IL BASILICO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia Cesarini Argiroffo
Il basilico (Ocimum
basilicum) è una pianta annua
erbacea della famiglia delle
Labiate, nativa dell’India e, forse,
anche dell’Africa tropicale, si
diffuse in Medio Oriente e in
seguito nell’Antica Grecia e,
intorno al 350 a.C., ai tempi di
Alessandro Magno, anche in Italia e
poi altrove (attualmente si trova in
tutti i Paesi caldi e temperati).
In area mediterranea si coltivò fin
dall’età classica ma solo
occasionalmente e soltanto come
pianta medicinale. L’uso in cucina
entrò tardi, anche per i giudizi non
molto incoraggianti che davano i
testi di dietetica. Ad esempio
Galeno lo definì dannoso per lo
stomaco, pesante da digerire e
generatore di cattivi umori.
Inoltre, per alcuni naturalisti
antichi tale erba poteva condurre
alla pazzia e, se si tritava e si
copriva con una pietra, faceva
nascere uno scorpione. Mentre se la
si masticava e poneva al sole
generava vermi.
Plinio il Vecchio scriveva: "Diodoro
sostiene, nei suoi
Empirica, che cibarsi di
basilico fa venire i pidocchi. La
generazione successiva ha difeso
energicamente questa pianta
asserendo che le capre ne mangiano,
che nessuno ne ha avuto la mente
sconvolta e che costituisce un
rimedio contro le punture degli
scorpioni di terra e il veleno di
quelli di mare, se è preparata con
vino e con l’aggiunta di aceto".
Inoltre Plinio il Vecchio riferiva
che la si considerava una pianta
magica che poteva perdere tuttavia i
suoi effetti se la si toccava o si
tagliava con il ferro. Infatti la si
doveva cogliere per pratiche magiche
con la mano sinistra e a luna
crescente. Un suo rametto permetteva
infine di capire se una persona era
ipocrita o bugiarda e per verificare
ciò bastava mettere un ramoscello di
questa pianta sul suo corpo mentre
dormiva. Se il sospetto era fondato
le foglioline in breve tempo si
avvizzivano.
La piantina è, sin dall’Antichità ma
anche tuttora, una pianta
contemporaneamente erotica e
funeraria. Questo come si addice a
tutto ciò che gravita nel regno di
Colei che ogni essere genera e
riassorbe in sé. Nello specifico,
per quanto riguarda la simbologia
funeraria, ad esempio nell’isola di
Creta è simbolo di Lutto. In un
canto popolare di quella terra si
dice: "Basilico! Erba di lutto,
fiorisci sulla mia finestrella;
anch’io vado a coricarmi nel dolore
e mi addormento piangendo". Secondo
Angelo De Gubernatis tale simbologia
funeraria è radice comune alla
letteratura bizantina. Pertanto si
dovrebbe ricercare meglio
nell’Antica Grecia i motivi di
questo simbolismo funerario, forse
da un legame con una delle tante
epifanie della Grande Madre.
Invece per quanto riguarda la
simbologia erotica di questa
vegetazione tutt’oggi, come in
passato, si attribuiscono al
vegetale delle proprietà per
favorire il concepimento. Infatti,
ad esempio, un tempo lo si dava come
foraggio alle asine e cavalle prima
della monta.
Anticamente i contadini sostenevano
che si doveva accompagnare la sua
semina con ingiurie, maledizioni e
imprecazioni affinché crescesse più
vigoroso. Da quell’usanza nacque il
detto "Cantare il basilico", cioè
lanciare maledizioni, imprecare
contro qualcuno senza misurare le
parole.
Nel complesso si può affermare che
nell’Antichità questa pianta era
malvista. Tale brutta reputazione
continuò nel Medioevo fino al XV
secolo. Ad esempio come affermava
l’umanista Platina in
De honesta voluptate et valitudine,
rifacendosi alla testimonianza del
medico Crisippo, che a sua volta si
ricollegava all’opinione che Plinio
il Vecchio espresse nella sua
Naturalis historia. Pertanto
imputò all'erba di essere nociva
allo stomaco, di indebolire la
vista, di nuocere al fegato e
addirittura di provocare follia –
per questa ragione si diceva che le
capre si rifiutavano di mangiare
questa pianta. Qualcun altro
umanista, similmente a quelli
dell’Antichità, sosteneva anche che
dallo stesso potessero nascere gli
scorpioni, questo se lo si pestava e
lo si copriva con una pietra. Se
invece lo si masticava e lo si
esponeva al sole potevano nascere
vermi o pidocchi.
Platina però ammetteva che tutte
queste cose negative erano confutate
dall’esperienza quotidiana. Di
conseguenza da ciò si può dedurre
che il basilico all’epoca si usasse
in cucina perché altrimenti non era
possibile trarne alcuna esperienza
quotidiana, seppure il consiglio
implicito dell’umanista era quello
di utilizzarlo con parsimonia.
Questo considerando anche:
"l’eccessiva potenza che viene [da
quest’erba] dalla sua natura calda e
secca".
Le considerazioni di Platina
rivelavano un certo cambiamento nel
modo di raffigurare le proprietà del
basilico, ma i ricettari medievali
continuarono a preferire altre erbe
aromatiche. Solo nel Cinquecento
apparvero esplicite attestazioni
d’uso culinario. Ad esempio il
botanico e gastronomo Costanzo
Felici, verso il 1565-1570, lo
definì: "molto usato nelle insalate
e nelle minestre et in molte altre
vivande, servendosi delle sue foglie
e cime tenere. [...] L’estate non si
vede
horto né fenestra che non sia
adornata e non vi è pianta che
coltivano più volentieri le donne
che questa". Felici, come in molte
altre occasioni, attribuiva alle
donne il merito d’innovazione
gastronomica ben presto destinata a
farsi tradizione. Ad esempio nel
Seicento Giacomo Castelvetro imputò
alle "massare" la capacità di
confezionare insalate di "erbe
buone" dosando sapientemente gli
ingredienti, tra cui gli aromatici
ramoscelli.
L’ingresso ufficiale del basilico
nella cucina italiana non risale a
prima del XVI-XVII secolo. In
seguito molti testi lo citarono
positivamente. Prima però che
diventi uno dei simboli della
gastronomia italiana fu necessario
ancora molto tempo. In realtà
quest’erba negli orti è elegante
nella sua semplicità e ha un intenso
profumo.
Infatti etimologicamente il termine
deriva dal latino
basilicum e dal greco
βασιλικόν (basilikón),
che significa "regale". In botanica
si chiama
Ocimum basilicum, dove il primo
termine significa "profumo". Per
questa ragione, come ricorda Carlo
Lapucci, questa pianta ha ispirato
il simbolo della Dolcezza. Presenta
diverse proprietà salutari e
curative. Se si distilla si ottiene
l’olio essenziale di basilico, che
si usa in prodotti di profumeria e
medicinali.
Tuttora, ad esempio, c’è la credenza
per cui avrebbe la proprietà di
combattere depressione e abulia.
Inoltre si pensa che la pianta
liberi l’aria dagli spiriti maligni
e per questa ragione si tiene spesso
sui davanzali o nei pressi della
casa. Le foglie messe nell’acqua si
ritiene che siano in grado di
purificare il corpo e la mente dagli
influssi malefici, che si possono
cacciare anche spargendole asciutte
sul pavimento. Quindi si crede che
questa pianta abbia la capacità di
allontanare i demoni, di tenere a
debita distanza anche serpenti,
scorpioni e zanzare. Infatti si
sostiene che, se si pone vicino ai
pomodori, respinga gli insetti. La
sua presenza nelle cucine e nelle
stanze da pranzo preserverebbe dagli
avvelenamenti o dai disturbi causati
da cibi cattivi, alterati o
"fatturati".
La notte di san Giovanni Battista,
ch’è quella tra il 23-24 giugno, si
credeva che le streghe e le altre
creature diaboliche volassero nei
cieli per raggiungere il loro
annuale convegno. Pertanto si
pensava che nel corso del loro
viaggio tali creature potessero
decidere di entrare nelle case della
gente. Di conseguenza gli abitanti
per difendersi dalle loro possibili
intrusioni usavano "erbe
cacciastreghe", tra queste c’era
anche il basilico. Infatti si diceva
che questa erba proteggeva da ogni
maleficio, tant’è che era così
potente da provocare malesseri
gravissimi alle streghe. Caterina
Sforza, signora di Forlì, battezzò
Acqua celeste un tonico ottenuto
distillando tre volte molte erbe,
tra cui le profumate foglie.
In Abruzzo, nel Chietino, si narrava
che un giovane contadino si recava a
far visita alla fidanzata portandone
sull’orecchio un rametto, ma non lo
regalava mai all’amata perché il
gesto poteva indicare disprezzo. In
Toscana lo si soprannominava
"amorino", ruolo confacente, come
osservava Angelo De Gubernatis,
riferendo che in una novella di
Gentile Sermini, un narratore senese
del XV secolo, una giovane donna
avvertiva il suo amoroso che poteva
salire con un gesto simbolico,
togliendo il vaso di basilico dal
davanzale. In Sicilia l'essenza era
simbolo di Amore ricambiato, così la
ragazza che ne metteva da un giorno
all’altro un vasetto sul davanzale
voleva comunicare di essersi
innamorata. Ma in alcune zone quel
vasetto poteva anche indicare la
casa di una prostituta.
Il tema del basilico simbolicamente
"mezzano" si ritrova in una novella
diffusa in tutta Italia, e che in
Toscana è intitolata
Il basilicone. C’era una volta
una bella ragazza di nome Caterina,
che ogni giorno si recava da una
sarta per imparare a cucire. Aveva
ricevuto l’ordine di innaffiare ogni
mattina una sontuosa pianta sul
balcone che si affacciava sulla via
principale, dove passeggiava
abitualmente il figlio del re.
Quest’ultimo un giorno le rivolse la
parola ma lei non rispose. Dopo
diverse volte che ciò accadeva lei
chiese consiglio alla sarta su cosa
replicare. Così alla fine i due
cominciarono a parlarsi,
inizialmente con giochi di parole,
beffe e ripicche. Fin quando il
principe si innamorò perdutamente
della bella Caterina, il cui nome le
si addiceva perché le apprendiste
sarte o modiste hanno come patrona
l'omonima santa d’Alessandria (le si
chiama infatti "caterinette"). Così
decise di sposarla.
Si crede che tale pianta sia
benefica per l’amore ma non solo,
infatti i suoi rami fioriti posti
dentro un vaso in una stanza
propizierebbero l’amicizia e la
concordia familiare. Questa sua
funzione si riscontra anche nella
tradizione siciliana, riferita da
Giuseppe Pitrè, la cosiddetta
"comare del basilico", una forma di
comparatico fra donne e ragazze che
si stringe scambiandosi vasi di
questa pianticella nel giorno
canonico di san Giovanni Battista.
In generale attualmente le foglie di
basilico simboleggiano una pronta
guarigione, intesa sia da una
malattia ma anche in senso figurato,
cioè da un brutto momento che si sta
attraversando nella vita. In India,
suo paese d’origine, lo si ritiene
da sempre, sia in passato che
oggigiorno, un’importante pianta
sacra.