[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 217 / GENNAIO 2026 (CCXLVIII)


contemporanea

L’EUROPA DELLA BELLE ÈPOQUE
Politica, società e trasformazioni tra Otto e Novecento
di Filippo Vedelago

 

All’alba del Ventesimo secolo il mondo occidentale guardava con grande fiducia e ottimismo al futuro, con la certezza che progresso, benessere e pace avrebbero portato a conquiste sempre nuove. Queste aspettative sembrarono realizzarsi nei tre decenni che precedettero la Prima Guerra Mondiale, un periodo che dagli storici viene definito “Belle Èpoque”.

 

In quegli anni l’Europa aveva molte ragioni d’orgoglio: debellata la maggior parte delle epidemie e ridotta la mortalità infantile, gli abitanti del pianeta toccavano il miliardo e mezzo e quelli di loro che vivevano in Occidente avevano una speranza di vita tra i 47 e i 54 anni. Alla crescita demografica fece riscontro anche un aumento impressionante della produzione industriale e del commercio mondiale, che tra il 1896 e il 1923 raddoppiarono. Nello stesso 1913, la rete ferroviaria del globo raggiunse un milione di chilometri e le automobili cominciarono ad affollare le strade delle metropoli americane ed europee. La borghesia celebrava i risultati raggiunti con grandi esposizioni universali (particolarmente degna di nota fu l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, che vide la costruzione della Tour Eiffel e di molti edifici, ponti e monumenti tutt’oggi caratteristici della città), durante le quali si esibivano le ultime meraviglie della tecnica con conferenze di esploratori, missionari e ufficiali che raccontavano le grandezze e le miserie di terre sconosciute, il cui contrasto con l’occidente inorgogliva pubblico ed ascoltatori, avvalorandoli nella certezza di appartenere ad un mondo nettamente superiore. I politici inoltre confermavano: le guerre, se c’erano, erano distanti e lontane e tra le potenze europee ogni accordo sembrava possibile pur di conservare un benessere tanto evidente; l’Europa ai primi del XX secolo costituiva certamente uno dei luoghi più avanzati del pianeta e stava vivendo uno dei momenti più alti del suo sviluppo.

 

Durante la Belle Èpoque la borghesia celebrò il suo trionfo. Essa aveva messo a punto uno stile di vita estremamente confortevole ed agiato, apparentemente libero, ma in realtà fondato su rigide gerarchie sociali. Specchio dello status di una famiglia borghese era il quartiere cittadino nel quale sorgeva la casa padronale. La “grande borghesia”, formata da industriali e banchieri, viveva in sontuose ville e palazzi patrizi, mentre la “media borghesia”, ovvero le famiglie dei professionisti, degli uomini d’affari, degli alti funzionari statali, abitava nei quartieri residenziali del centro. I piccoli commercianti, i piccoli artigiani e gli impiegati, cioè la “piccola borghesia”, affollavano invece i sobborghi cittadini, condivisi con la classe operaia. La nascita del ceto impiegatizio è proprio ascrivibile allo sviluppo industriale e tecnologico del mondo occidentale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Si trattava di una nuova classe di lavoratori accumunati dal fatto di vivere esclusivamente della propria occupazione (impiegati, commessi, tecnici). Da un punto di vista economico il loro stipendio non era molto diverso da quello degli operai specializzati, ma la loro attività lavorativa si caratterizzava per il differente livello di istruzione richiesto (di poco superiore) e da un’elevata mobilità sociale. Per queste ragioni, questo nuovo ceto, rifiutava orgogliosamente ogni possibile punto di contatto con il mondo operaio, tendendo, viceversa, ad imitare apertamente lo stile di vita, i comportamenti, l’abbigliamento, l’alimentazione degli strati borghesi superiori. Questo fu possibile in quanto beni di consumo prima inaccessibili erano diventati alla portata di un maggiore strato della popolazione.

 

Alla fine del XIX secolo infatti, accanto ai beni di consumo immediato (come gli alimentari) e ai semidurevoli (come il vestiario), comparvero sul mercato beni durevoli (la bicicletta, l’automobile, il telefono, il telegrafo, il grammofono, la macchina da scrivere, vari elettrodomestici) destinati a trasformare radicalmente la vita dei singoli e delle famiglie e consentendo la nascita di una nuova dimensione dell’esistenza: il tempo libero. I fattori che avevano spinto la grande industria a moltiplicare la produzione di beni di consumo erano molteplici e fortemente legati tra loro: una tecnologia in rapidissimo sviluppo; una crescita demografica senza precedenti alla quale si accompagnò un’ampissima urbanizzazione; un forte sviluppo del ceto impiegatizio come classe di clienti e consumatori; un dominio coloniale, quello occidentale, vastissimo, dove l’industria era riuscita a creare nuovi mercati interamente controllati dalle madrepatrie europee. Grazie a questi fattori, all’alba del XX secolo, erano state poste le basi di una vera e propria società di consumatori.

 

L’avvento della società di massa trasformò nettamente anche il volto della politica che, sul finire del XIX secolo, continuava ad essere riservata a pochi notabili (la maggioranza degli uomini e la totalità delle donne non aveva il diritto di voto e tantomeno poteva vantare diritti politici). Ai primi del Novecento, invece, le masse, divenute essenziali per la vita economica, cominciarono a fare pressioni per democraticizzare la vita politica, chiedendo in primo luogo di allargare il diritto di voto. Ciò fu attuato in tempi e modalità differenti nei vari paesi. In linea generale, tra il 1880 e il 1914, il suffragio universale maschile divenne una realtà quasi dappertutto, mentre solo in pochissimi paesi venne introdotto anche quello femminile. Garantito il suffragio, per conservare il potere e per affermarsi, i vecchi partiti necessitarono del voto delle masse e per ottenerlo si riorganizzarono, iniziando ad utilizzare un linguaggio diretto e popolare e ricorrendo massicciamente alla pubblicità e ai giornali, intesi come altoparlanti dei programmi politici.

 

Tra il 1880 e il 1914 le più grandi potenze europee completarono la spartizione del mondo, già iniziata nella prima metà dell’Ottocento, stendendo fitte reti di dominio su tutti i continenti extra-europei. Era quindi nato il colonialismo contemporaneo, meglio detto imperialismo. Le ragioni di questa divisione del mondo furono politiche, sociali e soprattutto economiche. Questa nuova e più violenta fase di colonizzazione fu motivata non solo dalla necessità di materie prime, ma anche dal bisogno di trovare nuovi mercati ai quali far assorbire le merci in sovrapproduzione. Ciò venne giustificato attraverso l’idea della superiorità della razza e della cultura dei bianchi e dalla convinzione che l’Europa avesse il dovere di civilizzare le popolazioni indigene che affollavano le terre conquistate (il cosiddetto “Fardello dell’uomo bianco”, il titolo di una nota poesia di Reynard Kipling che ben riassume questo concetto). Nel 1900 appariva dunque del tutto naturale che il mondo industrializzato esercitasse il proprio dominio sui paesi in ritardo economico.

 

Da un punto di vista pratico ciò si realizzava con l’imposizione della moneta della madrepatria e con l’applicazione di un controllo strettissimo sulle materie prime locali. Nei paesi assoggettati l’egemonia europea assunse le forme più disparate; nazioni come la Cina diventarono oggetto di spartizione, sfruttamento e ricatto, territori come il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda vennero tramutati in “dominions” dalla Gran Bretagna, ovvero “colonie di popolamento”, abitate in prevalenza da una popolazione bianca di origine inglese, alle quali fu concesso gradualmente un governo autonomo. Esistevano poi i protettorati, come l’Egitto sottoposto a tutela inglese, ovvero paesi che avevano un’indipendenza di nome ma assolutamente non di fatto, essendo costretti ad accettare ingerenze nella direzione del governo, della politica interna e la presenza militare della nazione “protettrice”. Ultima forma di dominazione erano le colonie dirette, sfruttate ancora più brutalmente (il caso più eclatante fu quello del Libero Stato del Congo, colonia personale di re Leopoldo II del Belgio, trattata con sistemi disumani).

 

Osservando più attentamente la carta politica dell’Europa nel periodo della Belle Èpoque, risalta indubbiamente la presenza di molti regni e imperi, le cui case regnanti, ai primi del XX secolo, si presentavano tutte imparentate tra loro. Secondo le convinzioni politiche dell’epoca questo era di gran beneficio per la diplomazia, poiché rappresentava un’importante garanzia di pace; l’Europa era da intendere similmente ad una grande famiglia, dove le diatribe tra stati-familiari potevano essere tranquillamente risolte con mezzi diplomatici, evitando rivalità e guerre. Nonostante i propositi di pace e la pura facciata pubblica di “amicizia”, tra il 1900 e il 1914 l’Europa si divise in due schieramenti opposti: Germania, Austria-Ungheria e Italia unite nella Triplice alleanza; Gran Bretagna, Francia e Russia legate dalla Triplice intesa.

 

L’Impero di Germania covava i sentimenti nazionalisti più violenti, alimentati dalla convinzione della superiorità della stirpe tedesca sulle altre e sul suo destino a dominare l’occidente. L’imperatore Guglielmo II, dopo aver costretto alle dimissioni il cancelliere Otto Von Bismarck (fautore dell’unificazione tedesca e di un lungo periodo di pace per l’Europa dopo la guerra franco-prussiana del 1870), decise di attuare una politica estera molto aggressiva fortemente improntata sul pangermanesimo, ovvero il movimento per l’unificazione in un unico grande Reich di tutti i tedeschi europei. Questo progettò creò forti preoccupazioni soprattutto nella Francia, che da sempre temeva il nuovo stato tedesco e che da tempo covava sentimenti di rivincita per la sconfitta subita a Sedan nel 1870. L’ulteriore aspirazione a diventare la più grande potenza coloniale del pianeta, portò la Germania a dotarsi di un’imponente flotta navale da guerra, il che mise in forte allarme il Regno Unito.

 

L’impero Austro-Ungarico, governato dall’anziano imperatore Francesco Giuseppe, appariva come un intricato insieme di undici differenti nazionalità, delle quali nove (italiani, cechi, polacchi, ruteni, romeni, croati, slovacchi, serbi e sloveni) erano schiacciate economicamente e culturalmente da Austriaci e Ungheresi. Nel corso dell’Ottocento l’antico impero asburgico aveva gradualmente perso il suo peso politico in Italia (a causa del Risorgimento e dell’unità d’Italia), area germanica (per via dell’unificazione tedesca) ed Europa orientale (per l’espansionismo dell’Impero Russo) e agli inizi del Novecento appariva come uno dei giganti malati del continente, incapace di reagire ai movimenti nazionalisti delle etnie che lo componevano. La vera polveriera dell’Austria-Ungheria era tuttavia la vicina area balcanica, un mosaico di stati e staterelli a volte indipendenti, a volte sottoposti politicamente al vicino Impero Turco-Ottomano, ma amministrativamente all’Austria. Fra questi emergeva nettamente, per nazionalismo e bellicosità, la Serbia, un paese slavo che osservava il cattolico Impero asburgico come nemico, rivendicava la propria cultura slava-ortodossa e sperava in un espansionismo territoriale nella zona attraverso l’aiuto della Russia (alleata naturale data la fede ortodossa e la cultura slava in comune). Per ottenere ciò operavano nel paese alcune società segrete, tra le quali la Mano Nera e la Giovane Serbia, parti del più ampio movimento nazionalista panslavo, che agivano con uccisioni, attentati politici e terrorismo per ottenere l’espansionismo della grande Serbia (le due società saranno coinvolte nell’organizzazione dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando del 1914, erede al trono dell’impero Austro-Ungarico, casus belli della Prima Guerra Mondiale).

 

L’Italia, sul piano dei rapporti diplomatici, era la nazione che viveva la situazione più ambigua, poiché la Triplice alleanza la legava all’Austria-Ungheria, ma l’impero di Francesco Giuseppe possedeva due città di lingua e di cultura italiana, Trento e Trieste, le cosiddette “terre irredente”, ovvero le terre che non erano state redente dai moti risorgimentali. Nei gruppi nazionalisti italiani dell’estrema destra nacque quindi il movimento irredentista, al quale aderì pienamente Gabriele D’Annunzio, che chiedeva di rompere l’innaturale alleanza con l’Austria, scatenare una guerra e liberare con le armi le due città italiane. Gli irredentisti costituivano però una netta, seppur vivace e chiassosa, minoranza e finché al governo del paese ci fu Giovanni Giolitti, l’Italia cercò sempre di mantenere un rapporto cordiale con l’alleato. Quando nel 1914 il governo Giolitti venne sostituito da quello guidato da Antonio Salandra, questi cominciò a mostrarsi più favorevole ad un intervento armato.

 

La Gran Bretagna nel 1901, alla morte della regina Vittoria, non era più la sola ed unica potenza industriale del mondo, né la più potente. Questo primato era stato ampiamente superato dagli Stati Uniti e dalla Germania. In compenso il Regno Unito vantava ancora l’impero coloniale più vasto del pianeta. Ma le guerre anglo-boere, combattute a cavallo tra i due secoli nel sud-Africa, vinte a fatica dal paese, ne avevano messo in luce alcuni punti deboli e portato allo scoperto pericolose rivalità tra vecchie e nuove potenze coloniali, la Germania prima fra tutte.

 

Nella Francia della Terza Repubblica, alla fine dell’Ottocento, i governi erano oramai stati screditati: numerosi esponenti della classe dirigente, fra i quali si trovavano anche alcuni ebrei, erano stati coinvolti in una serie di scandali finanziari (lo scandalo del Canale di Panama del 1889-94). Si era perciò rafforzata l’opposizione di una destra sempre più nazionalista e antisemita, allarmata dal diffondersi del movimento socialista e resa aggressiva dalla crescente tensione internazionale. Ciò portò la Francia verso un autoritarismo che alimentò agitazioni sociali (si veda il caso Dreyfus del 1894-1902), rafforzando le correnti nazionaliste e guerrafondaie nei confronti della Germania, per vendicare la sconfitta di Sedan e la perdita dell’Alsazia e della Lorena, due regioni ricche di materie prime e con radicate tradizioni francesi.

 

Sull’Impero di Russia regnava lo zar Nicola II, un uomo debole, fortemente sottomesso alla zarina Alessandra e influenzato dall’ambiguo monaco Grigorij Rasputin, suo consigliere privato, osteggiato dalle aristocrazie di corte. La Russia, proprio come l’Impero asburgico, era dilaniata dalla diversità delle etnie, delle religioni e delle lingue che la componevano. Il governo zarista era convinto di riuscire a risolvere il problema attraverso una massiccia russificazione, ovvero imponendo lingua, cultura, religione e amministrazione russa e compiendo massacri quando ciò veniva rifiutato (tristemente noti sono i pogrom, sommosse popolari contro gli ebrei, spesso sostenuti dalle autorità zariste come valvola di sfogo del malcontento popolare). A ciò si aggiungeva la miseria dei contadini russi che solo nel 1861 erano stati liberati dalla servitù della gleba, le condizioni di vita e lavoro della nascente classe operaia nelle grandi città industriali del paese (come Mosca e San Pietroburgo) e le conseguenze negative date dalla sconfitta subita nel 1905 nella guerra russo-giapponese. Per la Russia il principale rivale in politica estera era l’Impero Austro-Ungarico; i due stati erano diventati nemici da quando, agli inizi del Novecento, avevamo entrambi cominciato a sperare di spartirsi i possedimenti europei del decadente Impero Turco-Ottomano, concentrati nella regione dei Balcani.

 

Il quadro politico dell’Europa ai primi del Novecento appariva quindi tutt’altro che rassicurante soprattutto se si pensa che, dietro l’apparente spensieratezza della vita quotidiana, tutte le grandi potenze e le piccole nazioni commissionavano agli stati maggiori dei loro eserciti piani per una possibile guerra. Nessuno ebbe mai, durante il periodo della Belle Èpoque, la percezione della catastrofe verso la quale l’Europa si stava avviando: un conflitto armato su scala mondiale, che ebbe come principale conseguenza la perdita della secolare centralità politica ed economica del vecchio continente.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Canale Cama Francesca, L’età contemporanea. Una storia globale, Roma-Bari, Editori Laterza, 2020

Eric J. Hobsbawm, L’età degli imperi. 1875-1914, Roma-Bari, Editori Laterza, 2005

Sabbatucci Giovanni e Vittorio Vidotto, Storia contemporanea. L’Ottocento, Roma-Bari, Editori Laterza, 2018

Traverso Enzo, A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2008

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]