[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

161 / MAGGIO 2021 (CXCII)


antica

CLEOPATRA E ANTONIO: FU VERO AMORE?

SULLA BATTAGLIA DI AZIO

di Davide Sansò

 

La battaglia di Anzio fu probabilmente il “culmen”, a cui si giunse in seguito delle lotte intestine, che riguardarono le tre figure più eminenti del panorama politico romano tra il 44 a.C. e il 31 a.C.: Ottaviano, Emilio Lepido e Marco Antonio.

 

Nel considerare le dinamiche che portarono a “istituzionalizzare” il secondo triumvirato, è necessario fare menzione dei risvolti di morte e distruzione che il primo triumvirato, quello composto da Cesare, Crasso e Pompeo, portò con sé, come descrisse accuratamente Appiano: «Si narra che, fatto il censimento dei cittadini, si trovo che essi erano ridotti alla metà di quanti erano prima della guerra: a tali termini aveva ridotto l’Urbe l’amor di contesa di questi due uomini».

 

In seguito un senso di incertezza capeggiava tra le legioni, soprattutto all’interno delle mura della Curia romana, ormai sempre più priva di un reale potere politico. Tutto ciò portò a conseguenze su larga scala, che coinvolse anche la plebe urbana particolarmente legata al mito di Cesare, e che fu elemento destabilizzante necessario per demagoghi senza scrupoli. È una Roma già scossa dalla morte dell’amato Giulio Cesare, ucciso nel 44 a.C. per mano della stessa classe senatoriale, quella che si appresta il 26 novembre del 43 a.C. a consegnare l’imperius maius ai tre generali romani.

 

In particolare, Marco Antonio si distinse al fianco di Giulio Cesare, e questo lo portò ragionevolmente a pensare di esserne il papabile successore; ma come ci racconta Svetonio le cose andarono diversamente: «Dietro richiesta del suocero Lucio Calpurnio Pisone Cesonino venne aperto il suo testamento, di cui fu data lettura nella casa di Antonio. Cesare lo avevano redatto nelle ultime idi di settembre, nella sua tenuta di Lavico, e lo aveva affidato alla Vergine Vestale Massima. Quinto Tuberone riferisce che, a partire dal suo primo consolato sino all’inizio della guerra civile, Cesare era solito designare per iscritto come erede Cneo Pompeo e così era stato letto anche ai soldati durante un’adunata. Nell’ultimo testamento, invece, istituì eredi i tre nipoti per parte di sorelle, Caio Ottavio per i tre quarti, Lucio Pinario e Quinto Pedio per il restante quarto. Quanto a Caio Ottavio, in un codicillo in calce alla tavoletta testamentaria, lo aveva adottato ad entrare a far parte della sua famiglia e ad assumere il suo nome; parecchi dei suoi assassini erano stati da lui nominati tutori di un eventuale figlio che gli fosse potuto nascere. Decimo Bruto era addirittura tra gli eredi in secondo grato. Lasciò al popolo i suoi giardini presso il Tevere e trecento sesterzi a persona».

 

La presa di posizione verso un qualunque schieramento risultò maggiormente necessaria dal momento che il Senato, spoglio della sua forza politica, fu costretto sempre di più a delegare ai capi militari la difesa di quello che era oramai rimasto solo un nome: la Repubblica.

 

I rapporti tra Ottaviano e Antonio

 

Come già trattato ampiamente in premessa, vi era un forte malcontento da parte di Antonio per non essere stato insignito come erede naturale del generale con cui aveva condiviso i campi di battaglia, il tutto a discapito di un giovane sulla carta ancora troppo acerbo per conoscere appieno le dinamiche di potere; e inoltre esso si trovava fisicamente distante dall’Urbe, in quanto mandato a studiare, come era in uso all’epoca nell’alta aristocrazia romana, presso le migliori scuole ellenistiche. Dalla sua il giovane Ottaviano accorso da Apollonia, dove soggiornava come detto per studio, e alla notizia della morte di Cesare si recò immediatamente a Roma nel tentativo di perseguitare i cesaricidi, ma soprattutto per avocare a sé oneri e onori della donazione testamentaria lasciatagli da Giulio Cesare.

 

In questo senso, molto interessante è la descrizione della lettura del testamento fatta da Plutarco: «La situazione era a questo punto, allorché giunge a Roma il giovane Cesare, figlio di una nipote del defunto, come si è detto, il quale lo aveva lasciato erede delle sue sostanze; egli soggiornava ad Apollonia al momento dell’assassinio di Cesare. Subito, dopo aver salutato Antonio come amico di suo padre, egli fece memoria del denaro che aveva in deposito presso di sé: doveva difatti dare settantacinque dramme ad ogni Romano, come aveva lasciato scritto Cesare nel suo testamento. Antonio sulle prime non ne fece nessun conto, trattandosi di un ragazzo; disse che non era sano di mente se si prendeva sulle spalle, privo com’era di giudizio e di amici, il pesante fardello della successione di Cesare. Il giovane non gli diede retta, ma insistette nel reclamare il denaro; e Antonio tirò in lungo dicendo molte cose e facendo molti atti offensivi contro di lui».

 

Rimane chiaro, quindi, quanto il rapporto tra Antonio e il Senato fu sin da subito alquanto burrascoso, e soprattutto con la figura di Marco Tullio Cicerone, il quale funse sicuramente da innesco alle vicende che si susseguirono. Con le famose Filippiche, pronunciate dal settembre del 44 a.C. all’aprile del 43 a.C,. ricche di un crescendo di attacchi diretti ad Antonio, in risposta a un’ altrettanta forte invettiva fatta dal generale nei suoi confronti durante un assemblea; fu di particolare importanza il discorso che Cicerone fece durante la seduta del senato del 20 dicembre 44, presso il Tempio della Concordia (III Filippica).

 

Ormai era sempre più limpido per il Senato come la figura di Antonio fosse una minaccia per la Repubblica, soprattutto per il crescendo dei consensi presso le sue legioni. Ecco che nella scena politica dell’Urbe, fa per la prima volta il suo ingresso il diciannovenne pronipote di Cesare: Ottaviano. Cicerone si sofferma a lungo sul comportamento da hostis di Antonio, volendo indurre il senato a dichiararlo hostis publicus, cioè nemico della patria, utilizzando ogni argomento per rendere visibile a tutti l’enorme distanza che divide lo scellerato Antonio dall’audace Ottaviano, e inoltre per legare indissolubilmente quest’ultimo alla nuova politica di difesa della Repubblica.

 

«Ecco dunque compresa in questa mia proposta che ha, lo sento, la vostra approvazione, la totalità dell’attuale situazione: agli eminenti generali confermiamo ufficialmente poteri legali, ai valorosi soldati facciamo balenare la speranza di ricompense e riconosciamo non già con un giudizio verbale ma con la concretezza dei fatti che Antonio, oltre a non essere più console, è pure nemico pubblico».

 

È proprio in questa orazione appena citata che si può apprezzare l’arte di Cicerone, che riuscì a mettere in crisi i senatori costringendoli a una difficile scelta tra libertà o schiavitù, e quindi tra Ottaviano o Antonio.

 

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Busto di Marco Antonio 82-30 a.C., Musei Vaticani, Città del Vaticano

 

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Busto di Cicerone 106- 43 a.C., Musei Vaticani, Città del Vaticano

 

Al rifiuto di Antonio di accettare le volontà del defunto Dictator, Ottaviano iniziò a lavorare per alienare simpatie ad Antonio, facendo leva sia sul proprio nome sia sul risentimento che molti provavano verso l’ex generale di Cesare. Nell’ottobre del 44 a.C., Antonio ruppe l’armistizio con Ottaviano e si preparò a far giungere in Italia le legioni stanziate in Macedonia.

 

Ottaviano sebbene non avesse l’autorità per farlo, contando solo sul nome che portava, chiamò a raccolta i veterani cesariani che accorsero a migliaia; anche alcune delle legioni della Macedonia passarono dalla sua parte. Antonio cercò, allora, di farlo dichiarare nemico pubblico dal Senato, ma senza esito. Come si accennava in precedenza, Cicerone schierato apertamente con Ottaviano pronunciò ‘la terza e la quarta Filippica’ contro Antonio; lanciando poi diversi appelli ad agire contro quest’ultimo, accusato di aspirare alla dittatura. Alla fine Cicerone riuscì a far schierare il Senato, che annullò le leggi fatte varare di recente con la forza da Antonio; compresa quella con cui si attribuiva il governo della Cisalpina, senza però incrinare del tutto i rapporti con Antonio, ma conferendo al contempo l’Imperium a Ottaviano.

 

Nel frattempo, era iniziata la cosiddetta guerra di Modena; Marco Antonio cingeva d’assedio la città di Modena, dove si era arroccato Bruto. Antonio si mostrò disposto a scendere a compromessi col Senato, ma quest’ultimo, aizzato dalla campagna denigratoria di Cicerone, decise di annullare la legislazione di Antonio, proclamando lo stato d’emergenza nel febbraio del 43 a.C. Ottaviano però fece annullare la sentenza, che aveva dichiarato Antonio nemico pubblico dello Stato e strinse un’alleanza con lui, grazie soprattutto alla mediazione di Marco Emilio Lepido.

 

L’episodio è raccontato da Svetonio: «Quando nei pressi di Bologna si riunirono le truppe dei triumviri, un’aquila, posàtasi sulla sua tenda, sopraffece e gettò a terra due corvi che la attaccavano da una parte e dall’altra: tutto l’esercito intese che un giorno o l’altro ci sarebbe stata tra i colleghi quella discordia che poi effettivamente ci fu, e ne presagì l’esito».

 

Così, con la lex Titia del 43 a.C nasceva il secondo triumvirato. L’accordo non fu avaro di vittime illustri, grazie alle famigerate liste di proscrizione; difatti come prevedibile, Antonio chiese la morte di Cicerone. «Infine, sacrificando all’ira verso coloro che odiavano il rispetto verso i parenti e l’affetto verso gli amici, Cesare abbandonò Cicerone ad Antonio e Antonio a questi Lucio Cesare, che era suo zio materno».

 

Ragionevolmente in un primo momento l’azione di Ottaviano può apparire come un atto di vero e proprio tradimento, non ha esitato infatti a consegnare nelle mani del suo aguzzino colui che si spese per eleggerlo; d’altra è importante comprendere la lungimiranza di un giovane, ma astuto Ottaviano, che se da una parte ritiene necessario acconsentire alle richieste di Antonio, esso infatti è conscio che sarà inevitabilmente soltanto lo scontro bellico a fare chiarezza tra i due, ma in quel momento non ha ancora né la forza politica né quella militare per affrontare il vecchio generale.

 

È opportuno rammentare inoltre come lo stesso Cicerone non avesse un futuro idilliaco per il futuro Cesare: «Decimo Bruto saluta Marco Cicerone […]. Mi sono pervenute molte voci […]. Cesare stesso non si sarebbe affatto lamentato di te, se non per una frase che, secondo lui, tu avresti pronunciata: ”Quel giovane deve essere lodato, riempito di onori e tolto di mezzo”».

 

Descrizioni che diventano estremamente importanti per comprendere quale fosse il clima che si respirava nella Roma dell’epoca. Negli anni che si susseguirono alla battaglia di Filippi, l’interesse di Antonio si rivolse principalmente verso Oriente; in particolar modo, l’intento fu quello di portare avanti quella campagna militare contro i Parti precedentemente progettata da Giulio Cesare.

 

Intanto con la “Pace di Brindisi”, Ottaviano e Antonio rafforzarono la propria alleanza anche attraverso il matrimonio di Antonio (rimasto vedovo di Fulvia) con Ottavia, sorella del figlio adottivo di Cesare. Ma è in questo contesto che si affaccia o meglio si riaffaccia la figura di Cleopatra, che già in passato stregò un integerrimo generale come Giulio Cesare e che riuscì ad ammaliare lo stesso Marco Antonio: «E infatti, come raccontano, la sua bellezza in se stessa non era incomparabile o tale da stordire quelli che la vedevano, ma la sua compagnia aveva una presa irresistibile. Nell’insieme l’aspetto, il fascino della conversazione, il suo modo di trattare con gli altri, lasciavano il segno».

 

Cleopatra, Aegypti reginarum novissima

 

Ultima regina discendente della stirpe tolemaica (figlia del faraone Tolomeo XII) con cui si conclude il periodo ellenistico, ebbe seppur in maniera inconsapevole una grande responsabilità nelle vicende che portarono alla caduta della Repubblica, un fattore decisivo probabilmente fu la leggendaria bellezza con la quale riuscì a circuire le volontà di Cesare prima e Antonio poi.

 

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Busto marmoreo raffigurante la regina Cleopatra,

databile tra il 50 e il 38 a.C., Altes Museum, Berlino

 

Alla morte del padre Tolomeo XII Cleopatra salì al trono insieme al fratello minore, Tolomeo XIII; successivamente, a seguito della guerra civile alessandrina (48-47 a.C.), regnò congiuntamente all’altro fratello, Tolomeo XIV, fino alla morte di questi nel 44 a.C.; infine con il figlio maggiore. E quindi opportuno ritenere, che ebbe in qualche maniera la necessità di avere al suo fianco una figura maschile che l’appoggiasse nel governare.

 

Ebbene però ricordare, che nonostante la veste ufficiale non contemplasse che a ricoprire la carica più importante fosse una figura femminile, ella riuscì con alte capacità diplomatiche a risolvere alcune questioni molto importanti per l’Egitto. Riuscì a riunificare gli antichi domini dei Tolomei, riannettendo Cipro; tra il 41 e il 40 a.C., riuscì a prendere possesso della storica regione contesa della Cilicia, inoltre, per controllare i propri confini nei nuovi territori in Asia minore, Cleopatra strinse un’alleanza con un monarca locale, Tarcondimoto, e nominò una regina nella città-tempio di Olba, Aba. Riuscì ad avere l’appoggio di Giulio Cesare durante i disordini interni relativi alla successione con il fratello Tolomeo XIII, e proprio durante il soggiorno in Egitto i due ebbero una relazione da cui nacque Cesarione «Poiché in realtà Cleopatra possedeva tutto il potere da sola, dal momento che suo marito era ancora solo un ragazzo e grazie al favore di Cesare, non c’era nulla che lei non potesse fare». Fu probabilmente la sua influenza durante il soggiorno a Roma a seguito dell’invito di Cesare il quale non si preoccupò di indispettire la popolazione con la sua presenza, che la popolarità di Cesare inizio a creare malumori sempre più forti.

 

L’incontro di Tarso

 

Giunto a Tarso, in Cilicia, nel sud dell’attuale Turchia, Antonio decise di convocare Cleopatra. Egli voleva incontrare la regina egizia per ragioni economiche e politiche: aveva bisogno di finanziamenti e di un’alleanza per sfruttare la posizione strategica del Paese, essenziale per i suoi progetti. Anche a Cleopatra conveniva mantenere buone relazioni con il possibile rappresentante di Roma, per consolidare la sua posizione sul trono e, se possibile, per estendere il suo regno. Perciò, conoscendo il fascino che esercitava su Marco Antonio la cultura ellenistica, organizzò un’apparizione di grande effetto. Cosi racconta Plutarco: «Si mise a risalire il fiume Cidno su un battello dalla poppa dorata, con le vele purpuree spiegate, mentre i rematori vogavano con remi d’argento al suono del flauto, accompagnato da zampogne e cetre».

 

Sicura del suo fascino predispose tutto affinché lasciasse il segno in Antonio: «Ella, persuasa da Dellio e giudicando dal tipo di rapporti che, grazie alla sua bellezza, aveva avuto con Cesare e con Gneo, figlio di Pompeo, sperò di catturare molto facilmente Antonio». Lo stesso scrittore greco ci informa, che di Cleopatra si apprezzasse non solo la decantata bellezza quanto soprattutto le sue capacità di interloquire con chiunque utilizzando svariati idiomi. Inoltre adulava gli astanti con atteggiamenti non propriamente tipiche di una regina come il giocare a dadi, riuscendo a mettere tutti al proprio agio e indirizzando a se ogni attenzione.

 

Dopo la riuscita operazione della conquista dell'Armenia nel 34 a.C. da parte di Antonio, in quella che sarebbe dovuta essere l’imperiosa spedizione partica grazie anche all’apporto logistico dell’esercito di Cleopatra. Marco Antonio decise di celebrare il proprio trionfo nella capitale egiziana, ALessandria, nonostante esso potesse aver luogo unicamente all’interno delle mura dell'Urbe e, elemento essenziale, solo previa autorizzazione del Senato. Ciò che probabilmente risultò maggiormente offensivo per il Senato fu la cerimonia organizzata dal condottiero romano, atta a conferire il titolo di reggenti di Cipro a Cleopatra e al figlio Cesarione, e il provvedimento ancor più grave fu quello con cui spartiva i domini orientali della Repubblica, che gli erano stati affidati in gestione con gli accordi del secondo triumvirato fra i suoi tre figli nati dalla relazione con la regina tolemaica. «Tuttavia l’indegnità che più dispiaceva ai Romani erano gli onori resi a Cleopatra».

 

Ottaviano ebbe una serie di corrispondenze con Antonio al fine di trovare una possibile soluzione rimarcando la sua posizione di Pater Patriae, ma Antonio non reagì con diplomazia come ci riporta Svetonio: «Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?».

 

Fu necessario da parte di Ottaviano forzare la mano con il Senato, colse quindi l’occasione di uno stato d’animo, quello del Senato, indignato e allarmato e decise di forzarne le decisioni e, dopo aver corrotto alcuni funzionari, si impossessò del testamento del rivale e lo lesse pubblicamente all’assemblea scatenandone la prevista reazione. Il senato e il popolo di Roma proclamarono Marco Antonio «nemico della patria», e, decisi ad evitare che si parlasse di guerra civile, dichiararono guerra a Cleopatra e all’Egitto. È lo stesso Ottaviano a descrivere la totale lealtà dei romani nei suoi confronti: « L’Italia intera di suo proprio volere mi giurò fedeltà e volle me come capo nella guerra che vinsi ad Azio; parimenti mi giurarono fedeltà le provincie di Gallia, di Spagna, l’Africa, la Sicilia, la Sardegna».

 

Alla fine di settembre del 32 a.C. Antonio e Cleopatra trasferirono il loro quartier generale a Patrasso, minacciando direttamente la penisola italiana. La scelta era ottima perché il golfo su cui sorge la città era protetto, in direzione dell’Italia, dalle isole di Leuca e Cefalonia. Il 2 settembre del 31 a. C. tutto era pronto per lo scontro definitivo nella baia di Azio (l’attuale Aktio), le forze navali dislocate furono imponenti: Antonio riuscì a schierare non meno di cinquecento navi da guerra, in particolare molte poliremi a “otto” e a “dieci” rematori per ogni remo, classe di unità sviluppata durante il periodo ellenistico intorno al IV sec. a.C.. Si trattava di navi da guerra concepite non più per un conflitto tra esse, cercando quindi lo speronamento e il successivo affondamento, bensì orientate a una battaglia che avveniva tra soldati successivamente alla manovra di abbordaggio.

 

 

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Documento iconografico della trireme nel rilievo scoperto da Charles Lenormant nel 1852,

Museo dell'Acropoli, Atene

 

Al seguito vi erano centomila fanti e dodicimila cavalieri estremamente fedeli ad Antonio, e in tal senso, il suo atteggiamento, forse ispirato da Giulio Cesare, portò ad avere un gran consenso tra i soldati: «D’altra parte anche quegli atteggiamenti che agli altri sembravano volgari, il vantarsi, lo scherzare, il bere in pubblico, il sedersi presso chi pranzava e il mangiare in piedi alla mensa militare, ispiravano ai soldati un’affezione e un attaccamento straordinari».

 

È tuttavia necessario soffermarsi anche su quell’attività che oggigiorno definiremo di intelligence, ovvero quella posta in essere in particolar modo durante le guerre civili gestiti da comandanti militari che crearono una rete di servizi informativi costituita da soldati, liberti e amici a loro fedeli, anticipando organizzazioni destinate a diventare istituzionali nel periodo Augusteo. Esse servirono a fare il punto della situazione, circa l’armamento e la possibile strategia adottata, nonché a carpire l’umore delle legioni fedeli ad Antonio. In appoggio alla flotta romana vi era anche le nave ammiraglia della flotta egizia l’“Antoniade”, nella quale a bordo vi era la regina Cleopatra e dove avvenne un fatto particolarmente significativo specialmente per la rinomata scaramanzia romana: «(…) su quella nave apparve un presagio terribile: delle rondini avevano fatto il nido sotto la poppa e altre sopraggiunte scacciarono queste e ne uccisero i piccoli».

 

Vi fu inoltre l’apporto di un cospicuo numero di navi egizie a supportare dal punto di vista logistico la spedizione. Al conflitto si unirono anche il re Bocco di Libia, Tarcondemo della Cilicia, Archelao di Cappadocia, Filadelfo di Plafagonia, Mitriade di Commagene e infine Sadala di Tracia, tutti interessati da uno stretto legame di interessi con Antonio. Su terraferma l’esercito Antoniano consolidò la sua posizione, occupando tutti i punti strategici importanti. Iniziando a sud da Cirene nel Nordafrica, da cui partivano i rifornimenti di grano e viveri, fino a Patrasso (il quartier generale) e proseguiva a nord verso Azio, davanti al golfo d'Ambracia e con l’isola di Leuca a vista d’occhio, per finire poi sull’isola di Corfù. Utilizzando la popolazione locale per il trasporto dei rifornimenti, come racconta Plutarco riferendosi al suo bisnonno Nicarco cittadino di Cheronea patria dello scrittore greco.

 

Non fu chiaro perché Antonio nonostante le altissime abilità nel combattimento terrestre, e con un notevole numero di legionari peraltro in un contesto geografico a lui noto e congeniale, si avvalse di una scadente flotta. Resta come plausibile la spiegazione di una forte dipendenza che la Regina d’Egitto aveva su di lui e che Plutarco definì φοβερό κακό (terribile male). Ottaviano incoraggiato dai successi ottenuti radunò a Brindisi tutte le truppe di cui disponeva, e forte dell’appoggio dell’establishment romano, si imbarcò con rotta verso le coste di Azio dove vi era il grosso della flotta rivale (in quel momento Antonio si trovava nel Peloponneso); l’intento fu quello di convincere parte dei soldati a sposare la sua causa. Al momento della partenza la flotta contava centocinquanta navi e ottantamila fanti, e, nonostante la giovane età e la scarsa esperienza maturata sui campi di battaglia, il futuro Augusto abile stratega in campo politico seppe affidarsi ad abili ed esperti collaboratori come il navarchus Marco Vipsanio Agrippa, già vincitore di numerose battaglie navali.

 

Fu chiaro sin da subito che la scelta di Antonio di affidarsi a una battaglia navale fu alquanto sconveniente, difatti ebbe non poca difficoltà a reclutare il personale necessario per armare le navi. Ciò gli fu chiaro, soprattutto, quando con l’avvicinarsi della flotta di Ottaviano egli dovette utilizzare lo stratagemma di illudere che le proprie navi erano alla fonda pronte allo scontro, quando la realtà appunto era ben diversa; infatti non vi erano sufficienti rematori, ma tuttavia riuscirono a escludere lo scontro alzando i remi e dando così l’impressione che erano perfettamente equipaggiate.

 

Il futuro Cesare ingannato da questo stratagemma si ritirò in attesa del momento propizio. Intanto, vi furono le prime defezioni in favore di Ottaviano: Domizio fu il primo tra le fila dell’esercito antoniano, ma presto seguirono i re Aminta e Deiodaro, accorsi in un primo momento in suo aiuto ma forse già consci dell’esito finale della battaglia. Dopo l’abbandono del comandante delle forze di terra Canidio, proprio mentre si attentava alla vita di Antonio senza successo, fu chiaro che ormai l’imminente scontro in mare era necessario. Probabilmente l’intento di Antonio persuaso da Cleopatra, come riporta Plutarco, era il pianificare una possibile fuga dal campo di battaglia; ecco perché nonostante il consiglio dei suoi piloti, portò con se le vele non necessarie ad affrontare il nemico vista la scarsità di manovra.

 

Dopo quattro giorni di condizioni meteo marine sfavorevoli le flotte mossero l’una verso l’altra, e Antonio, a bordo di una piccola barca, tentava con tutte le forze di esortare i propri soldati a combattere come in terra ferma, vista la totale assenza di moto ondoso; mentre ai piloti disponeva di non manovrare le unità, ma di prepararsi allo scontro che sarebbe avvenuto di lì a breve tramite l’utilizzo del famigerato rostro in bronzo. Quest’arma letale, che secondo Plinio il Vecchio risaliva a un invenzione dell’etrusco Piseo, ebbe un forte impatto anche dal punto di vista simbolico; esso infatti fu spesso riportato su materiale marmoreo come simbolo di vittoria.

 

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Rostro marmoreo, Museo di Lipsia

 

Particolarmente ricca di simbolismo l’immagine rinvenuta all’interno dell’Ara Pacis, dove vi è una rappresentazione di un rostro accompagnato da più teste di divinità, con la chiara allusione alla vittoria di Azio grazie alla clemenza e alla devozione religiosa, e con infine l’immagine netta della testa di un lupo a richiamare la grandezza di Roma.

 

Quanto sia condizionante per la vita dei romani la superstizione è ormai noto, ma risulta indispensabile anche a suggellare una grandiosa impresa: è il caso dell’incontro che ebbe Ottaviano con un uomo che conduceva un asino, il quale disse di chiamarsi Fortunato e il suo animale Vincitore, anche in questo caso a indicare quale sarebbe stato l’esito dello scontro. Intanto la battaglia proseguì e il futuro Cesare si tenne a circa 200 mt di distanza in attesa della prima mossa, ma verso mezzogiorno, quando fu possibile avere il favore di vento, la flotta di Antonio, forte di unità possenti, mosse l’ala sinistra del fronte navale, così che il fronte di Agrippa approfittando di unità più agili e veloci indietreggiarono per poi accerchiare il nemico.

 

Non vi fu nessun scontro come inizialmente prevedibile, ma un attacco in modalità di abbordaggio accerchiando le unità mentre i soldati lanciavano frecce o dardi infiammati. Esistevano vari sistemi per l’abbordaggio in funzione della situazione meteo-marina e strategica, ma sicuramente tra i più efficaci vi era quello di utilizzare una il Corvus: ovvero una passerella di circa dieci metri munita di due uncini, che servivano a “uncinare” l’unità nemica e permettere il trasbordo per il successivo scontro corpo a corpo.

 

Ad affiancare le navi da guerra più grandi, vi erano poi delle unità caratterizzate per il loro colore blu con l’intento di mimetizzarsi con il mare: le scaphae exploratoriae. Esse esercitavano la funzione di ricognitori, ovvero si avvicinavano il più possibile alle unità nemiche, tentando di carpire informazioni utili come il numero di navi, la rotta o l’armamento di cui erano dotate. Anche i classiarii di bordo, ovvero i militi di bordo che vestivano con abiti di colore blu e non veniva tralasciato nessun dettaglio come le cime di bordo e le vele. Proprio ad Agrippa invece viene attribuito lo sviluppo dell’Harpax, proprio durante le guerre civili, si tratta di una catapulta che lanciava grappoli di arpioni, utilizzata per bloccare una nave nemica. Essa era più efficiente rispetto al vecchio corvo perché, pesando molto meno, evitava di ribaltare le navi.

 

La presunta fuga

 

L’esito della battaglia risultava ancora incerto, Agrippa era riuscito astutamente ad accerchiare, grazie a una manovra detta periplous le unità sul fronte sinistro, quelle al comando del fedelissimo di Antonio, Publicola; quando improvvisamente si videro sessanta navi abbandonare repentinamente il teatro della battaglia con stupore degli stessi nemici. Le navi erano quelle di Cleopatra, che fuggivano in direzione del Peloponneso, decise ad abbandonare la restante flotta di Antonio, che non tardò a seguirla con lo sconcerto di tutto il suo esercito che lo aspettò invano per giorni combattendo con estremo coraggio.

 

Non è chiaro se vi fosse un piano iniziale di fuga o se la scelta di Antonio fu dettata da uno stato d’animo che Plutarco definì così: «(…) l’anima dell’innamorato vive in un corpo altrui».Verosimilmente però la fuga di Cleopatra fu un piano alternativo, messo in atto per permettere di forzare il blocco della flotta nemica evitando così una sicura disfatta. Durante la fuga Cleopatra riconobbe, a bordo di una quinquereme accompagnato da Siro Alessa e da Scellio, Antonio che si avvicinò e salì a bordo e, conscio dell’onta che gravava su di lui per aver abbandonato il suo esercito rimase solo a prua per tutta la durata della navigazione fino a Tenaro. Giunti quindi in Libia fu informato che la flotta era stata distrutta ma che l’esercito resisteva compatto, pertanto decise di inviare un messaggio a Canido, ordinandogli di ritirarsi frettolosamente in Macedonia.

 

Il risultato fu che in quattro ore di battaglia furono catturate da parte di Ottaviano circa trecento navi e diciannove legioni, che rimasero sette giorni in attesa del ritorno del loro Comandante prima di passare al vincitore. Antonio dopo aver fatto partire Cleopatra in direzione di Alessandria ebbe un vero tracollo emotivo dove tentò di uccidersi, per questo coloro che gli erano vicini lo portarono da Cleopatra; intenta a organizzare una possibile fuga via mare verso l’Asia, ma i Nabatei anticiparono i suoi progetti e bruciarono le unità ormeggiate.

 

Antonio, intanto, resosi conto della dissoluzione delle sue legioni si appartò presso la residenza da lui stesso fatta costruire presso l’isola di Faro, chiamata Timoneo in onore di un personaggio greco a cui egli stesso tentava di emularne lo stile di vita. Successivamente fu accolto da Cleopatra nella sua reggia ad Alessandria dove in un delirio di estasi si diedero a banchettare con festeggiamenti, che durarono molti giorni; e fu proprio in quest’occasione che formarono un’associazione dal nome quasi profetico “Compagni di morte”.

 

I figli di Cleopatra, in particolare Cesarione, raggiunta l’età adulta venne mandato presso efebia, una scuola ad Atene dove vigeva un sistema educativo di tipo militare. Azione, questa, importante perché tentarono di pianificare quelle che saranno le loro ultime azioni, cercando quindi di salvare da morte certa gli eredi, e in particolare Cesarione, che non solo legava la stirpe egiziana con quella romana ma, cosa ancora peggiore per il Senato romano, possibili pretese dell’erede di Giulio Cesare. Ciò che avvenne dopo è intuibile, Ottaviano ormai consapevole che non poteva permettere una possibile rivalsa di Antonio, prosegui la spedizione in direzione dell’Egitto; tentando anche di persuadere Cleopatra, con la promessa di mantenerla a capo dell’Egitto se avesse ucciso o scacciato Antonio.

 

Trascorso l’inverno, il futuro Cesare avanzò attraverso la Siria, e tentando di stringere Antonio in una morsa, fece muovere i suoi generali dalla Libia anch’essi verso l’Egitto; continuando pur sempre in una mediazione con la regina, anche in virtù dei grandi tesori che ella deteneva e che Ottaviano aveva il timore che potessero andare perduti. Antonio ebbe un sussulto di gloria, quando sentito il nemico alle porte riuscì a farlo indietreggiare fino ai loro accampamenti, ma si trattava di un fuoco di paglia. Durante la notte fra il trentuno luglio e il primo agosto del 30 a.C. in attesa dello scontro finale, si racconta, che si udirono rumori di danze dionisiache e il clamore di una folla, che dalla città procedeva verso il campo nemico probabilmente a voler definitivamente segnare l’abbandono del dio Dionisio, a cui tanto si ispirò la vita di Antonio.

 

Al sorgere del sole, Antonio dispose la fanteria sui colli di fronte alla città e le navi pronte a salpare in direzione del nemico, ma come prevedibile alla vista delle navi cesariane i marinai si salutarono con i remi e giunti vicini a quelli di Ottaviano passarono con loro, contestualmente anche la cavalleria abbandonò il generale che ormai sconfitto si ritirò all’interno delle mura della città.

 

Ormai privo di qualunque appoggio fu preso dall’ira verso Cleopatra pensando a un tradimento, incominciò un a inveire contro di lei, così la regina rendendosi conto della disfatta chiuse i varchi del palazzo e disse ai suoi servi di annunciare la sua morte, alla quale Antonio reagì con sconforto per non aver avuto anch’egli lo stesso coraggio: «O Cleopatra, non mi lamento d’esser privato di te, perché tosto arriverò nello stesso luogo dove sei tu, ma perché io, che sono un comandante tanto grande, mi sono rivelato inferiore a una donna per la forza d’animo».

 

Dopo un fallito tentativo di suicidio in cui si procurò comunque una grave ferita, Antonio ricevette la notizia che la regina era in realtà ancora viva, e quindi si fece prontamente portare da lei; e in uno struggente colloquio esortò Cleopatra a salvarsi in maniera onorevole. Ma ormai Cleopatra sembrava intenta a pensare soprattutto alla morte, e per questo saggiava le potenzialità letali dei veleni di varie specie di serpenti sui condannati alla pena capitale. La mediazione a questo punto del destino della sola Cleopatra, venne portata avanti da Ottaviano per il tramite di Proculeio, l’intento sarebbe stato quello di evitare, mediante l’intervento di questo cavaliere coadiuvato da Cornelio Gallo “praefectus fabrum”, che la regina si togliesse la vita; ma Cleopatra non voleva mettersi nelle mani di Ottaviano, ribadendo la richiesta di concedere l’Egitto ai suoi figli. Proculeio forzo l’edificio in cui Cleopatra si era rinchiusa; penetrato all’interno e impedì a Cleopatra di trafiggersi. Dopo l’entrata ad Alessandria di Ottaviano, nel giorno del suicidio di Antonio, inizia un vero e proprio periodo di deperimento e di malattia per Cleopatra, che solo la minaccia di ritorsioni verso i suoi figli la fanno desistere alle cure.

 

Infine, si svolge ancora un incontro tra Ottaviano e la regina, nel quale Cleopatra giustifica le sue azioni contro Ottaviano imputandole al solo Antonio, e piegandosi così alla clemenza del futuro Cesare. Tuttavia, successivamente la regina apprese da Cornelio Dolabella che Ottaviano, in realtà, era intenzionato a condurla assieme ai figli a Roma per il trionfo; proprio questa notizia sarebbe stata la molla che spinse Cleopatra al suicidio. Quindi, dopo un’ultima visita alla tomba di Antonio, Cleopatra assieme alle ancelle Ira e Carmione, per mezzo di un aspide, il famoso cobra egiziano portatogli da un servo e nascosto in un cesto sotto le foglie di fico, si suicidano. Nonostante sia ormai consolidata la narrazione della morte di Cleopatra, Plutarco stesso ci rende edotti della mancata univocità della tradizione: «Altri dicono che l’aspide fosse custodito in un orcio e che quando Cleopatra lo irritò con un fuso d’oro, saltò fuori e le si attaccò a un braccio. Ma nessuno conosce la verità».

 

Tirando le somme, va notato che le narrazioni delle fonti in relazione ai fatti forse hanno una rappresentazione decisamente diversa dall’idea collettiva di amore incondizionato tra Antonio e Cleopatra. Se per Ottaviano la volontà o necessità era quella di impossessarsi dell’Egitto, ovvero l’”annona” di Roma, e di far morire Antonio; e abbastanza chiaro, che vi fu una compartecipazione da quella che divenne probabilmente una vera e propria complice, ovvero Cleopatra. Non e chiaro se Cleopatra nelle intenzioni di Ottaviano dovesse morire comunque, sia pure in un secondo tempo, o se invece potesse essere risparmiata. Le proposte di trattativa in un primo tempo sono inoltrate a Ottaviano, congiuntamente da Antonio e Cleopatra, ma a un certo punto le controproposte di accordo riguardano solo Cleopatra.

 

Antonio sembra essersi accorto di ciò, nonostante non volle prendere o non fu nella possibilità di prendere provvedimenti drastici contro Cleopatra, d’altronde si trovava ormai bloccato nel regno tolemaico alla testa di un esercito fedele a Cleopatra ben più che a lui. Si è cercato di dimostrare che sarebbe stato Ottaviano, legato a tale simbologia, a inserire un serpente, tra l’altro nel 63 a.C. proprio un serpente avrebbe preannunciato la sua nascita alla madre Azia, nella storia del suicidio di Cleopatra; resta in effetti il dubbio, soprattutto nelle modalità di una morte di Cleopatra avvenuta per il morso di un solo aspide, che dopo il primo morso resta senza veleno, mentre nelle fonti e attestata la contestuale morte anche di Ira e Carmione. È necessario tuttavia prendere in considerazione che le fonti traggono le informazioni da informazioni mediate lo stesso Plutarco, coevo degli avvenimenti (seppur poco più che dodicenne), ha la necessità di esprimersi con pareri soggettivi che necessariamente debbono rispecchiare il volere del futuro Cesare nella completa inosservanza di quella che oggi definiremo politically correct.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Plutarco, Demetrio e Antonio vite parallele, a cura di Osvalda Andrei e Rita Scuderi, Rizzoli, Milano 2020.

Ottaviano Augusto, Res Gestae, a cura di Lucia Canali, Mondadori, Milano 2019.

J. Whitehorne, Cleopatras, Taylor & Francis, Milton Park 2001.

Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino 2018.

Geraci G., Marcone A., Fonti per la storia romana, seconda edizione, Le Monnier, Firenze 2020. 

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