[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 221 / MAGGIO 2026 (CCLII)


ambiente

IL BASILICO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

Il basilico (Ocimum basilicum) è una pianta annua erbacea della famiglia delle Labiate, nativa dell’India e, forse, anche dell’Africa tropicale, si diffuse in Medio Oriente e in seguito nell’Antica Grecia e, intorno al 350 a.C., ai tempi di Alessandro Magno, anche in Italia e poi altrove (attualmente si trova in tutti i Paesi caldi e temperati).

In area mediterranea si coltivò fin dall’età classica ma solo occasionalmente e soltanto come pianta medicinale. L’uso in cucina entrò tardi, anche per i giudizi non molto incoraggianti che davano i testi di dietetica. Ad esempio Galeno lo definì dannoso per lo stomaco, pesante da digerire e generatore di cattivi umori. Inoltre, per alcuni naturalisti antichi tale erba poteva condurre alla pazzia e, se si tritava e si copriva con una pietra, faceva nascere uno scorpione. Mentre se la si masticava e poneva al sole generava vermi.

Plinio il Vecchio scriveva: "Diodoro sostiene, nei suoi Empirica, che cibarsi di basilico fa venire i pidocchi. La generazione successiva ha difeso energicamente questa pianta asserendo che le capre ne mangiano, che nessuno ne ha avuto la mente sconvolta e che costituisce un rimedio contro le punture degli scorpioni di terra e il veleno di quelli di mare, se è preparata con vino e con l’aggiunta di aceto". Inoltre Plinio il Vecchio riferiva che la si considerava una pianta magica che poteva perdere tuttavia i suoi effetti se la si toccava o si tagliava con il ferro. Infatti la si doveva cogliere per pratiche magiche con la mano sinistra e a luna crescente. Un suo rametto permetteva infine di capire se una persona era ipocrita o bugiarda e per verificare ciò bastava mettere un ramoscello di questa pianta sul suo corpo mentre dormiva. Se il sospetto era fondato le foglioline in breve tempo si avvizzivano.

La piantina è, sin dall’Antichità ma anche tuttora, una pianta contemporaneamente erotica e funeraria. Questo come si addice a tutto ciò che gravita nel regno di Colei che ogni essere genera e riassorbe in sé. Nello specifico, per quanto riguarda la simbologia funeraria, ad esempio nell’isola di Creta è simbolo di Lutto. In un canto popolare di quella terra si dice: "Basilico! Erba di lutto, fiorisci sulla mia finestrella; anch’io vado a coricarmi nel dolore e mi addormento piangendo". Secondo Angelo De Gubernatis tale simbologia funeraria è radice comune alla letteratura bizantina. Pertanto si dovrebbe ricercare meglio nell’Antica Grecia i motivi di questo simbolismo funerario, forse da un legame con una delle tante epifanie della Grande Madre.

Invece per quanto riguarda la simbologia erotica di questa vegetazione tutt’oggi, come in passato, si attribuiscono al vegetale delle proprietà per favorire il concepimento. Infatti, ad esempio, un tempo lo si dava come foraggio alle asine e cavalle prima della monta.

Anticamente i contadini sostenevano che si doveva accompagnare la sua semina con ingiurie, maledizioni e imprecazioni affinché crescesse più vigoroso. Da quell’usanza nacque il detto "Cantare il basilico", cioè lanciare maledizioni, imprecare contro qualcuno senza misurare le parole.

Nel complesso si può affermare che nell’Antichità questa pianta era malvista. Tale brutta reputazione continuò nel Medioevo fino al XV secolo. Ad esempio come affermava l’umanista Platina in De honesta voluptate et valitudine, rifacendosi alla testimonianza del medico Crisippo, che a sua volta si ricollegava all’opinione che Plinio il Vecchio espresse nella sua Naturalis historia. Pertanto imputò all'erba di essere nociva allo stomaco, di indebolire la vista, di nuocere al fegato e addirittura di provocare follia – per questa ragione si diceva che le capre si rifiutavano di mangiare questa pianta. Qualcun altro umanista, similmente a quelli dell’Antichità, sosteneva anche che dallo stesso potessero nascere gli scorpioni, questo se lo si pestava e lo si copriva con una pietra. Se invece lo si masticava e lo si esponeva al sole potevano nascere vermi o pidocchi.

Platina però ammetteva che tutte queste cose negative erano confutate dall’esperienza quotidiana. Di conseguenza da ciò si può dedurre che il basilico all’epoca si usasse in cucina perché altrimenti non era possibile trarne alcuna esperienza quotidiana, seppure il consiglio implicito dell’umanista era quello di utilizzarlo con parsimonia. Questo considerando anche: "l’eccessiva potenza che viene [da quest’erba] dalla sua natura calda e secca".

Le considerazioni di Platina rivelavano un certo cambiamento nel modo di raffigurare le proprietà del basilico, ma i ricettari medievali continuarono a preferire altre erbe aromatiche. Solo nel Cinquecento apparvero esplicite attestazioni d’uso culinario. Ad esempio il botanico e gastronomo Costanzo Felici, verso il 1565-1570, lo definì: "molto usato nelle insalate e nelle minestre et in molte altre vivande, servendosi delle sue foglie e cime tenere. [...] L’estate non si vede horto né fenestra che non sia adornata e non vi è pianta che coltivano più volentieri le donne che questa". Felici, come in molte altre occasioni, attribuiva alle donne il merito d’innovazione gastronomica ben presto destinata a farsi tradizione. Ad esempio nel Seicento Giacomo Castelvetro imputò alle "massare" la capacità di confezionare insalate di "erbe buone" dosando sapientemente gli ingredienti, tra cui gli aromatici ramoscelli.

L’ingresso ufficiale del basilico nella cucina italiana non risale a prima del XVI-XVII secolo. In seguito molti testi lo citarono positivamente. Prima però che diventi uno dei simboli della gastronomia italiana fu necessario ancora molto tempo. In realtà quest’erba negli orti è elegante nella sua semplicità e ha un intenso profumo.

Infatti etimologicamente il termine deriva dal latino basilicum e dal greco βασιλικόν (basilikón), che significa "regale". In botanica si chiama Ocimum basilicum, dove il primo termine significa "profumo". Per questa ragione, come ricorda Carlo Lapucci, questa pianta ha ispirato il simbolo della Dolcezza. Presenta diverse proprietà salutari e curative. Se si distilla si ottiene l’olio essenziale di basilico, che si usa in prodotti di profumeria e medicinali.

Tuttora, ad esempio, c’è la credenza per cui avrebbe la proprietà di combattere depressione e abulia. Inoltre si pensa che la pianta liberi l’aria dagli spiriti maligni e per questa ragione si tiene spesso sui davanzali o nei pressi della casa. Le foglie messe nell’acqua si ritiene che siano in grado di purificare il corpo e la mente dagli influssi malefici, che si possono cacciare anche spargendole asciutte sul pavimento. Quindi si crede che questa pianta abbia la capacità di allontanare i demoni, di tenere a debita distanza anche serpenti, scorpioni e zanzare. Infatti si sostiene che, se si pone vicino ai pomodori, respinga gli insetti. La sua presenza nelle cucine e nelle stanze da pranzo preserverebbe dagli avvelenamenti o dai disturbi causati da cibi cattivi, alterati o "fatturati".

La notte di san Giovanni Battista, ch’è quella tra il 23-24 giugno, si credeva che le streghe e le altre creature diaboliche volassero nei cieli per raggiungere il loro annuale convegno. Pertanto si pensava che nel corso del loro viaggio tali creature potessero decidere di entrare nelle case della gente. Di conseguenza gli abitanti per difendersi dalle loro possibili intrusioni usavano "erbe cacciastreghe", tra queste c’era anche il basilico. Infatti si diceva che questa erba proteggeva da ogni maleficio, tant’è che era così potente da provocare malesseri gravissimi alle streghe. Caterina Sforza, signora di Forlì, battezzò Acqua celeste un tonico ottenuto distillando tre volte molte erbe, tra cui le profumate foglie.

In Abruzzo, nel Chietino, si narrava che un giovane contadino si recava a far visita alla fidanzata portandone sull’orecchio un rametto, ma non lo regalava mai all’amata perché il gesto poteva indicare disprezzo. In Toscana lo si soprannominava "amorino", ruolo confacente, come osservava Angelo De Gubernatis, riferendo che in una novella di Gentile Sermini, un narratore senese del XV secolo, una giovane donna avvertiva il suo amoroso che poteva salire con un gesto simbolico, togliendo il vaso di basilico dal davanzale. In Sicilia l'essenza era simbolo di Amore ricambiato, così la ragazza che ne metteva da un giorno all’altro un vasetto sul davanzale voleva comunicare di essersi innamorata. Ma in alcune zone quel vasetto poteva anche indicare la casa di una prostituta.

Il tema del basilico simbolicamente "mezzano" si ritrova in una novella diffusa in tutta Italia, e che in Toscana è intitolata Il basilicone. C’era una volta una bella ragazza di nome Caterina, che ogni giorno si recava da una sarta per imparare a cucire. Aveva ricevuto l’ordine di innaffiare ogni mattina una sontuosa pianta sul balcone che si affacciava sulla via principale, dove passeggiava abitualmente il figlio del re. Quest’ultimo un giorno le rivolse la parola ma lei non rispose. Dopo diverse volte che ciò accadeva lei chiese consiglio alla sarta su cosa replicare. Così alla fine i due cominciarono a parlarsi, inizialmente con giochi di parole, beffe e ripicche. Fin quando il principe si innamorò perdutamente della bella Caterina, il cui nome le si addiceva perché le apprendiste sarte o modiste hanno come patrona l'omonima santa d’Alessandria (le si chiama infatti "caterinette"). Così decise di sposarla.

Si crede che tale pianta sia benefica per l’amore ma non solo, infatti i suoi rami fioriti posti dentro un vaso in una stanza propizierebbero l’amicizia e la concordia familiare. Questa sua funzione si riscontra anche nella tradizione siciliana, riferita da Giuseppe Pitrè, la cosiddetta "comare del basilico", una forma di comparatico fra donne e ragazze che si stringe scambiandosi vasi di questa pianticella nel giorno canonico di san Giovanni Battista.

In generale attualmente le foglie di basilico simboleggiano una pronta guarigione, intesa sia da una malattia ma anche in senso figurato, cioè da un brutto momento che si sta attraversando nella vita. In India, suo paese d’origine, lo si ritiene da sempre, sia in passato che oggigiorno, un’importante pianta sacra.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]