Art Kane e lA ricerca del “Grande
quadro”
Oltre la realtà
di Alessandra Olivares
Il fotografo americano
Art Kane (1925-1995) è stato un
audace, grintoso e originalissimo
visionario, un esteta animato dal
mito della giovinezza e dal culto
della bellezza. Le sue immagini,
legate al mondo della musica
pop,
rock e
jazz, ai delicati temi sociali e
politici e alla moda, rappresentano
un documento eccezionale di un’epoca
ricca di cambiamenti e di eventi che
hanno segnato il corso della storia
contemporanea e della coscienza
collective. Coerente con lo spirito
del proprio tempo, l’autore ha
realizzato immagini complesse, ma
con un linguaggio espressivo
innovativo, raffinato e semplice
allo stesso tempo, perché
arrivassero a un pubblico più vasto
possibile. Il suo approccio libero
alla fotografia lo rende pioniere di
un modo di praticare quest’arte
tipicamente
postmoderno. Per rappresentare
le sue visionarie riflessioni
esistenziali poneva al servizio
della sua smisurata creatività “la
natura, il tempo atmosferico, la
luce, la materia e le persone [...].
E quando la natura non era
abbastanza, ha creato lui la realtà
e le tecniche adatte per raccontare
le sue storie”.
Il fotografo e critico Guido Harari
definisce le immagini di Kane “una
dichiarazione di anti-fotografia”,
sottolineandone la vocazione
“anti-museale”. Interesse
dell’artista, infatti, era dare una
risposta di coscienza al periodo che
stava vivendo, e così è riuscito ad
esprimersi in modo “popolare” e ad
arrivare al cuore di un’intera
generazione, lasciando un segno
indelebile nella cultura
internazionale. Eppure Daniele De
Luigi, curatore della mostra
Art Kane Visionary, tenutasi
presso la Galleria Civica di Modena
nel 2015, ha affermato che il nome
di Art Kane suscita in molti il
dubbio di averlo mai sentito prima,
nonostante nelle sue immagini,
pubblicate sulle più importanti
riviste, chiunque possa riconoscere
celebri icone. Questo accade perché
il maestro visionario non si è mai
preoccupato di adottare uno stile
unico che lo rendesse immediatamente
riconoscibile. E questo non sarebbe
mai potuto accadere per la sua arte
intrisa di passione e del suo
personalissimo punto di vista sul
mondo.
Nelle sue fotografie si avverte la
gioia, la bellezza, la vitalità, ma
anche l’ansia, l’angoscia e il
dramma non solo di una generazione,
ma di un’epoca in cui stava
emergendo la consapevolezza di un
mondo ricco di contraddizioni. La
complessità del quotidiano non
poteva essere circoscritta in rigide
regole formali, piuttosto era l’arte
a doversi adattare alla vita.
L’artista americano, pertanto, ha
concepito la fotografia come l’idea
della bellezza che si andava
delineando in questi anni, una
“forma espressiva capace di essere
liberata da qualunque recinto”.
Dopo essersi laureato con lode
presso la Cooper Union nel 1950,
insieme a Richard Avedon, Irving
Penn e Diane Arbus, studiò con il
grande direttore artistico Alexey
Brodovitch che gli insegnò “a essere
intollerante verso la mediocrità e a
venerare l’ignoto”. In seguito, a
soli ventisette anni, diventò il più
giovane
art director della storia per la
rivista
Seventeen. Generalmente il
fotografo viene ricordato per essere
l’autore che, nel 1958, immortalò
cinquantasette icone del
jazz su un marciapiede ad
Harlem, inconsapevole di aver creato
una delle immagini più significative
della storia di questo genere
musicale. In realtà questo ritratto
ha un valore fondamentale nella sua
storia artistica, perché fu proprio
questa immagine a indurlo a
dedicarsi esclusivamente alla
fotografia. In questa occasione,
infatti, essendo riuscito
nell’impresa di raggruppare così
tanti musicisti in un unico
appuntamento, egli comprese a pieno
la forza concettuale del mezzo
fotografico, che rappresenta molto
di più di uno strumento per creare
immagini: “Era il culmine di un
processo che riguardava non solo la
creatività personale, ma anche il
coinvolgimento delle persone nella
realizzazione di un’idea, nel fare
accadere qualcosa che non era mai
accaduto prima”.
Come sostiene Jonathan Kane, figlio
di Art, l’artista era così
interessato alla psicologia dei
soggetti che fotografava che riuscì
a rivelarne gli aspetti più
nascosti. In questo modo ha
inventato il ritratto ambientale.
Infatti, egli non era intenzionato a
realizzare foto realistiche, ma a
ritrarre le persone che facevano ciò
che interessava a lui, per esprimere
la sua visione delle cose, sempre
distante dalla realtà in quanto
tale. Dopo “Harlem 1958”,
l’obiettivo del fotografo si è
posato su molti altri volti celebri
della musica degli anni Sessanta.
Molto nota, e anche copiata infinite
volte, è l’immagine degli Who
avvolti nella bandiera americana. Ma
fotografò anche i Rolling Stones e
Janis Joplin, solo per citarne
alcuni. Realizzò, inoltre, diverse
illustrazioni fotografiche per i
testi delle canzoni di Bob Dylan e
dei Beatles.
Contemporaneamente, dimostrando un
deciso impegno sociale, ha posato il
suo sguardo audace e irremovibile
sugli aspetti più complessi e
tragici del suo tempo: la lotta per
i diritti civili degli
afroamericani, il Vietnam, l’incubo
nucleare di Hiroshima e il degrado
ambientale. Il maestro ha realizzato
anche ritratti di
celebrities, tra cui gli artisti
Robert Rauschenberg e Andy Warhol,
Tom Wolfe, Lenny Bruce e tanti
altri. In questo ambito ha eccelso
per la sua notevole capacità di
entrare in sintonia con il soggetto
fotografato. Ha poi firmato
reportage di viaggio e
fotografie di nudo, con uno sguardo
sempre innovativo e raffinato.
L’unico elemento che accomuna ambiti
così differenti è il piglio
visionario con cui ha sempre
affrontato la fotografia,
nell’instancabile ricerca “del
Grande Quadro, di come voleva che il
mondo apparisse”.
Su riviste come
Look,
Life ed
Esquire ha affinato il suo
talento, raggiungendo l’apoteosi
della visionarietà anche quando la
moda giunse sulla sua strada nella
persona di Diana Vreeland,
straordinaria signora di
Vogue, che è riuscita a
raccontare attraverso le pagine
della rivista un’epoca ricca di
fermenti e radicali cambiamenti come
gli anni Sessanta. Ma l’obiettivo
statunitense ha lavorato anche per
Harper’s Bazaar e firmato
numerose campagne pubblicitarie per
Revlon, Cacharel e Issey Miyake. La
sua cifra stilistica si può
sintetizzare in questo modo: colori
audaci e saturi, erotismo e sguardo
surreale. Nella fotografia
editoriale e nella moda è stato il
primo a utilizzare il grandangolo
come strumento illustrativo. In
particolare, nella moda inventò
inquadrature avanguardistiche con
improbabili angolazioni di ripresa,
che richiedevano di osservare
l’immagine al contrario, e singolari
ambientazioni che, se potevano
risultare poco eleganti, con il
tempo si sono rivelate anticipatrici
di una modalità espressiva più
libera e disinvolta, che utilizza la
fotografia e la moda non come il
fine ultimo dell’immagine, ma come
mezzi per raccontare storie e
suggerire un punto di vista sul
mondo. Proprio negli anni in cui la
fotografia di moda stava uscendo
dagli studi alla ricerca di luoghi
insoliti, egli realizzò immagini
degne “della migliore
street photography newyorkese
degli inizi, per non parlare delle
sue esuberanti immagini di donne
uscite da un immaginario
fantastico”.
Dal Surrealismo alla surrealtà
Nelle visionarie immagini di Kane si
avverte un certo debito e
un’affinità concettuale con la
poetica del Surrealismo, per aver
concepito la fotografia come libera
espressione del proprio io interiore
e prodotto immagini che sembrano la
visualizzazione dei suoi sogni. Il
mondo onirico dell’autore è una
surrealtà rivelatrice di un modo di
pensare svincolato da schemi formali
e rigide griglie di pensiero che ci
obbligano a reprimere emozioni e
sentimenti autentici. Se il
Surrealismo ha ripreso il tema della
libertà totale da ogni
condizionamento esterno, non
possiamo non trovare l’affinità
dell’artista americano con quello
che, prima di essere un movimento
artistico, è una concezione di vita.
Proprio come gli esponenti
surrealisti, egli non era
interessato a riprodurre la realtà
nella sua apparenza fenomenica, ma è
sempre andato oltre il reale,
cercando di penetrare in modo più
profondo l’essenza del soggetto
fotografato. Questa volontà di
esprimere le proprie percezioni
mentali è confermata anche dal punto
di vista tecnico. Il fotografo
utilizzava una 35mm e, come lui
stesso ha raccontato, era solito
coprirsi la testa con la giacca per
raggiungere quell’amato senso di
alienazione, che lo allontanava dal
mondo esterno e lo catapultava nel
suo piccolo teatro personale.
Oltre agli espedienti già citati, il
maestro, circa trent’anni prima
dell’invenzione dei programmi di
fotoritocco come Photoshop, fece
uso della tecnica pioneristica detta
sandwich, che consisteva nello
stampare due diapositive sovrapposte
per ottenere le sue visioni
oniriche, espressioni di un pensiero
svincolato da condizionamenti
linguistici ed estetici. Lo stesso
scopo epifanico avevano le tecniche
utilizzate dagli artisti
surrealisti: pensiamo ai
fotomontaggi e ai
frottage di Max Ernst, ai
collage e agli accostamenti
paradossali di Man Ray o ai giochi
di
nonsense di René Magritte. Non a
caso, tra i precursori dell’utilizzo
della tecnica
sandwich vi è il fotografo
Frederick Sommer, eclettico erede
della poetica surrealista, che
proprio con questa tecnica realizzò
un celebre ritratto di Max Ernst.
Come è noto, nel desiderio di
dissolvere la contraddizione tra
sogno e realtà, i surrealisti hanno
fatto largo uso della fotografia,
facendo crollare la distinzione tra
realtà in quanto tale e realtà
rappresentata. L’inquadratura della
macchina fotografica crea una
spaccatura nell’esperienza del
reale, trasformando l’immagine
fotografica nella sola realtà
possibile. Riflettendo sulla poetica
di Art Kane e sulle sue radici
surrealiste, non si può non
sottolineare il suggestivo
parallelismo con Man Ray, l’artista
che più di tutti ha utilizzato in
modo intenso e innovativo il mezzo
fotografico, sperimentando tutto,
dalle tecniche più convenzionali
alle invenzioni più audaci. Le
tecniche di Man Ray –
rayogrammi, solarizzazioni,
doppie esposizioni e inquadrature
inedite – convergono sullo studio
della luce e non a caso l’artista
decise di adottare una versione
abbreviata del suo nome, Emmanuel
Radnitzky, in Man Ray, cioè “uomo
raggio”. Non sembra solo una
singolare coincidenza ciò che Andy
Warhol diceva del fotografo
americano: “Penso ad Art Kane come
ad un colore acceso, [...] come un
sole color zucca in mezzo ad un
cielo blu. Come il sole, Art fissa
il raggio del suo sguardo sul suo
soggetto, e quel che vede, lui
fotografa”.
I due autori sono pionieri della
rivoluzione concettuale che ha
coinvolto l’arte fotografica nel
Ventesimo secolo. Nei primi decenni
del Novecento, Man Ray ha compreso e
assecondato magistralmente i
fermenti della nascente cultura di
massa che richiedeva all’artista di
“sporcarsi le mani” con attività,
quali la fotografia di moda,
considerate ancora indecorose.
Certamente egli non è stato il primo
artista a dedicarsi a questo genere
di fotografia, riconoscendone la
valenza estetica, per niente
inficiata dal suo scopo commerciale.
Tuttavia, con la continua
sperimentazione tecnica che
caratterizza la sua poetica, ha
avuto il merito di abbattere
concretamente i confini tra arte e
moda. Trent’anni dopo, l’obiettivo
di Kane ha operato nello stesso
modo, catapultando la fotografia di
moda nell’immaginario collettivo,
alimentato innanzitutto dai più
diffusi mezzi di comunicazione di
massa, cioè le riviste.
Sono davvero tanti i punti di
contatto tra questi due artisti
insofferenti e ironici rispetto alla
mentalità borghese ancora troppo
conservatrice e conformista, sia
negli anni Venti che verso la fine
degli anni Cinquanta. Sin dai suoi
esordi nel mondo della moda,
attraverso l’incontro con Paul
Poiret nel 1921, Man Ray realizza
immagini così convincenti che gli
apriranno le porte delle principali
riviste del settore, tra cui
Vogue e
Harper’s Bazaar. La fotografia
del maestro surrealista, in
particolare quella per la moda,
gioca sulle ambiguità e
sull’erotismo. Attraverso uno stile
deciso e irriverente esalta le
potenzialità del mezzo creando
immagini che evocano un mondo
misterioso, piuttosto che esaltare
le qualità di un abito o di un
accessorio, che invece risultano
funzionali ai suoi lavori.
Attraverso gli effetti speciali, le
decontestualizzazioni e l’utilizzo
di
objets trouvés, egli reinventa
la realtà e trasfigura ogni cosa con
uno sguardo ipnotico. La poetica di
Kane risulta così affine a quella
del fotografo dada-surrealista che,
nel confronto, quest’ultimo appare
di una modernità stupefacente,
anticipatore di un uso del mezzo
fotografico “pittorico” e
concettuale al tempo stesso.
Entrambi gli autori hanno utilizzato
la fotografia come un pennello
tecnologico per creare illustrazioni
in cui non è più importante la
riproduzione esatta della realtà, ma
l’esplorazione delle possibilità
creative dell’io.
Ma è nella rappresentazione del
corpo femminile che il parallelismo
tra i due creativi raggiunge
l’apoteosi dell’affinità poetica e
concettuale. Nella moda e nelle foto
di nudo, Man Ray e Art Kane
esplorano la bellezza e la
sensualità dei corpi attraverso uno
stile che non è mai costante e che
ricerca forme di comunicazione
sempre nuove, producendo immagini
pioneristiche e archetipiche di una
visione della bellezza ancora molto
attuale. Se pensiamo alle foto dei
corpi femminili ritratti dal primo
e, in particolare, a quelle che ha
scattato alla compagna Lee Miller –
modella, giornalista e fotografa lei
stessa – e ai bellissimi e statuari
corpi delle modelle fotografate dal
secondo, tra cui Veruschka e Dolores
Wetting, in quelle atmosfere tanto
differenti ritroviamo uno spirito
molto affine. In entrambi i casi il
nostro sguardo è distolto sempre da
qualche elemento che disturba
l’innegabile bellezza di quei corpi
e la perfezione formale
dell’immagine.
Proprio perché oggetto di un
trattamento tutt’altro che
convenzionale, il corpo della donna
diventa il mezzo attraverso cui
affermare la propria autonomia e
libertà. Anche se sezionato,
decontestualizzato, esplorato o
soggetto a tagli, prelievi e
distorsioni, il corpo moderno delle
donne non appare più vulnerabile o
oggetto passivo dello sguardo
maschile. Quando Man Ray fotografa
l’anatomia femminile, in particolare
quella di Lee Miller, lo fa in
perfetto spirito surrealista
sottoponendolo ad ogni tipo di
trattamento: solarizzazioni,
prelievi di alcune parti anatomiche,
effetti di luce o
rayograph che disturbano la
bellezza statuaria di quel corpo.
Nonostante ciò, la figura della
modella non è il corpo-bambola
attraverso cui i surrealisti
sancirono il ruolo sottomesso della
donna come “oggetto erotico,
l’ultimo soggetto dello sguardo
maschile”, ma nel gioco di sguardi
che si attiva vicendevolmente tra
Lee Miller e il compagno risiede
l’aspetto più concettuale
dell’immagine, che è emblema
anzitutto di una
performance erotica ancora prima
che uno studio di nudo.
Se certamente tra Man Ray e Lee
Miller l’intensa
performance artistica è il
risultato della relazione umana e
sentimentale che li univa, Art Kane
ha dimostrato la stessa ammirevole
capacità di entrare in sintonia con
il soggetto rappresentato. Le
numerose campagne pubblicitarie per
la moda e la cosmesi in cui si
concentra su alcune parti del corpo
femminile – un piede, una gamba, un
occhio – e gli
objets trouvés che catapultano
la fotografia di moda in un mondo
sconosciuto e destabilizzante sono
evidenti eredità surrealiste. Nelle
immagini realizzate per la
collezione di scialli
Chevron Shawl e apparse su
Viva nel 1970, l’avanguardistica
Zandra Rhodes sembra quasi fluttuare
in un contesto inusuale per la moda,
un campo incolto, e accanto a lei
vediamo una versione elegante della
carriola da lavoro che compariva in
una celebre fotografia di Man Ray,
contrastando con la raffinatezza
della modella che indossava un
bellissimo abito di Lucien Lelong.
Ma anche l’immagine apparsa su
Vogue Francia nel 1978, in cui
l’obiettivo americano realizza
un’inquadratura molto ravvicinata
del volto perfettamente truccato
della modella, presenta il suo
objet trouvé. Lo sguardo è
distolto dalla bellissima bocca
della donna da banali attrezzi del
dentista, provocando lo stesso
sentimento di spiazzamento delle
lacrime che Man Ray disegnò sul viso
di Lee Miller.
Ma è nei corpi acefali, colti in
pose e inquadrature audaci e
inusuali, che avvertiamo l’idea
distorta del corpo surrealista. Le
Distorsioni di André Kertész, i
corpi o parti di esso di
Jacques-André Boiffard, Raoul Ubac e
Hans Bellmer rimandano al concetto
di informe teorizzato da Georges
Bataille. L’informe come bassezza,
come meccanismo della caduta che
attraverso una rotazione assiale
rimanda all’animalità dell’uomo. Ma
nella poetica di Art Kane, l’informe
è qualcosa di più della distorsione,
cui aggiunge un lato provocatorio
che segnala la sua volontà
rivoltosa, trasgressiva,
disgregatoria; è quel conturbante
che resta irrisolto,
quell’inquietante che turba e
disturba.
Lo spirito audace e irriverente
dell’artista americano cerca di dare
una risposta al paradosso della
bellezza contemporanea che, se da
una parte si afferma sempre più come
espressione del sé declinandosi al
plurale, dall’altra deve
confrontarsi con la
standardizzazione dei prodotti, che
trasforma la bellezza in una pratica
sociale de-ritualizzata. L’umorismo
surreale e l’alto tasso erotico che
pervadono le immagini di Kane
rivelano la stessa insofferenza
degli artisti surrealisti verso una
certa idea di bellezza priva di
fascino e incanto. Per i surrealisti
la bellezza è complessità, è quel
tuffo nel profondo che si collega
all’eros platonico riattivando le
energie. La ricerca della bellezza è
la ricerca di una felicità che in
questi anni diventa sempre più
problematica. La fine della vita di
Art Kane, terminata con un suicidio
nel 1995, lascia l’amaro in bocca a
chi riesce a cogliere l’intensa
carica poetica di un artista
sentimentale, passionale e
dissacratore che ha prodotto
immagini indimenticabili, perché
frutto di una tormentata ricerca di
una bellezza, probabilmente
irraggiungibile ai suoi occhi di
raffinato visionario.
Riferimenti bibliografici:
Autori Vari,
Art Kane Visionary, Wall of
Sound Gallery, Alba, 2015.
Agenzia Nazionale Stampa Associata,
“Art Kane, scatti inediti del grande
fotografo a Modena”, articolo
pubblicato l’8 agosto 2015 su
ansa.it.
Marco Parilli, “Art Kane e la musica
sociale”, articolo pubblicato il 4
maggio 2012 sul
corriere.it.