[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 220 / APRILE 2026 (CCLI)


antica

Sulla battaglia di Farsalo
Tra meriti cesariani ed “esemplare” PROPAGANDA STORICA
di Marialuisa Tranquillo

 

La propaganda ha lo scopo di dare informazioni volutamente veicolate in una certa prospettiva, in modo da portare il lettore a pensare e valutare le vicende secondo il desiderio dello scrittore. Ovviamente, per la propaganda si usano anche riprese audio e video, pubblicità e tutti i possibili strumenti della comunicazione che la società e la tecnologia offrono. A Roma Cesare (prima metà del primo secolo a.C.), per spianare la propria carriera politica, usa lo scritto, i commentarii, una forma di scrittura apparentemente di getto, senza dubbio sintetica, evitando le tecniche della storiografia più raffinata. La propaganda cesariana si nota in tutti gli scritti, ma essa diventa significativa nei resoconti della guerra civile (De bello civili).

 

Ad esempio, nel capitolo 95 del terzo libro, narrando dello scontro finale con Pompeo, a Farsalo (9 agosto del 48 a.C.), l’autore plasma la percezione della battaglia per esaltare ulteriormente la vittoria: lo scopo è ovviamente dare una versione che condizioni la comprensione popolare dell’evento, in modo che il lettore percepisca il trionfo come la vittoria del bene. La forma di commentario, cioè diario di guerra, è quindi ben utilizzata: Cesare finge di narrare velocemente le sole vicende, come se non avesse tempo di sottolinearle con riferimenti filosofici o culturali; nella realtà, il lettore dell’epoca coglie, più o meno consapevolmente, le sfumature lessicali, lasciandosi portare là dove l’esponente della familia Iulia vuole che la scena sia osservata: di fronte a due eserciti romani, uno (il suo) è tale anche perché ne incarna i valori; il secondo (quello pompeiano) è tale solo di nome, dato che il comportamento mostra di disconoscerne le virtù.

 

Con strumenti tipici delle società totalitarie, Cesare usa la lingua per indebolire le istituzioni dell’epoca e per saldare la moltitudine in uno strumento a suo vantaggio, in vista della presa di potere. A questo obiettivo contribuisce l’apparente semplicità del linguaggio (in realtà la chiarezza), una sintassi lineare (ambedue le scelte rispecchiano la preferenza analogista dell’autore), che guidano nella lettura suggerendo la meta. Cesare diventa una sorta di spin doctor, ante litteram, di sé stesso.

 

Con il mondo narrativo, Cesare forgia il mondo reale, mantenendo sempre il controllo della situazione che propone al lettore, consapevole che il linguaggio è alla base del potere. Proprio per questo risultano importanti gli studi filologici che il generale romano ha seguito in giovinezza: il purismo linguistico lo aiuta non solo a controllare le fonti di informazione, ma anche le notizie stesse messe in circolazione, giungendo a un governo invisibile, ma effettivo, delle folle; non a caso la sua ratio narrandi riesce a ottenere risultati altissimi presso il tessuto sociale. Oltre a filtrare informazioni, l’autore ne amplifica altre: non inserisce fake news, ma si mostra capace di modificare la realtà con la fluenza narrativa, facendosi forza della sua qualità di narratore apparentemente imparziale (uso della terza persona), testimone degli eventi e analista critico degli step bellici e delle singole battaglie. Cesare risulta pertanto il trionfatore della guerra civile e del pensiero collettivo; poche le voci contrarie (Cicerone in primis), che faticano a padroneggiare narrazioni altrettanto ampie e diffusive.

 

Vediamo direttamente il testo: innanzitutto, i Pompeiani sono presentati come spaventatissimi (perterriti), termine poco adatto al cittadino/soldato romano; Cesare, al contrario, presenta i suoi soldati come portatori dei valori tipici del mondo latino: infatti, per quanto spossati (fatigati) dalla temperatura (in Grecia, a mezzogiorno, in agosto), tuttavia sono prontissimi a obbedire ai comandi e a sopportare qualunque compito (ad omnem laborem animo parati imperio paruerunt). Emergono già interessanti usi lessicali, tipici di una propaganda curata: il valore esaltato è la duritia, quella che oggi è chiamata resilienza. La duritia (la capacità di sopportare situazioni avverse dal punto di vista fisico e/o psicologico) era già stata esaltata da Catone (234-149 a.C.) e risulta una delle virtutes tipiche del buon cittadino, che pone i propri interessi o la propria scomodità in secondo piano rispetto al bene collettivo.

 

Dal testo giunge poi un altro colpo notevole alla distruzione dell’immagine dell’avversario politico: l’accampamento pompeiano è difeso in modo valoroso da soldati Traci e altri Barbari, quindi non romani, i quali, invece di combattere fino all’ultimo, cercano rifugio (il termine refugerant è connesso al concetto di fuga, altro pensiero e azione indegna di un vero soldato romano) nell’accampamento, dove arrivano spaventatissimi e stanchissimi, tanto da gettare le proprie armi per poter fuggire più velocemente, senza alcun pensiero alla difesa del posto; addirittura i graduati e gli ufficiali, che normalmente dovrebbero porsi davanti per guidare le truppe contro il nemico, ora diventano condottieri nella fuga verso i monti, nel tentativo di disperdersi e sottrarsi alla cattura. La narrazione continua sottolineando sempre più l’indegnità dei soldati pompeiani, romani per bandiera, non certo per capacità morali.

 

In tutto il libro la propaganda rimane costante, ora più discreta, ora più evidente: i soldati cesariani, ad esempio, nei capitoli seguenti, sono presentati come capaci di sopportazione e costretti a vivere, come è tipico in battaglia, senza lussi (miserrimo ac pazientissimo); rimane inalterata quell’esaltazione che contribuisce a far percepire il vincitore come la parte onesta e corretta, quasi come l’ultimo baluardo della vera romanità. Viceversa, se Pompeo fosse vittorioso, la repubblica, la tradizione, la storia e i grandi eroi del passato perderebbero: non a caso il racconto include la fuga di Pompeo, che lascia campo aperto al trionfatore, pur di salvarsi. Il lessico, anche nei capitoli seguenti, posiziona Cesare nella categoria dei “buoni e capaci” e Pompeo in quella opposta, “cattivi e incapaci”. Il vincitore sottolinea lo stupore dei suoi soldati quando si impadroniscono dell’accampamento avversario, lasciato privo di vere difese: i Pompeiani, pur in guerra, si erano circondati di oggetti di lusso, in materiale pregiato, e avevano pensato più alla comodità che alla severità che la guerra richiede.

 

Sono tutte immagini che possiamo immaginare ben colpissero il lettore dell’epoca e lo indirizzassero, appunto, nella percezione di un generale indegno della cittadinanza romana e degli eroi del passato (Pompeo) e di un secondo comandante (Cesare) attento ai valori, difensore dei mores e custode della grandezza del passato.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]