Sulla battaglia di Farsalo
Tra meriti cesariani ed “esemplare”
PROPAGANDA STORICA
di Marialuisa Tranquillo
La propaganda ha lo scopo di dare
informazioni volutamente veicolate
in una certa prospettiva, in modo da
portare il lettore a pensare e
valutare le vicende secondo il
desiderio dello scrittore.
Ovviamente, per la propaganda si
usano anche riprese audio e video,
pubblicità e tutti i possibili
strumenti della comunicazione che la
società e la tecnologia offrono. A
Roma Cesare (prima metà del primo
secolo a.C.), per spianare la
propria carriera politica, usa lo
scritto, i commentarii, una
forma di scrittura apparentemente di
getto, senza dubbio sintetica,
evitando le tecniche della
storiografia più raffinata. La
propaganda cesariana si nota in
tutti gli scritti, ma essa diventa
significativa nei resoconti della
guerra civile (De bello civili).
Ad esempio, nel capitolo 95 del
terzo libro, narrando dello scontro
finale con Pompeo, a Farsalo (9
agosto del 48 a.C.), l’autore plasma
la percezione della battaglia per
esaltare ulteriormente la vittoria:
lo scopo è ovviamente dare una
versione che condizioni la
comprensione popolare dell’evento,
in modo che il lettore percepisca il
trionfo come la vittoria del bene.
La forma di commentario, cioè diario
di guerra, è quindi ben utilizzata:
Cesare finge di narrare velocemente
le sole vicende, come se non avesse
tempo di sottolinearle con
riferimenti filosofici o culturali;
nella realtà, il lettore dell’epoca
coglie, più o meno consapevolmente,
le sfumature lessicali, lasciandosi
portare là dove l’esponente della
familia Iulia vuole che la scena
sia osservata: di fronte a due
eserciti romani, uno (il suo) è tale
anche perché ne incarna i valori; il
secondo (quello pompeiano) è tale
solo di nome, dato che il
comportamento mostra di
disconoscerne le virtù.
Con strumenti tipici delle società
totalitarie, Cesare usa la lingua
per indebolire le istituzioni
dell’epoca e per saldare la
moltitudine in uno strumento a suo
vantaggio, in vista della presa di
potere. A questo obiettivo
contribuisce l’apparente semplicità
del linguaggio (in realtà la
chiarezza), una sintassi lineare
(ambedue le scelte rispecchiano la
preferenza analogista dell’autore),
che guidano nella lettura suggerendo
la meta. Cesare diventa una sorta di
spin doctor, ante litteram,
di sé stesso.
Con il mondo narrativo, Cesare
forgia il mondo reale, mantenendo
sempre il controllo della situazione
che propone al lettore, consapevole
che il linguaggio è alla base del
potere. Proprio per questo risultano
importanti gli studi filologici che
il generale romano ha seguito in
giovinezza: il purismo linguistico
lo aiuta non solo a controllare le
fonti di informazione, ma anche le
notizie stesse messe in
circolazione, giungendo a un governo
invisibile, ma effettivo, delle
folle; non a caso la sua ratio
narrandi riesce a ottenere
risultati altissimi presso il
tessuto sociale. Oltre a filtrare
informazioni, l’autore ne amplifica
altre: non inserisce fake news, ma
si mostra capace di modificare la
realtà con la fluenza narrativa,
facendosi forza della sua qualità di
narratore apparentemente imparziale
(uso della terza persona), testimone
degli eventi e analista critico
degli step bellici e delle singole
battaglie. Cesare risulta pertanto
il trionfatore della guerra civile e
del pensiero collettivo; poche le
voci contrarie (Cicerone in primis),
che faticano a padroneggiare
narrazioni altrettanto ampie e
diffusive.
Vediamo direttamente il testo:
innanzitutto, i Pompeiani sono
presentati come spaventatissimi (perterriti),
termine poco adatto al
cittadino/soldato romano; Cesare, al
contrario, presenta i suoi soldati
come portatori dei valori tipici del
mondo latino: infatti, per quanto
spossati (fatigati) dalla
temperatura (in Grecia, a
mezzogiorno, in agosto), tuttavia
sono prontissimi a obbedire ai
comandi e a sopportare qualunque
compito (ad omnem laborem animo
parati imperio paruerunt).
Emergono già interessanti usi
lessicali, tipici di una propaganda
curata: il valore esaltato è la
duritia, quella che oggi è
chiamata resilienza. La duritia
(la capacità di sopportare
situazioni avverse dal punto di
vista fisico e/o psicologico) era
già stata esaltata da Catone
(234-149 a.C.) e risulta una delle
virtutes tipiche del buon
cittadino, che pone i propri
interessi o la propria scomodità in
secondo piano rispetto al bene
collettivo.
Dal testo giunge poi un altro colpo
notevole alla distruzione
dell’immagine dell’avversario
politico: l’accampamento pompeiano è
difeso in modo valoroso da soldati
Traci e altri Barbari, quindi non
romani, i quali, invece di
combattere fino all’ultimo, cercano
rifugio (il termine refugerant
è connesso al concetto di fuga,
altro pensiero e azione indegna di
un vero soldato romano)
nell’accampamento, dove arrivano
spaventatissimi e stanchissimi,
tanto da gettare le proprie armi per
poter fuggire più velocemente, senza
alcun pensiero alla difesa del
posto; addirittura i graduati e gli
ufficiali, che normalmente
dovrebbero porsi davanti per guidare
le truppe contro il nemico, ora
diventano condottieri nella fuga
verso i monti, nel tentativo di
disperdersi e sottrarsi alla
cattura. La narrazione continua
sottolineando sempre più l’indegnità
dei soldati pompeiani, romani per
bandiera, non certo per capacità
morali.
In tutto il libro la propaganda
rimane costante, ora più discreta,
ora più evidente: i soldati
cesariani, ad esempio, nei capitoli
seguenti, sono presentati come
capaci di sopportazione e costretti
a vivere, come è tipico in
battaglia, senza lussi (miserrimo
ac pazientissimo); rimane
inalterata quell’esaltazione che
contribuisce a far percepire il
vincitore come la parte onesta e
corretta, quasi come l’ultimo
baluardo della vera romanità.
Viceversa, se Pompeo fosse
vittorioso, la repubblica, la
tradizione, la storia e i grandi
eroi del passato perderebbero: non a
caso il racconto include la fuga di
Pompeo, che lascia campo aperto al
trionfatore, pur di salvarsi. Il
lessico, anche nei capitoli
seguenti, posiziona Cesare nella
categoria dei “buoni e capaci” e
Pompeo in quella opposta, “cattivi e
incapaci”. Il vincitore sottolinea
lo stupore dei suoi soldati quando
si impadroniscono dell’accampamento
avversario, lasciato privo di vere
difese: i Pompeiani, pur in guerra,
si erano circondati di oggetti di
lusso, in materiale pregiato, e
avevano pensato più alla comodità
che alla severità che la guerra
richiede.
Sono tutte immagini che possiamo
immaginare ben colpissero il lettore
dell’epoca e lo indirizzassero,
appunto, nella percezione di un
generale indegno della cittadinanza
romana e degli eroi del passato (Pompeo)
e di un secondo comandante (Cesare)
attento ai valori, difensore dei
mores e custode della grandezza
del passato.