staterelli a volte
indipendenti, a volte sottoposti
politicamente al vicino Impero
Turco-Ottomano, ma
amministrativamente all’Austria. Fra
questi emergeva nettamente, per
nazionalismo e bellicosità, la
Serbia, un paese slavo che osservava
il cattolico Impero asburgico come
nemico, rivendicava la propria
cultura slava-ortodossa e sperava in
un espansionismo territoriale nella
zona attraverso l’aiuto della Russia
(alleata naturale data la fede
ortodossa e la cultura slava in
comune). Per ottenere ciò operavano
nel paese alcune società segrete,
tra le quali la Mano Nera e la
Giovane Serbia, parti del più ampio
movimento nazionalista panslavo, che
agivano con uccisioni, attentati
politici e terrorismo per ottenere
l’espansionismo della grande Serbia
(le due società saranno coinvolte
nell’organizzazione dell’assassinio
dell’arciduca Francesco Ferdinando
del 1914, erede al trono dell’impero
Austro-Ungarico, casus belli della
Prima Guerra Mondiale).
L’Italia, sul piano dei rapporti
diplomatici, era la nazione che
viveva la situazione più ambigua,
poiché la Triplice alleanza la
legava all’Austria-Ungheria, ma
l’impero di Francesco Giuseppe
possedeva due città di lingua e di
cultura italiana, Trento e Trieste,
le cosiddette “terre irredente”,
ovvero le terre che non erano state
redente dai moti risorgimentali. Nei
gruppi nazionalisti italiani
dell’estrema destra nacque quindi il
movimento irredentista, al quale
aderì pienamente Gabriele
D’Annunzio, che chiedeva di rompere
l’innaturale alleanza con l’Austria,
scatenare una guerra e liberare con
le armi le due città italiane. Gli
irredentisti costituivano però una
netta, seppur vivace e chiassosa,
minoranza e finché al governo del
paese ci fu Giovanni Giolitti,
l’Italia cercò sempre di mantenere
un rapporto cordiale con l’alleato.
Quando nel 1914 il governo Giolitti
venne sostituito da quello guidato
da Antonio Salandra, questi cominciò
a mostrarsi più favorevole ad un
intervento armato.
La Gran Bretagna nel 1901, alla
morte della regina Vittoria, non era
più la sola ed unica potenza
industriale del mondo, né la più
potente. Questo primato era stato
ampiamente superato dagli Stati
Uniti e dalla Germania. In compenso
il Regno Unito vantava ancora
l’impero coloniale più vasto del
pianeta. Ma le guerre anglo-boere,
combattute a cavallo tra i due
secoli nel sud-Africa, vinte a
fatica dal paese, ne avevano messo
in luce alcuni punti deboli e
portato allo scoperto pericolose
rivalità tra vecchie e nuove potenze
coloniali, la Germania prima fra
tutte.
Nella Francia della Terza
Repubblica, alla fine
dell’Ottocento, i governi erano
oramai stati screditati: numerosi
esponenti della classe dirigente,
fra i quali si trovavano anche
alcuni ebrei, erano stati coinvolti
in una serie di scandali finanziari
(lo scandalo del Canale di Panama
del 1889-94). Si era perciò
rafforzata l’opposizione di una
destra sempre più nazionalista e
antisemita, allarmata dal
diffondersi del movimento socialista
e resa aggressiva dalla crescente
tensione internazionale. Ciò portò
la Francia verso un autoritarismo
che alimentò agitazioni sociali (si
veda il caso Dreyfus del 1894-1902),
rafforzando le correnti nazionaliste
e guerrafondaie nei confronti della
Germania, per vendicare la sconfitta
di Sedan e la perdita dell’Alsazia e
della Lorena, due regioni ricche di
materie prime e con radicate
tradizioni francesi.
Sull’Impero di Russia regnava lo zar
Nicola II, un uomo debole,
fortemente sottomesso alla zarina
Alessandra e influenzato
dall’ambiguo monaco Grigorij
Rasputin, suo consigliere privato,
osteggiato dalle aristocrazie di
corte. La Russia, proprio come
l’Impero asburgico, era dilaniata
dalla diversità delle etnie, delle
religioni e delle lingue che la
componevano. Il governo zarista era
convinto di riuscire a risolvere il
problema attraverso una massiccia
russificazione, ovvero imponendo
lingua, cultura, religione e
amministrazione russa e compiendo
massacri quando ciò veniva rifiutato
(tristemente noti sono i pogrom,
sommosse popolari contro gli ebrei,
spesso sostenuti dalle autorità
zariste come valvola di sfogo del
malcontento popolare). A ciò si
aggiungeva la miseria dei contadini
russi che solo nel 1861 erano stati
liberati dalla servitù della gleba,
le condizioni di vita e lavoro della
nascente classe operaia nelle grandi
città industriali del paese (come
Mosca e San Pietroburgo) e le
conseguenze negative date dalla
sconfitta subita nel 1905 nella
guerra russo-giapponese. Per la
Russia il principale rivale in
politica estera era l’Impero
Austro-Ungarico; i due stati erano
diventati nemici da quando, agli
inizi del Novecento, avevamo
entrambi cominciato a sperare di
spartirsi i possedimenti europei del
decadente Impero Turco-Ottomano,
concentrati nella regione dei
Balcani.
Il quadro politico dell’Europa ai
primi del Novecento appariva quindi
tutt’altro che rassicurante
soprattutto se si pensa che, dietro
l’apparente spensieratezza della
vita quotidiana, tutte le grandi
potenze e le piccole nazioni
commissionavano agli stati maggiori
dei loro eserciti piani per una
possibile guerra. Nessuno ebbe mai,
durante il periodo della Belle
Èpoque, la percezione della
catastrofe verso la quale l’Europa
si stava avviando: un conflitto
armato su scala mondiale, che ebbe
come principale conseguenza la
perdita della secolare centralità
politica ed economica del vecchio
continente.
Riferimenti bibliografici:
Canale Cama Francesca, L’età
contemporanea. Una storia globale,
Roma-Bari, Editori Laterza, 2020
Eric J. Hobsbawm, L’età degli
imperi. 1875-1914, Roma-Bari,
Editori Laterza, 2005
Sabbatucci Giovanni e Vittorio
Vidotto, Storia contemporanea.
L’Ottocento, Roma-Bari, Editori
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Traverso Enzo, A ferro e fuoco.
La guerra civile europea 1914-1945,
Bologna, Il Mulino, 2008