SULL’ASSEDIO DI MALTA DEL 1565
L’EROICA DIFESA DEL GRAN MAESTRO
JEAN DE LA VALETTE
di Francesco
Biscardi
L’assedio ottomano di Malta del 1565
è stato uno degli eventi più
significativi nel lungo confronto
tra mondo cristiano e mondo islamico
del XVI secolo. Tuttavia, spesso di
questo avvenimento si sa poco, o
viene ritenuto di minore importanza
rispetto, ad esempio, alla battaglia
di Lepanto del 1571. In realtà, il
possesso dell’isola avrebbe
costituito un successo geostrategico
per il sultano Solimano il
Magnifico: essa rappresentava una
spinosa insidia nei rapporti
marittimi fra
Costantinopoli/Istanbul e il Maghreb,
viste le continue azioni corsare dei
nemici dell’Islam. In più la sua
vicinanza alla Sicilia e quindi, per
estensione, ai domini spagnoli, la
rendevano una preda ambita.
Malta non era però priva di
difensori: vi si era stanziato
l’Ordine cavalleresco degli
Ospitalieri di San Giovanni, di
origine medievale, stabilitosi a
Rodi dopo la caduta dei regni
crociati, e da qui cacciato nel
1522, a seguito di conquista turca.
I Cavalieri avevano allora dovuto
riparare in più località d’Europa,
finché Carlo V non assegnò loro il
possesso dell’arcipelago maltese nel
1530. L’imperatore mostrò
lungimiranza e sagacia: sapeva che
l’isola avrebbe potuto essere
oggetto delle attenzioni sultaniali,
perciò si assicurò la presenza di
abili combattenti in grado,
all’evenienza, di difenderla sino
alla morte.
L’organizzazione dei Cavalieri e il
contesto
Quando costoro arrivarono, da allora
noti come Cavalieri o Ospitalieri di
Malta, possedevano solo tre navi
(due caracche e una galeotta), ed
erano indeboliti ed impoveriti
rispetto ai tempi di Rodi.
Ciononostante non si persero
d’animo: guidati da un abile Gran
Maestro, Philippe de Villiers de L’Isle-Adam,
attesero a darsi una strutturazione
interna, dividendosi in otto Lingue
(dal 1534, a seguito della Riforma
anglicana, furono ridotte a 7 perché
venne esclusa quella inglese), in
pratica “nazionalità”, ad ognuna
delle quali era garantita una delle
alte cariche (ad esempio, vi era la
Lingua della Provenza, da cui
proveniva il Gran commendatore, o
quella dell’Alvernia, cui era
concessa la figura del Gran
maresciallo); avviarono poi il
rafforzamento difensivo dell’isola e
si diedero un sistema di norme che
stabiliva, fra le varie cose, come
potessero essere regolati i beni, le
proprietà e i finanziamenti. Al
gruppo iniziale si aggiunsero
progressivamente nuovi arrivati da
varie aree della Cristianità, i
quali venivano avviati ad un
processo di iniziazione e di
formazione.
L’Ordine prese parte alle imprese di
Carlo V, legò stretti rapporti con
la Santa Sede e continuò con le
attività corsare a cui era già
assuefatto (godenti della Lettera di
corsa erano sostanzialmente tutti i
Cavalieri). Per un effimero periodo
tenne anche sotto il proprio
controllo Tunisi, fino alla
riconquista islamica operata l’abile
corsaro Dragut nel 1551.
L’Isle-Adam morì nel 1534; gli
successero altri Gran Maestri fino a
Jean Parisot de La Valette, eletto
nel 1557, colui che diverrà celebre
per la difesa dell’isola. Questi era
un abile combattente ed un indefesso
cristiano, membro dell’Ordine dal
1514. Aveva vissuto la caduta di
Rodi ed un anno di prigionia in mano
musulmana fra 1541 e 1542, quando
era stato catturato insieme con la
galea
San Giovanni, poi rilasciato a
seguito di uno scambio di
prigionieri.
La preparazione allo scontro
Fu nel 1565 che Solimano attuò il
tentativo di conquista di Malta
inviando una flotta di circa 140
galee, una ventina di galeotte,
numerosi vascelli di trasporto e
circa 30.000 uomini. Partita da
Navarino il 12 maggio, l’armata
impiegò sei giorni per giungere nei
pressi dell’isola. Qui, come nel
resto della Cristianità, erano già
da tempo giunte notizie che una
grande impresa fosse nell’aria: si
sapeva che dall’inverno precedente i
cantieri navali turchi lavoravano a
pieno ritmo, mentre si produceva
numerosa polvere da sparo, si
fondevano cannoni, si
immagazzinavano viveri… non era
difficile immaginarsi quale sarebbe
potuta essere la preda. Pertanto, La
Valette procedette ad evacuare in
Sicilia donne, anziani e bambini,
avviando iniziative di rinforzo
delle difese.
Filippo II, re di Spagna e figlio di
Carlo V, incaricò don Garcia de
Toledo, suo Capitano generale del
mare, di inviare dei primi
contingenti di fanteria italiana e
spagnola a sostegno dell’isola, ai
quali si aggiunsero avventurieri e
guerrieri da varie zone d’Europa. Al
momento, il sovrano madrileno, fra
l’altro preoccupato anche per le
tendenze insurrezionali dei Paesi
Bassi, non aveva possibilità o
interesse ad impegnarsi direttamente
contro il sultano: per
El Rey Prudente, come era
soprannominato, il rischio di
perdere il grosso delle armate
navali in uno scontro avventato
contro quelle di Solimano
rappresentava un pericolo maggiore
rispetto a quello di perdere
l’isola, che comunque poteva,
verosimilmente, affidarsi ai
Cavalieri e alle sue mura
fortificate per il tempo necessario
a fiaccare gli invasori e a
preparare un’idonea spedizione di
aiuto.
Senza il sostegno diretto di Filippo
II, La Valette poteva contare, sulle
prime, su circa 3.000 uomini per
difendere Malta: la cavalleria fu
dislocata a Mdina, la “Città
Vecchia”, allo scopo di effettuare
puntuali sortite, si immagazzinarono
viveri in buche profonde, si collocò
la polvere da sparo in luoghi
sicuri, mentre si cercò di inquinare
i pozzi che avrebbero costituito una
primaria fonte di rifornimento per
gli assedianti.
L’assedio del Forte Sant’Elmo e la
resistenza
Giunta il 18 maggio, la flotta turca
di Lala Mustafà, che poteva
beneficiare del supporto del prode
Dragut, avanzò lungo il litorale
sud, presso la baia di Marsa
Scirocco, importante ancoraggio
maltese. Al momento del loro
attracco, le fortificazioni di Birgu
e di Senglea, importanti aree
insediative, non erano ancora
ultimate, mentre quelle del celebre
Forte Sant’Elmo rischiavano di
essere insufficienti. L’assedio a
quest’ultimo iniziò il 24 maggio con
i primi assalti, mentre i
cannoneggiamenti furono avviati,
dopo alcuni infruttuosi tentativi di
conquista a mano armata, a fine
mese. L’abilità dei difensori e le
strategie messe in atto da La
Valette ritardarono la sua caduta,
che avvenne solo il 23 giugno.
Il tempo non giocava a favore degli
ottomani che distavano circa 800
miglia da Costantinopoli, mentre don
Garcia stava organizzando l’impresa
di soccorso ed aveva intanto inviato
un distaccamento di circa 600 uomini
al comando di don Juan de Cardona.
In più, l’architetto dei Cavalieri,
mastro Evangelista, approfittò dei
giorni in cui gli avversari erano
impegnati a Sant’Elmo per rafforzare
i Forti di Sant’Angelo e San
Michele, oltreché Birgu e Senglea.
Presso queste località si tennero i
successivi assalti ottomani, tutti
costosi in termini di mezzi e di
uomini.
Il soccorso e la ritirata ottomana
Finalmente, con il beneplacito
madrileno, ai primi di agosto si
riunì a Messina un consiglio di
guerra per avviare le operazioni di
soccorso. Dopo circa dieci giorni
dall’inizio dei lavori arrivò
Gianandrea Doria, fido ammiraglio di
Filippo II, con le ultime galee
necessarie all’impresa. Il 26 agosto
la flotta salpò alla volta di Malta,
ma la sfortuna volle che il maltempo
rallentasse la navigazione e
provocasse alcuni incidenti, tanto
che don Garcia optò per ancorare nel
sud della Sicilia il 5 settembre,
attirandosi non poche critiche per
questo, non ultime quelle del Doria
che lo spinse a ripartire già il
giorno seguente. Vista la vicinanza,
giunse comunque nel canale tra Gozo
e Malta il 7 settembre, avviando in
una rada sicura i primi sbarchi.
Nel contempo gli ottomani
continuavano un assedio sempre più
estenuante, vista la durata e le
torride temperature estive, con
sempre minori disponibilità di
guerrieri e risorse. Anche per i
difensori la situazione era sempre
più al limite e le speranze di poter
resistere a lungo si attenuavano.
Per di più erano caduti importanti
combattenti: fra questi un figlio di
don Garcia e un nipote di La Valette,
e lui stesso era stato ferito ad una
gamba, segno che nessuno poteva
sentirsi al sicuro. In questo quadro
la missione di soccorso si rivelò
salvifica: le prime migliaia di
uomini, molte delle quali costituite
dagli abili
tercios di stanza a Milano,
affrontarono nei pressi di Mdina
l’ultimo importante assalto degli
ottomani (per giunta ingannati da un
moresco spagnolo che aveva
minimizzato il numero dei
soccorritori), andando incontro ad
un massacro. I superstiti corsero ad
avvisare Lala Mustafà, il quale
dovette ordinare la ritirata.
L’ultima galea turca lasciò le acque
maltesi il 12 settembre.
Conclusioni e conseguenze
La Cristianità accolse con giubilo
la notizia dell’eroica vittoria e La
Valette ricevette onori ovunque,
tanto che si conferirà il suo nome
alla capitale dell’isola. Critiche
furono, invece, rivolte alle
tergiversazioni e al tardo
intervento spagnolo, sebbene esso
alla fine si sia rivelato
provvidenziale. Dall’altra parte
Solimano, destinato a passare a
miglior vita l’anno seguente (1566),
dovette digerire il boccone amaro e
cercare di minimizzare la disfatta
dicendo che “Malta non esisteva” in
rapporto alle immense dimensioni
dell’Impero ottomano. Tuttavia, essa
in realtà, come precedentemente
detto, sarebbe stata una conquista
importante nello scacchiere
mediterraneo.
Di contro, il trionfo cristiano fu
salutato come un successo voluto da
Dio, mentre la “sopravvivenza”
dell’isola sotto i Cavalieri ha
concesso a quest’ultima di
prosperare sotto il profilo
culturale, architettonico, artistico
e sociale, fino a divenire quella
terra che oggi affascina così tanto
da attirare milioni di turisti
l’anno.
Riferimenti bibliografici:
Joe Attard,
The Knights of Malta, Malta BDL
Publishing 2024.
Fernand Braudel,
Civiltà e imperi nel Mediterraneo
all’epoca di Filippo II (Vol.
2), Torino Einaudi 2010.
Franco Cardini, Antonio Musarra,
Il grande racconto delle crociate,
Bologna Il Mulino 2019.
Simone Sampoli,
La sconfitta nel Mediterraneo.
Venezia e Istanbul: incontri e
scontri, da Carlo V alla guerra di
Candia (1519-1669), Siena Nuova
Immagine Editrice 2016.
Giovanni Staffa,
Solimano, in
I grandi imperatori, Roma Newton
Compton Editori 2015, pp. 702-736.