[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

161 / MAGGIO 2021 (CXCII)


moderna

ASTROLOGI GIUDIZIARI

TROILO LANCETTA E LE ACCUSE ALL’ASTROLOGIA GIUDIZIARIA

di Ester Sintini

 

“Sì che nasce là giù da l’esser vostro

La pravità, non già da l’oprar nostro”.

 

È la prima metà del 1600. Si sta consumando la Guerra dei Trent’anni, l’ultimo grande conflitto religioso, e in effetti il clima è di scottante dibattito teologico. Siamo usciti dal concilio di Trento, fioccano gli Indici dei libri proibiti, Inquisizione e Gesuiti si danno da fare con rinnovato vigore; Galileo ha nascosto le sue scoperte dietro un’abiura obbligata e, dalla fine del secolo precedente, le costellazioni si sono improvvisamente moltiplicate nell’emisfero australe.

 

È proprio di stelle, tra le altre cose, che qui tratteremo, con l’aiuto della Raccolta medica et astrologica di Lootri Nacattel. Anagramma di Troilo Lancetta, lui è un medico natio della zona del Lago di Garda. Negli anni ‘30 del XVII secolo fa pubblicare a Venezia la Raccolta medica et astrologica, di cui ci interessa una parte in particolare: il dibattito «contra gli astrologhi giudiciarii».

 

Chi erano gli astrologi giudiziari? Funzionava pressappoco così: mentre l’astronomia naturale, indagando la natura, forniva risposte alle domande degli agricoltori, dei navigatori, o dei medici, L’astrologia giudiziaria pretendeva di leggere nel cielo ciò che poteva sapere solo Dio, il futuro degli uomini. Mandava all’aria l’idea del libero arbitrio, sostenuta dalla Chiesa, e attribuiva al Cielo, luogo di ogni bene, le cause delle malefatte degli uomini.

 

Troilo, tra nozioni di medicina, meteorologia e citazioni varie da autori da lui considerati autorevoli, dipinge una pittoresca descrizione di quel che erano gli astrologi giudiziari per lui e per chi, come lui, non trovava nelle loro idee alcun fondamento. E siccome «meglio è il filosofar, che l’arricchir, a chi bisogno non ha di vitto, ò di vestito», se non avete più impellenti necessità vi invito volentieri a seguirmi in questo mio breve filosofare.

 

È Ippocrate il primo a illuminarci, in Dell’aria, aque e lochi, con nozioni di medicina, dove il calcolo dei tempi dell’anno, delle stagioni e delle stelle sono fondamentali: «con la mutatione che si fà de i tempi, si commutano anco le viscere delli huomini», e in base al «nascimento» degli astri è possibile che una malattia si palesi, o che un malato guarisca, o che muoia. In pratica l’andamento della malattia è influenzato da quali stelle fanno capolino in cielo.

 

Ma non traiamo conclusioni affrettate: Ippocrate non sta dicendo di affidarsi al firmamento per guarire i mali degli uomini. Infatti, se i medici «sono stati professori ch’intendessero», è solo dopo il manifestarsi del male che svolgono le previsioni sull’andamento della malattia. «La predizione fatta senza segni ne nostri corpi è incerta»; ogni medico saggio deve «confermate con l’isperienza».

 

Girolamo Fracastoro, un’autorità in campo medico nel XV-XVI secolo, osa addirittura sfidare l‘autorità di Galeno, che ha messo «da parte la virtù dell’arte propria, per obedire, et starsene all’inganni, et fascinationi altrui» e attribuisce le ragioni delle crisi «al Cielo, et Stelle, et massimamente alla Luna». Ci dice Girolamo che i medici «si sono scordati di se stessi [...] sedotti, et persuasi dalli Astrologhi».

Non solo le malattie, ma anche i venti, il freddo e il caldo influiscono su di noi. Sono «li tempi, e’l nascimento delle Stelle» che «sogliono apportare venti, pioggia, sereno, freddo e caldo», ed essi possono influire sulla salute degli uomini. Quindi l’azione degli astri su di noi è indiretta, mediata dai cambiamenti atmosferici.

 

Ma c’è più della pratica medica in ballo: affermare di poter leggere nel cielo il futuro, il fato, significa imputare a lui la responsabilità di ciò che accade sulla Terra. Ma «il cielo non è capace di male d’alcuna sorte»! E, sicché il cielo è cosa eterna e «nelle cose eterne non si trova male per verun conto», non gli si può attribuire la colpa delle malefatte umane. Sbaglia chi afferma «c’halcune delle Stelle siano fortunate, ed’altre infortunate»; il cielo, Dio, la Potenza Creatrice, non ha nessuna colpa nel male che fanno gli uomini, dotati di libero arbitrio.

 

Troilo prosegue citando Alessandro Afrodiseo, filosofo del II-III secolo d.C.: «l’astrologia giudiciaria non è arte, ma inventione delusoria», e gli astrologi giudiziari sono «prestigiatori, giocolatori», che hanno «osservato la debolezza della plebe d’intorno al fato» e sono convinti «che di tutti li erori che fà la plebe, et li huomini di poco senno, s’hà da incolpare il fato». Credono che tramite quell’arte, che di arte non merita il nome, «ponno antecedentemente sapersi, et predirsi tutte le cose», e che tutto avviene per «una certa necessità, ch’ha nome fato». Questo fanno gli astrologi giudiziari, bugiardi, ingannatori e prestigiatori, che «sovente depravano la mente di quelli [...] che si ritrovano involuti in certe circostanze, et calamità», raggirandoli con la menzogna che tutto «succede per la forza del fato».

 

Lo stesso discorso è ripreso dalle parole di tale Gio. Grammatico (probabilmente si tratta di Giovanni Filopono, filosofo e teologo bizantino del IV-V secolo d.C.): vi sono alcuni, dice egli, che «favolosamente parlando [...] dicono che nel Cielo si trovano potenze, et virtù tali, che vengono ad essere effettrici delli eventi di queste cose quà giù [...]». Ma, aggiunge, «queste cose favolose [...] si conducono non per altro, che per l’ignoranza delle cose naturali». L’ignoranza porta all’errore. Gli indovini sono certamente dei bugiardi, ma gli uomini che ascoltano le loro parole sono altrettanto sciocchi. Riassume a lato Lancetta: «l’ignoranza delli huomini è il sostegno delli indovini».

 

A questo punto Troilo fa parlare direttamente il suo maestro, Cesare Cremonini, che afferma che cielo e Terra non sono fatti della stessa materia, e dunque l’uno non può avere così tanta influenza sull’altro da deciderne le sorti. Si chiede perché esistano cose anche sottoterra, se gli astrologi giudiziari affermano che dove non arriva il moto del Cielo nulla può essere prodotto; poi si scaglia contro gli oroscopi, che affidano le inclinazioni degli uomini al fato, mentre in verità esse «derivano dalle nature particolare di ciascheduna cosa».

 

Gli antichi astronomi erano più sapienti degli astrologi ciarlatani, poiché «univano à quelle osservationi la contemplatione naturale». Certo, il grande astronomo Tolomeo ha dato credito all’astrologia; ma lo ha fatto solo perché attraverso di essa ha potuto meglio controllare il popolo Egizio; «nongià pensando di costituir scienza» Tolomeo si affidò a quelle pratiche! Ma solo per ben governare.

 

Di nuovo ci viene detto che il cielo «col suo moto per se stesso causi calore, et freddezza per accidente». Esso disgrega e aggrega la materia causando effetti sulla Terra, poiché il cielo è causa universale; ma non lo fa con lo scopo primo di produrre sugli uomini certi risultati: lo fa perché è nella sua natura comportarsi così, e accidentalmente tutto questo si riversa anche su di noi. Non si tratta di destino o di controllo voluto: è tutto casuale.

 

Ma che cos’è questo destino, questo fato a cui l’astrologia imputa il controllo delle azioni umane?

 

Alessandro Afrodiseo rivela che altro non è se non «la propria natura di ciascheduno». Tutto è scaturito dalla natura, le nostre vite e i nostri difetti, e il fato è questa natura. Ed è proprio della natura dell’uomo l’essere corruttibile. «Questo è il fato, et la natura loro». Il Cielo non ci deve nessuna spiegazione: tutto dipende da noi.

 

Concludo con alcuni versi attribuiti al Cremonini, che ben riassumono il succo del discorso: «Sciolsi oltre và, diss’io, sciocchezza humana/Ch’alcuni in vostro Cielo han ritrovato/Ogni rea qualità, brutta, e profana;/Un principio indi fan, c’hà nome fato,/Che spinge ad’ogni trista opra villana/L’alma de l’huom,/Secondo, ch’egli è nato,/Tal che le voglie in lui crude, e sanguigne,/Son’effetti di Stelle aspre, e maligne.

Ma ecco la rivelazione: «Il Ciel sol di bontà tutto è ripieno,/E ciò ch’ei fà, tutto à bontà dispone,/Mà non la può trà voi far sempre à pieno,/Che la vostra materia à lui s’oppone;/Sì che nasce là giù da l’esser vostro/La pravità, non già da l’oprar nostro».

 

Ecco l’invito a non credere al fato, ma all’esperienza, e a non imputare al cielo il male che fanno gli uomini. Lui non c’entra nulla: è tutta farina del nostro sacco. 

RUBRICHE


attualità

ambiente

arte

filosofia & religione

storia & sport

turismo storico

 

PERIODI


contemporanea

moderna

medievale

antica

 

ARCHIVIO

 

COLLABORA


scrivi per instoria

 

 

 

 

PUBBLICA CON GBE


Archeologia e Storia

Architettura

Edizioni d’Arte

Libri fotografici

Poesia

Ristampe Anastatiche

Saggi inediti

.

catalogo

pubblica con noi

 

 

 

CERCA NEL SITO


cerca e premi tasto "invio"

 


by FreeFind

 

 

 

 

 


 

 

 

[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]