[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 221 / MAGGIO 2026 (CCLII)


arte

Art Kane e lA ricerca del “Grande quadro”

Oltre la realtà

di Alessandra Olivares

 

Il fotografo americano Art Kane (1925-1995) è stato un audace, grintoso e originalissimo visionario, un esteta animato dal mito della giovinezza e dal culto della bellezza. Le sue immagini, legate al mondo della musica pop, rock e jazz, ai delicati temi sociali e politici e alla moda, rappresentano un documento eccezionale di un’epoca ricca di cambiamenti e di eventi che hanno segnato il corso della storia contemporanea e della coscienza collective. Coerente con lo spirito del proprio tempo, l’autore ha realizzato immagini complesse, ma con un linguaggio espressivo innovativo, raffinato e semplice allo stesso tempo, perché arrivassero a un pubblico più vasto possibile. Il suo approccio libero alla fotografia lo rende pioniere di un modo di praticare quest’arte tipicamente postmoderno. Per rappresentare le sue visionarie riflessioni esistenziali poneva al servizio della sua smisurata creatività “la natura, il tempo atmosferico, la luce, la materia e le persone [...]. E quando la natura non era abbastanza, ha creato lui la realtà e le tecniche adatte per raccontare le sue storie”.

 

Il fotografo e critico Guido Harari definisce le immagini di Kane “una dichiarazione di anti-fotografia”, sottolineandone la vocazione “anti-museale”. Interesse dell’artista, infatti, era dare una risposta di coscienza al periodo che stava vivendo, e così è riuscito ad esprimersi in modo “popolare” e ad arrivare al cuore di un’intera generazione, lasciando un segno indelebile nella cultura internazionale. Eppure Daniele De Luigi, curatore della mostra Art Kane Visionary, tenutasi presso la Galleria Civica di Modena nel 2015, ha affermato che il nome di Art Kane suscita in molti il dubbio di averlo mai sentito prima, nonostante nelle sue immagini, pubblicate sulle più importanti riviste, chiunque possa riconoscere celebri icone. Questo accade perché il maestro visionario non si è mai preoccupato di adottare uno stile unico che lo rendesse immediatamente riconoscibile. E questo non sarebbe mai potuto accadere per la sua arte intrisa di passione e del suo personalissimo punto di vista sul mondo.

 

Nelle sue fotografie si avverte la gioia, la bellezza, la vitalità, ma anche l’ansia, l’angoscia e il dramma non solo di una generazione, ma di un’epoca in cui stava emergendo la consapevolezza di un mondo ricco di contraddizioni. La complessità del quotidiano non poteva essere circoscritta in rigide regole formali, piuttosto era l’arte a doversi adattare alla vita. L’artista americano, pertanto, ha concepito la fotografia come l’idea della bellezza che si andava delineando in questi anni, una “forma espressiva capace di essere liberata da qualunque recinto”.

 

Dopo essersi laureato con lode presso la Cooper Union nel 1950, insieme a Richard Avedon, Irving Penn e Diane Arbus, studiò con il grande direttore artistico Alexey Brodovitch che gli insegnò “a essere intollerante verso la mediocrità e a venerare l’ignoto”. In seguito, a soli ventisette anni, diventò il più giovane art director della storia per la rivista Seventeen. Generalmente il fotografo viene ricordato per essere l’autore che, nel 1958, immortalò cinquantasette icone del jazz su un marciapiede ad Harlem, inconsapevole di aver creato una delle immagini più significative della storia di questo genere musicale. In realtà questo ritratto ha un valore fondamentale nella sua storia artistica, perché fu proprio questa immagine a indurlo a dedicarsi esclusivamente alla fotografia. In questa occasione, infatti, essendo riuscito nell’impresa di raggruppare così tanti musicisti in un unico appuntamento, egli comprese a pieno la forza concettuale del mezzo fotografico, che rappresenta molto di più di uno strumento per creare immagini: “Era il culmine di un processo che riguardava non solo la creatività personale, ma anche il coinvolgimento delle persone nella realizzazione di un’idea, nel fare accadere qualcosa che non era mai accaduto prima”.

 

Come sostiene Jonathan Kane, figlio di Art, l’artista era così interessato alla psicologia dei soggetti che fotografava che riuscì a rivelarne gli aspetti più nascosti. In questo modo ha inventato il ritratto ambientale. Infatti, egli non era intenzionato a realizzare foto realistiche, ma a ritrarre le persone che facevano ciò che interessava a lui, per esprimere la sua visione delle cose, sempre distante dalla realtà in quanto tale. Dopo “Harlem 1958”, l’obiettivo del fotografo si è posato su molti altri volti celebri della musica degli anni Sessanta. Molto nota, e anche copiata infinite volte, è l’immagine degli Who avvolti nella bandiera americana. Ma fotografò anche i Rolling Stones e Janis Joplin, solo per citarne alcuni. Realizzò, inoltre, diverse illustrazioni fotografiche per i testi delle canzoni di Bob Dylan e dei Beatles.

 

Contemporaneamente, dimostrando un deciso impegno sociale, ha posato il suo sguardo audace e irremovibile sugli aspetti più complessi e tragici del suo tempo: la lotta per i diritti civili degli afroamericani, il Vietnam, l’incubo nucleare di Hiroshima e il degrado ambientale. Il maestro ha realizzato anche ritratti di celebrities, tra cui gli artisti Robert Rauschenberg e Andy Warhol, Tom Wolfe, Lenny Bruce e tanti altri. In questo ambito ha eccelso per la sua notevole capacità di entrare in sintonia con il soggetto fotografato. Ha poi firmato reportage di viaggio e fotografie di nudo, con uno sguardo sempre innovativo e raffinato. L’unico elemento che accomuna ambiti così differenti è il piglio visionario con cui ha sempre affrontato la fotografia, nell’instancabile ricerca “del Grande Quadro, di come voleva che il mondo apparisse”.

 

Su riviste come Look, Life ed Esquire ha affinato il suo talento, raggiungendo l’apoteosi della visionarietà anche quando la moda giunse sulla sua strada nella persona di Diana Vreeland, straordinaria signora di Vogue, che è riuscita a raccontare attraverso le pagine della rivista un’epoca ricca di fermenti e radicali cambiamenti come gli anni Sessanta. Ma l’obiettivo statunitense ha lavorato anche per Harper’s Bazaar e firmato numerose campagne pubblicitarie per Revlon, Cacharel e Issey Miyake. La sua cifra stilistica si può sintetizzare in questo modo: colori audaci e saturi, erotismo e sguardo surreale. Nella fotografia editoriale e nella moda è stato il primo a utilizzare il grandangolo come strumento illustrativo. In particolare, nella moda inventò inquadrature avanguardistiche con improbabili angolazioni di ripresa, che richiedevano di osservare l’immagine al contrario, e singolari ambientazioni che, se potevano risultare poco eleganti, con il tempo si sono rivelate anticipatrici di una modalità espressiva più libera e disinvolta, che utilizza la fotografia e la moda non come il fine ultimo dell’immagine, ma come mezzi per raccontare storie e suggerire un punto di vista sul mondo. Proprio negli anni in cui la fotografia di moda stava uscendo dagli studi alla ricerca di luoghi insoliti, egli realizzò immagini degne “della migliore street photography newyorkese degli inizi, per non parlare delle sue esuberanti immagini di donne uscite da un immaginario fantastico”.

 

Dal Surrealismo alla surrealtà

 

Nelle visionarie immagini di Kane si avverte un certo debito e un’affinità concettuale con la poetica del Surrealismo, per aver concepito la fotografia come libera espressione del proprio io interiore e prodotto immagini che sembrano la visualizzazione dei suoi sogni. Il mondo onirico dell’autore è una surrealtà rivelatrice di un modo di pensare svincolato da schemi formali e rigide griglie di pensiero che ci obbligano a reprimere emozioni e sentimenti autentici. Se il Surrealismo ha ripreso il tema della libertà totale da ogni condizionamento esterno, non possiamo non trovare l’affinità dell’artista americano con quello che, prima di essere un movimento artistico, è una concezione di vita. Proprio come gli esponenti surrealisti, egli non era interessato a riprodurre la realtà nella sua apparenza fenomenica, ma è sempre andato oltre il reale, cercando di penetrare in modo più profondo l’essenza del soggetto fotografato. Questa volontà di esprimere le proprie percezioni mentali è confermata anche dal punto di vista tecnico. Il fotografo utilizzava una 35mm e, come lui stesso ha raccontato, era solito coprirsi la testa con la giacca per raggiungere quell’amato senso di alienazione, che lo allontanava dal mondo esterno e lo catapultava nel suo piccolo teatro personale.

Oltre agli espedienti già citati, il maestro, circa trent’anni prima dell’invenzione dei programmi di fotoritocco come Photoshop, fece uso della tecnica pioneristica detta sandwich, che consisteva nello stampare due diapositive sovrapposte per ottenere le sue visioni oniriche, espressioni di un pensiero svincolato da condizionamenti linguistici ed estetici. Lo stesso scopo epifanico avevano le tecniche utilizzate dagli artisti surrealisti: pensiamo ai fotomontaggi e ai frottage di Max Ernst, ai collage e agli accostamenti paradossali di Man Ray o ai giochi di nonsense di René Magritte. Non a caso, tra i precursori dell’utilizzo della tecnica sandwich vi è il fotografo Frederick Sommer, eclettico erede della poetica surrealista, che proprio con questa tecnica realizzò un celebre ritratto di Max Ernst.

 

Come è noto, nel desiderio di dissolvere la contraddizione tra sogno e realtà, i surrealisti hanno fatto largo uso della fotografia, facendo crollare la distinzione tra realtà in quanto tale e realtà rappresentata. L’inquadratura della macchina fotografica crea una spaccatura nell’esperienza del reale, trasformando l’immagine fotografica nella sola realtà possibile. Riflettendo sulla poetica di Art Kane e sulle sue radici surrealiste, non si può non sottolineare il suggestivo parallelismo con Man Ray, l’artista che più di tutti ha utilizzato in modo intenso e innovativo il mezzo fotografico, sperimentando tutto, dalle tecniche più convenzionali alle invenzioni più audaci. Le tecniche di Man Ray – rayogrammi, solarizzazioni, doppie esposizioni e inquadrature inedite – convergono sullo studio della luce e non a caso l’artista decise di adottare una versione abbreviata del suo nome, Emmanuel Radnitzky, in Man Ray, cioè “uomo raggio”. Non sembra solo una singolare coincidenza ciò che Andy Warhol diceva del fotografo americano: “Penso ad Art Kane come ad un colore acceso, [...] come un sole color zucca in mezzo ad un cielo blu. Come il sole, Art fissa il raggio del suo sguardo sul suo soggetto, e quel che vede, lui fotografa”.

 

I due autori sono pionieri della rivoluzione concettuale che ha coinvolto l’arte fotografica nel Ventesimo secolo. Nei primi decenni del Novecento, Man Ray ha compreso e assecondato magistralmente i fermenti della nascente cultura di massa che richiedeva all’artista di “sporcarsi le mani” con attività, quali la fotografia di moda, considerate ancora indecorose. Certamente egli non è stato il primo artista a dedicarsi a questo genere di fotografia, riconoscendone la valenza estetica, per niente inficiata dal suo scopo commerciale. Tuttavia, con la continua sperimentazione tecnica che caratterizza la sua poetica, ha avuto il merito di abbattere concretamente i confini tra arte e moda. Trent’anni dopo, l’obiettivo di Kane ha operato nello stesso modo, catapultando la fotografia di moda nell’immaginario collettivo, alimentato innanzitutto dai più diffusi mezzi di comunicazione di massa, cioè le riviste.

 

Sono davvero tanti i punti di contatto tra questi due artisti insofferenti e ironici rispetto alla mentalità borghese ancora troppo conservatrice e conformista, sia negli anni Venti che verso la fine degli anni Cinquanta. Sin dai suoi esordi nel mondo della moda, attraverso l’incontro con Paul Poiret nel 1921, Man Ray realizza immagini così convincenti che gli apriranno le porte delle principali riviste del settore, tra cui Vogue e Harper’s Bazaar. La fotografia del maestro surrealista, in particolare quella per la moda, gioca sulle ambiguità e sull’erotismo. Attraverso uno stile deciso e irriverente esalta le potenzialità del mezzo creando immagini che evocano un mondo misterioso, piuttosto che esaltare le qualità di un abito o di un accessorio, che invece risultano funzionali ai suoi lavori. Attraverso gli effetti speciali, le decontestualizzazioni e l’utilizzo di objets trouvés, egli reinventa la realtà e trasfigura ogni cosa con uno sguardo ipnotico. La poetica di Kane risulta così affine a quella del fotografo dada-surrealista che, nel confronto, quest’ultimo appare di una modernità stupefacente, anticipatore di un uso del mezzo fotografico “pittorico” e concettuale al tempo stesso. Entrambi gli autori hanno utilizzato la fotografia come un pennello tecnologico per creare illustrazioni in cui non è più importante la riproduzione esatta della realtà, ma l’esplorazione delle possibilità creative dell’io.

 

Ma è nella rappresentazione del corpo femminile che il parallelismo tra i due creativi raggiunge l’apoteosi dell’affinità poetica e concettuale. Nella moda e nelle foto di nudo, Man Ray e Art Kane esplorano la bellezza e la sensualità dei corpi attraverso uno stile che non è mai costante e che ricerca forme di comunicazione sempre nuove, producendo immagini pioneristiche e archetipiche di una visione della bellezza ancora molto attuale. Se pensiamo alle foto dei corpi femminili ritratti dal primo e, in particolare, a quelle che ha scattato alla compagna Lee Miller – modella, giornalista e fotografa lei stessa – e ai bellissimi e statuari corpi delle modelle fotografate dal secondo, tra cui Veruschka e Dolores Wetting, in quelle atmosfere tanto differenti ritroviamo uno spirito molto affine. In entrambi i casi il nostro sguardo è distolto sempre da qualche elemento che disturba l’innegabile bellezza di quei corpi e la perfezione formale dell’immagine.

 

Proprio perché oggetto di un trattamento tutt’altro che convenzionale, il corpo della donna diventa il mezzo attraverso cui affermare la propria autonomia e libertà. Anche se sezionato, decontestualizzato, esplorato o soggetto a tagli, prelievi e distorsioni, il corpo moderno delle donne non appare più vulnerabile o oggetto passivo dello sguardo maschile. Quando Man Ray fotografa l’anatomia femminile, in particolare quella di Lee Miller, lo fa in perfetto spirito surrealista sottoponendolo ad ogni tipo di trattamento: solarizzazioni, prelievi di alcune parti anatomiche, effetti di luce o rayograph che disturbano la bellezza statuaria di quel corpo. Nonostante ciò, la figura della modella non è il corpo-bambola attraverso cui i surrealisti sancirono il ruolo sottomesso della donna come “oggetto erotico, l’ultimo soggetto dello sguardo maschile”, ma nel gioco di sguardi che si attiva vicendevolmente tra Lee Miller e il compagno risiede l’aspetto più concettuale dell’immagine, che è emblema anzitutto di una performance erotica ancora prima che uno studio di nudo.

 

Se certamente tra Man Ray e Lee Miller l’intensa performance artistica è il risultato della relazione umana e sentimentale che li univa, Art Kane ha dimostrato la stessa ammirevole capacità di entrare in sintonia con il soggetto rappresentato. Le numerose campagne pubblicitarie per la moda e la cosmesi in cui si concentra su alcune parti del corpo femminile – un piede, una gamba, un occhio – e gli objets trouvés che catapultano la fotografia di moda in un mondo sconosciuto e destabilizzante sono evidenti eredità surrealiste. Nelle immagini realizzate per la collezione di scialli Chevron Shawl e apparse su Viva nel 1970, l’avanguardistica Zandra Rhodes sembra quasi fluttuare in un contesto inusuale per la moda, un campo incolto, e accanto a lei vediamo una versione elegante della carriola da lavoro che compariva in una celebre fotografia di Man Ray, contrastando con la raffinatezza della modella che indossava un bellissimo abito di Lucien Lelong. Ma anche l’immagine apparsa su Vogue Francia nel 1978, in cui l’obiettivo americano realizza un’inquadratura molto ravvicinata del volto perfettamente truccato della modella, presenta il suo objet trouvé. Lo sguardo è distolto dalla bellissima bocca della donna da banali attrezzi del dentista, provocando lo stesso sentimento di spiazzamento delle lacrime che Man Ray disegnò sul viso di Lee Miller.

 

Ma è nei corpi acefali, colti in pose e inquadrature audaci e inusuali, che avvertiamo l’idea distorta del corpo surrealista. Le Distorsioni di André Kertész, i corpi o parti di esso di Jacques-André Boiffard, Raoul Ubac e Hans Bellmer rimandano al concetto di informe teorizzato da Georges Bataille. L’informe come bassezza, come meccanismo della caduta che attraverso una rotazione assiale rimanda all’animalità dell’uomo. Ma nella poetica di Art Kane, l’informe è qualcosa di più della distorsione, cui aggiunge un lato provocatorio che segnala la sua volontà rivoltosa, trasgressiva, disgregatoria; è quel conturbante che resta irrisolto, quell’inquietante che turba e disturba.

 

Lo spirito audace e irriverente dell’artista americano cerca di dare una risposta al paradosso della bellezza contemporanea che, se da una parte si afferma sempre più come espressione del sé declinandosi al plurale, dall’altra deve confrontarsi con la standardizzazione dei prodotti, che trasforma la bellezza in una pratica sociale de-ritualizzata. L’umorismo surreale e l’alto tasso erotico che pervadono le immagini di Kane rivelano la stessa insofferenza degli artisti surrealisti verso una certa idea di bellezza priva di fascino e incanto. Per i surrealisti la bellezza è complessità, è quel tuffo nel profondo che si collega all’eros platonico riattivando le energie. La ricerca della bellezza è la ricerca di una felicità che in questi anni diventa sempre più problematica. La fine della vita di Art Kane, terminata con un suicidio nel 1995, lascia l’amaro in bocca a chi riesce a cogliere l’intensa carica poetica di un artista sentimentale, passionale e dissacratore che ha prodotto immagini indimenticabili, perché frutto di una tormentata ricerca di una bellezza, probabilmente irraggiungibile ai suoi occhi di raffinato visionario.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Autori Vari, Art Kane Visionary, Wall of Sound Gallery, Alba, 2015.

Agenzia Nazionale Stampa Associata, “Art Kane, scatti inediti del grande fotografo a Modena”, articolo pubblicato l’8 agosto 2015 su ansa.it.

Marco Parilli, “Art Kane e la musica sociale”, articolo pubblicato il 4 maggio 2012 sul corriere.it.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]