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[ISSN 1974-028X]

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TURISMO STORICO


N. 8 - Agosto 2008 (XXXIX)

APPIGNANO
BREVE STORIA di un borgo

di Giorgio Giannini

Il Borgo medioevale di Appignano, frazione del Comune di Castiglione Messer Raimondo( Provincia di Teramo), si erge su una collina, a 374 metri sul l. m. , che domina l’alta Valle del Fino. Il suo territorio, ancora in gran parte da esplorare, nasconde interessanti vestigia del passato.

Le origini

Il nome Appignano, molto probabilmente, è di origine romana e deriva dal latino apud Janum, che significa vicino a Giano. Quindi, l’antico borgo è stato costruito vicino ad un tempio dedicato al dio Giano.

La presenza umana ad Appignano risale, certamente, alla prima età del ferro. Infatti, all’inizio del Novecento è stata rinvenuta vicino all’abitato una tomba ipogea femminile, risalente al VII-VI sec. a. C., nella quale sono stati rinvenuti tre ciondoli di bronzo a batocchio, un’armilla in bronzo ed un tubetto di bronzo traforato per collana. Nella stessa località sono stati ritrovati un frammento di cippo calcareo (cm 25 per 18 e cm 12 di spessore ), con una scritta monca in lingua latina ( parti di due righe), alcune lastre di pietra albana, di circa cm 40 per 25 con uno spessore di alcuni cm ed un lastrone più grande, di cm 90 per 60 e di 20 cm di spessore.

Sul vicino Monte Giove sono stati rinvenuti, durante una campana di scavi condotta nel 1974-75, i resti di un Tempio Italico risalente al II sec. a.C.

Sul colle di Appignano è stata costruita, probabilmente dai Longobardi nel IX secolo, una torre quadrata, che è stata inglobata nel borgo fortificato, a forma trapezoidale, realizzato probabilmente nel XI o XII secolo per assicurare la difesa della Valle e della Strada Reale, che si staccava dalla Via Cecilia e che collegava Teramo con Penne, passando per Appignano.

Sui resti del castello medioevale, è stato realizzato, nel XVIII secolo, il Palazzo Pensieri.

Il Castello di Appignano è raffigurato nella Galleria delle Carte Geografiche realizzata nel Vaticano da Antonio Danti di Perugia negli anni 1580-1583, su indicazioni del fratello Egnazio, domenicano, che era matematico, cosmografo ed architetto.

Lo storico Flavio Biondo (Forlì 1392-Roma 1463), nella sua opera Italia illustrata, cita il Castello di Pignanum tra quelli ubicati sulla destra del fiume Selino. Anche lo storico F. Leandro Alberti, domenicano (Bologna 1479-1553), nella sua opera Descrittione di tutta Italia, cita il castello di Pignano, tra quelli ubicati sulla destra del fiume Sino (Fino). Appignano ha avuto vari nomi ed ha seguito, in genere, le vicende storiche di Castiglione (attuale Castiglione Messer Raimondo, il Comune di cui è frazione).

Il periodo medievale

La prima notizia documentata risale al 21 luglio 951 quando Lupo, figlio del Conte aprutino Maifredo, permuta con Elia, Abate del Monastero di S. Angelo a Barrea, nel Sangro, dipendente dall’Abbazia di Montecassino, 130 moggia di terreno nell’ascolano con 100 moggia di terreno in territorio aprutino, di proprietà del monastero, in località Apoianum.

Nel 1122 Matteo di Apruzio, figlio di Attone, dona Apoianum alla Chiesa di Ascoli. Nel 1122 è feudatario del borgo Giacomo di Adamo.

Nel Catalogus Baronum (redatto negli anni 1150-1160) risulta che Apignanum e Castiglione sono in feudo a Galgano di Collepietro, figlio di Gualtiero, fratello del Conte Oderisio di Bisenti. In quell’anno, la popolazione di Appignano era di 132 anime (persone) e quindi doveva fornite un milite a cavallo.

Inoltre, secondo il Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle province napoletane sotto la dominazione normanna ( redatto negli anni 1154-1161), Appignano doveva fornire, in caso di guerra, al Re ( che in quel periodo era Guglielmo) un milite a cavallo e tre serventi o fanti (Castiglione invece forniva due militi).

Con la Bolla del 10 giugno 1184, il Papa Lucio III riconosce la chiesa di S. Michele di Apignano (ora scomparsa) sotto la giurisdizione del Monastero di S. Giovanni di Atri, che a sua volta dipende dal Monastero di S. Quirico a Antrodoco.

Nel 1215, secondo una leggenda, S. Francesco d’Assisi, che si trova in quel periodo a Penne, passa nella Valle del Fino per andare a dirimere una controversia, nella cittadina di Isola del Gran Sasso, tra i marchesi Castiglione di Penne e Palmeri di Tossicia, e fonda, vicino al fiume Fino, un Convento con la Chiesa di S. Maria Lauretana.

Il 1 aprile 1251, la chiesa di S. Maria in Apignano entra a far parte della Diocesi di Atri, appena costituita. Nel 1268-1269 Arpinianum risulta tassata di 4 Once. Verso il 1270, Carlo I d’Angiò, dopo aver conquistato il Regno di Napoli, distribuisce le terre ai sui Vassalli. In particolare, il 5 ottobre 1273 divide l’Abruzzo in due Giustizierati, separati dal fiume Pescara: il Citeriore(Citra), con capoluogo Chieti e l’Ulteriore(Ultra), con capoluogo Teramo. Nell’Abruzzo Ultra sono citati alcuni castelli, fra i quali Arpanianum.

Nel 1277, i feudatari di Apriniano o Apiniano o Aprignano sono Gualtiero ( o Gualteri) e Bernardo. Questa notizia è documentata in un atto regio del 1279. nfatti, in quell’anno, il Re Carlo I, per sapere chi sono i suoi feudatari in Abruzzo e soprattutto conoscere l’ammontare delle tasse pagate, ordina loro di comparire davanti al Giustiziere Regio. Così, il 15 maggio 1279, i suddetti Gualtiero e Bernardo si presentano come feudatari di Apriniano.

Nel 1283, Bernardo comunica la morte di Gualtiero. I nuovi feudatari di Apiniano sono Bernardo e Bandisio. Nel 1289, tutte le chiese di Appignano appartengono al patronato dei marchesi Acquaviva di Atri. Il 9 ottobre 1320, è stabilito a Napoli, in 7 Once e 8 Grani l’importo della tassa annua di Arpinianum. L’11 novembre 1328, dalle decime papali risulta che Don Bartolomeo, Rettore della chiesa di S. Michele di Apiniano, paga un carlino e mezzo d’argento, tramite il nobile Sir Maxio de Synitio (Massio di Sinizzo). Nel 1361, feudatari del borgo sono Raymundanus Candola ( o Candora) e la moglie Aloysia de Ansa, i quali, con atto notarile del 26 giugno riconoscono al Capitolo (Diocesi) di Penne metà del mulino ad acqua esistente sul fiume Fino. Nel 1401, feudatario è Giacomo di Adamo. Nel 1411, ci sono altri feudatari di Arrignano, tra i quali Masio Tile, che non hanno pagato per intero l’adoa al Re, in sostituzione dei militi che devono fornire. Il 2 ottobre 1417, la Regina Giovanna II di Napoli, per pagare le sue milizie, vende i Castelli (borghi) di Appignano e di Castiglione, con tutte le loro pertinenze ( non solo i terreni, ma anche gli uomini, compresi i Vassalli con le loro tasse), alla Università ( Comunità) di Penne, rispettivamente per 600 e 1200 ducati d’oro. Parte del feudo di Appignano è acquistato anche da Gagliardo di Padova.

Il 10 ottobre 1417, la Regina incarica il notaio Virdano Santità di immettere i compratori nel possesso materiale dei Castelli. Successivamente, il 9 dicembre, incarica il Conte di Carrara, Vicerè degli Abruzzi, di riscuotere i soldi dall’Università di Penne, per pagare le truppe.

Il 4 novembre 1418, la Regina Giovanna II fa cessare le vessazioni sulla popolazione locale, pretendendo vettovaglie e danaro, compiute dagli ufficiali regi incaricati dell’amministrazione della giustizia nei vari Castelli (borghi).

La signoria degli Acquaviva

Intorno al 1430, Giosia Acquaviva, di Atri, costituisce la Baronia di Montesecco ( antico nome di Montefino, attualmente Comune) che comprende anche Castiglione, che è coinvolta nella guerra per il possesso del Regno di Napoli prima tra gli Angioini e i Durazzeschi e poi tra gli Angioini e gli Aragonesi.

Nel 1439, Appignano è conquistato da Giosia Acquaviva ed entra a far parte della Baronia di Montesecco, ma nel mese di ottobre, il Castello è espugnato da Michele degli Attendoli, al servizio di Francesco Sforza, signore della Marca (regione di confine, attuale territorio di Ascoli) e di Teramo, che egli aveva tolto ai Duchi Acquaviva, per vendicare il saccheggio della città di Ascoli del 1437.

La guerra tra Angioini ed Aragonesi ( sostenuti da Giosia Acquaviva) per la successione del Regno di Napoli, si protrae nella Valle del Fino, nella Baronia di Montesecco, fino al 1441. Nel 1444, Giosia Acquaviva, figlio di Andrea Matteo I, Duca di Atri, si ribella al Re Alfonso V d’Aragona ( in seguito diventato Alfonso I delle Due Sicilie ), che non gli ha concesso Atri e Teramo, nonostante la sua fedeltà. Per punirlo, il Re gli toglie il Castello di Castiglione e lo conferisce a Pietro Paolo de Corvis.

Il 22 settembre 1446, a Gaeta, il Re Alfonso V d’Aragona conferma a Giosia Acquaviva i suoi possedimenti nell’Abruzzo Ultra, compreso Appugnanum, che conta 21 fuochi. Nel 1458, feudatario di Appignano è Giovanni di Adamo.

Nel 1462, dopo la morte di Giosia ( avvenuta a Cellino il 22 agosto), i suoi possedimenti della Baronia di Montesecco ( compreso Appignani) e quelli regi di Atri e Teramo vengono dati, il 26 settembre, dal Re Ferdinando I d’Aragona ( detto anche Ferrante I) a Matteo da Capua. Il giorno seguente, però, il Re concede, con un privilegio, gli stessi territori al figlio di Giosia, Giulio Antonio Acquaviva. La gestione dei territori rimane però a Matteo da Capua.

Il 6 gennaio 1464, da Monopoli, il Re concede agli Acquaviva i territori dell’Abruzzo Ultra, con le città di Atri e di Teramo, che però sono sempre gestiti da Matteo da Capua.

Dalle Fonti Aragonesi del 1468, relative al pagamento delle tasse, apprendiamo che Appugnano paga 10 Ducati, 1 Tarì e 3 Grani per il terzo di Natale, di Pasqua e di Agosto; 5 Ducati, 3 Tarì e 8 Grani per il "tumulo straordinario di sale imposto per il mese di giugno" e 2 Ducati e 3 Tarì per la tassa del "mezzo tumulo di sale di ottobre".

Il 15 maggio 1481, a Matera, dopo la morte di Giulio Antonio Acquaviva (7 febbraio) il Re Ferdinando I d’Aragona concede al figlio Andrea Matteo III Acquaviva tutti i feudi di parte paterna nell’Abruzzo Ultra ( Baronia di Montesecco -con Appignani-, Atri e Teramo) e di parte materna in Calabria ed in Puglia ( Contea di Conversano, Marchesato di Bitonto). Però, Andrea Matteo III, come già suo padre, non riceve il possesso di Atri e di Teramo, benché sia morto Matteo di Capua, perché appartengono al Demanio Regio. Questo fatto causa la sua partecipazione alla Congiura dei Baroni, che esplode nell’estate 1485, ma è rapidamente repressa. Per punire Andrea Matteo III, il 13 marzo 1486, il Re Ferdinando I gli toglie vari Castelli, compreso Appignani, e li cede alla Civita (Comune) di Penne come ricompensa per l’appoggio fornito contro i Baroni.

Il 15 maggio 1489, i Castelli dati a Penne, sono restituiti al Marchese Acquaviva.

Nel 1495, quando il Re francese Carlo VIII di Valois invade il Regno di Napoli, Andrea Matteo III lo appoggia contro gli Aragonesi, che non gli hanno concesso il possesso di Atri e di Teramo. Nel maggio 1502, il Re francese Luigi XII di Valois – d’Orleans conferma ad Andrea Matteo III i suoi possedimenti, compreso il castello di Appignani.

Quando il Re Ferdinando II d’Aragona recupera il Regno di Napoli, con l’aiuto di truppe milanesi e pontificie, Andrea Matteo III è dichiarato ribelle e perde tutti i suoi feudi. E’ perdonato dal nuovo Re Federico d’Aragona, ma ottiene solo i feudi della Calabria e della Puglia e non quelli dell’Abruzzo Ultra.

Nell’autunno 1501, in seguito al Trattato di pace di Granada dell’11 novembre 1500, il Regno di Napoli è diviso tra i Francesi ( che ottengono l’Abruzzo e la Terra di Lavoro, in Campania) e gli Spagnoli (che ottengono la Calabria e la Puglia), Andrea Matteo III riottiene dai Francesi la città di Atri e la Baronia di Montesecco (con Appignani), ma non la città di Teramo, che è assegnata a Giovanna I d’Aragona. Pochi anni dopo, scoppia la nuova guerra tra i Francesi e gli Spagnoli e Andrea Matteo III è ferito in battaglia e fatto prigioniero. Nell’ottobre 1505, in seguito alla Pace di Blois del 22. 9. 1504, Andrea Matteo III è liberato ed il 20 novembre 1506 riottiene dal Re Ferdinando d’Aragona, detto Il Cattolico, il possesso di tutti i feudi, compreso Appignani. Ottiene anche il titolo di Duca di Atri e di Conte dell’Abruzzo Ultra. Questa decisione è confermata il 28 luglio 1506 dai nuovi sovrani del Regno di Napoli: il futuro Carlo V d’Asburgo e sua madre Giovanna.

Il 21 aprile 1526, vengono emanati da Giovan Francesco Acquaviva, figlio primogenito di Andrea Matteo III, gli Statuti di Castiglione, detti Capitoli Castiglionesi, che riprendono quelli emanati qualche anno prima ad Atri. In particolare, ogni borgo è retto da un Capitano ( in seguito da un Governatore), che sovrintende alle questioni militari ed amministra la giustizia sia civile che penale, coadiuvato da una Corte (Mastrodotti, Erario) e da Ufficiali ( Bargello, Cavaliere) . Invece, l’amministrazione civile è affidata al Consiglio Pubblico Generale, formato da 25 Signori del Reggimento, eletti ogni 4 mesi, e dal Consiglio di Aggiunta, costituito dal Camerlengo (amministratore dei beni della Comunità), da due Assessori e da due Massari ( che hanno il compito di controllare le finanze della Comunità).

Il 30 aprile 1526, lo stesso Duca approva la Tabella degli Emolumenti delli Capitani della Baronia e le Istruzzuioni per li Capitani dello Stato. Successivamente, nel 1551 sono emanati altri provvedimenti e nel 1580 è regolamentato l’Officio del Governatore. Nel 1528, il Duca di Atri dona il Castello di Appignani a Sergio Frezza (o Freccia), che chiede al Re il consenso per accettare la donazione. Gli succedono il figlio Giovanni Girolamo ed il nipote Giovanni Francesco.

Nello stesso 1528, il Duca, oberato di debiti contratti con gli usurai per sostenere le ingenti spese sostenute per le guerre per difendere i suoi feudi, vende, uno dopo l’altro tutti i suoi beni e quando muore, il 29 gennaio 1529, non possiede più nulla. In particolare, Appignano appartiene agli eredi di Sergio Frezza, a quale il Duca Acquaviva lo ha donato.

Nel 1529, Appianano è venduto, su istanza dei creditori, al Consigliere Regio Giovanni Antonio Lanario.

Nel 1528, è venduto anche il Castello di Castiglione a Giancarlo Brancaccio, che nel 1530 conferma gli Statuti. Così, il 26 dicembre 1530, vengono eletti di nuovo, per 4 mesi, i 25 Signori del Reggimento, aiutati nelle loro funzioni da due Assessori, due Massari e dal Camerlengo.

Nel 1567, il Capitano dei Cavalleggeri Agostino Scorpione di Penne, con privilegio del Re Filippo II d’Asburgo, Re di Spagna, diventa Barone di Appignano e di Castiglione. Il 25 febbraio 1570, il Vescovo di Penne, Paolo Odescalchi, ottiene dal Papa Pio V un Breve per visitare, secondo le decisioni del Consiglio di Trento, le chiese della sua Diocesi che non pagano le tasse alla Diocesi. Tra queste chiese c’è quella di S. Pietro di Appignano. Nel 1580 (o 1586 ) Appignano è venduto da Antonio Lanario a Brunone Benvenuti. Nel 1587, Appignano è riprodotto nella carta geografica realizzata da Natale Bonifacio.

Nel Seicento, molte notizie sui feudi della zona, compreso Appignano, provengono dagli atti del Relevio. Nel 1617, il signore di Appignano è Cesare Scorpione, di Penne. Nel 1653, è soppresso, in seguito alla Bolla "Instaurandae regularis disciplinae", emanata dal Papa Innocenzo X il 15 ottobre 1652, che riguarda i piccoli Monasteri con meno di 6 frati, il Convento Francescano con la Chiesa di S. Maria Lauretana, che ha solo due frati e che era stato fatto fondato, secondo la leggenda, da S. Francesco d’Assisi nell’anno 1215. Nel 1669, feudatario è Giovanni Scorpione di Penne, che ne è il Portolano.

Il brigantaggio

Altre notizie su Appignano si ricavano dalla lotta contro il brigantaggio.

Alla fine del Cinquecento, il territorio di Appignano, come quello degli altri borghi della zona, è soggetto al brigantaggio, in particolare alle scorreria della banda di Marco Sciarra, detto "il re della campagna", originario di Castiglione, che viene ucciso nel sonno dal suo compagno Battistella.

Nel settembre 1675, Santo di Giovan Lucido, detto Santuccio, un capobanda (detto anche caporale) dei briganti, sottoscrive su indicazione del suo confessore, il domenicano Fra Nicola da Cermignano, in seguito all’emanazione di un Breve del Papa Clemente X, una littera supplicatoria con la quale invoca il perdono delle popolazioni colpite dai suoi misfatti. Tra le località in cui Santuccio ha operato c’è anche Appignano, dove la littera è pubblicata.

Il 7 gennaio 1683, il caporale Cicciotto, di Cortino, disertore dal 1678, ritorna ad Appignano, dove vive sua figlia, e viene catturato ed ucciso dal capobanda locale Titta Colaranieri, . La sua testa è inviata al Preside ( Capo della Provincia) di Chieti.

Il catasto del 1713

Il 12 settembre 1712, quando il Barone di Appignano è Nicolantonio Castiglione, l’Università di Appignano richiede la compilazione di un nuovo Catasto in quanto quello attuale non si può più utilizzare perché parecchi beni sono stati venduti a nuovi proprietari che non risultano. La Regia Camera autorizza la richiesta ed il 10 gennaio 1713 ordina al Governatore di Aprigliano di procedere alla "confettione del nuovo e generale Catasto ", in due copie.

Il 16 febbraio 1713, i due Massari dell’Università di Appignano si recano dal Governatore Nicola Baroni e richiedono la compilazione del nuovo Catasto. La richiesta è subito accolta e dal giorno seguente, 17 febbraio, inizia il lavoro dei due apprezzatori ed stimatori Francesco Di Falcio e Giovan Domenico di Francesco, eletti dal Gran Consiglio dell’Università. Ogni sera, fino al 30 giugno, il pubblico balivo Sebastiano Di Donato, legge i bandi per invitare i proprietari ad iscriversi nel Catasto.

Il Catasto si compone di 70 carte, delle quali le ultime tre sono bianche. Vi sono iscritte 68 persone, delle quali 8 sono latifondisti ( tra questi il Barone Nicolantonio Castiglione ed il Marchese Francesco Maria De Petris). Il territorio di Appignano è diviso in 65 contrade (zone in cui vive almeno una famiglia) e comprende i Feudi di S. Clemente ( Valviano) e Casalorito.

I proprietari terrieri sono, oltre a singoli cittadini, l’Università di Appignano, la Corte Baronale ed il Capitolo (Diocesi) di Penne.

Tra le attività economiche sono registrate il molino vicino al Fiume Fino, in Contrada Convento e la fornace di Davide Pingelli in Contrada Picciolo, vicino alla Strada Reale. Il centro urbano è diviso in Borgo e Terra, al di sotto dei quali ci sono la Contrada sotto il Borgo ( o Contrada del Borgo) e la Contrada sotto la Terra.

Nel Catasto compaiono anche le seguenti otto fonti: Fonte Grande, Fonte Jannafrida, Fonte Marzone, ( o Cadacchhio), Fontanella, Fonte Gruccia, Fonte di Monte Anello, Fonte Scolano, Fonte del Latte, Fonte Parruciola.

Riguardo alle Chiese, oltre a quella di S. Pietro, che è la Chiesa Prepositura (Parrocchia), c’è quella di S. Michele, che però è "diruta"; inoltre, ci sono le Cappelle del SS. Sacramento, del SS. Rosario, di S. Maria del Carmine e del SS. Crocifisso.

L’occupazione francese

Nel 1755, i Feudi degli Acquaviva passano ad Isabella Acquaviva, sorella di Ridolfo, subentrato nel 1745 a Domenico, la quale muore nel 1757 senza lasciare eredi. Pertanto, il Ducato di Atri, con tutti possedimenti, compreso Appignano, diventa proprietà della Camera Regia, per cui il Re li affida a 13 Governatori. Appignano è affidato ai Marchesi Castiglione di Penne.

Nel 1759, viene scritta, dal notaio Alessandro Marucci di Castiglione, su richiesta del Sindaco della città avanzata nel 1756, una nuova copia dei Capitoli Castiglionesi concessi nel 1526 da Giovan Francesco Acquaviva, Marchese di Bitonto, figlio del Duca di Atri Andrea Matteo III e confermati il 30 maggio 1530 da Giovanni Brancaccio. Vengono anche riscritti gli altri atti emanati nel 1551 e nel 1580.

Nel 1789, i disegnatori regi Antonio Berotti e Stefano Santucci ritraggono con la tecnica dell’acquerello, i costumi di Castiglione ( tra i quali alcuni di Appignano)utilizzando come modelli degli abitanti (uomini e donne). Gli acquerelli sono inviati a Napoli dove vengono riprodotti sulle porcellane di Capodimonte.

Nel dicembre 1798, pochi giorni prima di Natale, Appignano è occupato dalle truppe Francesi, al comando del Gen. Rusca, di passaggio per Penne, dove giunge il 24 dicembre.

I Francesi incontrano una certa resistenza, sostenuta anche dalle bande di briganti, in alcuni borghi della Valle del Fino.

L’occupazione francese dura fino alla fine dell’aprile 1799. A Teramo è costituito un Consiglio Supremo, con a capo Melchiorre Delfico, con funzioni legislative sull’Alto ed il Basso Abruzzo. In questo periodo, Edile ad Appignano e Francesco Paolo Pensieri.

Con la restaurazione borbonica, iniziano i processi ai filo francesi, fino all’emanazione, il 30 maggio 1800, da parte del Re Ferdinando IV, dell’Indulto per i "rei di Stato ".

Nel 1803, c’è la riforma dei Supremo Consiglio Generale, formato da 30 Consiglieri: 10 borghesi, 10 artigiani e 10 contadini. Inoltre, i Massari vengono scelti, mediante sorteggio, ogni 2 mesi ( in seguito ogni 6 mesi) da un elenco di 12 persone.

Nel 1804, il Ducato di Atri è diviso in 5 Dipartimenti ed Appignano appartiene al terzo.

Il 2 agosto1806, è soppressa l’Università di Appignano, che diventa frazione di Bisenti, insieme con Bacucco ( attuale Arsita). Nello stesso anno ritornano i Francesi ed il territorio subisce la seconda dominazione francese.

Il 31 marzo 1807, si insedia come Re del Regno di Napoli Giuseppe Napoleone (Fratello di Bonaparte), sostituito in seguito da Gioacchino Murat. Si sviluppa di nuovo la resistenza contro i Francesi, la quale, diversamente da quella di fine Settecento, non è più a sostegno dei Borboni, per il loro ritorno al potere, ma è animata dai nuovi ideali repubblicani e di libertà, che sono stati propagandati proprio dai Francesi negli anni precedenti.

Nel 1810, sono istituiti i Registri dello Stato Civile. Si sviluppa in quel periodo la Carboneria. Nel 1814, uno dei centri più attivi della Carboneria è Castiglione, dove è attiva la Vendita "Auspici della Fortuna", diretta dall’agrimensore Domenicantonio Toro, che è investito come Gran Maestro nella Chiesa di S. Rocco, dopo un solenne Te Deum.

Il 19 marzo 1814, i Carbonari dell’Abruzzo si riuniscono segretamente a Castellamare per decidere le modalità dell’insurrezione antrifrancese, che deve scoppiare a Pescara il 25 marzo, in occasione della Festa dell’Assunta. La rivolta fallisce per il tradimento di un Carbonaro di Pescara. L’insurrezione però scoppia egualmente il 27 marzo in varie città, tra cui Città S. Angelo, Penne, Castiglione, Penna S. Andrea. Essendo risultati vani i vari tentativi di coinvolgere altre città, il 15 aprile i carbonari restituiscono il potere alle autorità regie. A Penne, la decisione è contestata dalla "Legione della morte", costituita da una quarantina di Carbonari decisi a resistere sino alla fine. Il Gen. Amato, Comandante della Piazza di Chieti, usa clemenza verso i rivoltosi e viene per questo sostituito dal Gen. Montigny.

I capi della rivolta si danno alla clandestinità, ma vengono quasi tutti catturati.

Domenicantonio Toro si consegna e dopo l’arresto è condotto a Chieti, passando per Castiglione, legato alla coda di un cavallo. Successivamente, è rinchiuso nel carcere del Castello de L’Aquila (detto il coccodrillo). E’ condannato a morte, ma al momento dell’esecuzione della condanna, quando è davanti al patibolo, la pena è commutata in ergastolo, poichè la moglie Maria Ruscitti ha "acquistato" (sembra al prezzo di 110 ducati d’oro ) la Grazia del Re.

Toro è liberato dal carcere nel 1815, con la restaurazione borbonica. Muore a 98 anni, il 12 febbraio 1865, dopo aver speso il suo patrimonio per sostenere le rivolte antiborboniche del 1837 e del 1848.

Le ultime vicende

Il 1817 è un anno terribile per la popolazione della Valle del Fino, che è decimata dalla carestia. A causa della fame muoiono migliaia di persone ( solo a Castiglione i decessi sono 281, il doppio di quelli dell’anno precedente ed oltre quattro volte quelli degli anni precedenti). Questo anno è ricordato come "l’anno della fame".

Il 12 novembre 1833, Appignano è aggregato al Comune di Castiglione Messer Raimondo.

Nel 1848-1849, ci sono nella zona moti antiborbonici. In particolare, il 16 febbraio 1849, dopo la proclamazione della Repubblica Romana ( avvenuta a Roma il 9 febbraio), c’ è una rivolta a Bisenti, che è repressa duramente.

Durante l’occupazione nazista del 1943-1944, nel territorio di Appignano opera un gruppo di partigiani ( denominato Valviano), al comando di un ex prigioniero slavo fuggito dal Campo di concentramento dopo l’otto settembre 1943.

Il 3 dicembre 1943, è effettuato ad Appignano un rastrellamento dai tedeschi, che catturano una diecina di persone, avviate al Servizio del lavoro nelle retrovie del fronte.

I tedeschi abbandonano la zona il 13 giugno 1944, per ritirarsi lungo la Linea Gotica.

La popolazione di Appignano negli antichi censimenti

Periodicamente era effettuato, soprattutto a fini militari e fiscali, in tutto il Regno, il Censimento dei fuochi (famiglie) e delle anime (abitanti).

Nel 1532, Aprigliano ha 33 fuochi con 182 anime (abitanti). Nel 1545, ha 42 fuochi. Nel 1561, ha 43 fuochi con 237 anime. Nel 1595, ha 35 fuochi con 192 anime. Nel 1648, ha 35 fuochi. Nel 1669, dopo la peste del 1656 che stermina quasi un terzo della popolazione, ha 42 fuochi con 131 anime. Nel 1797, ha 500 anime e 553 nel 1804.

CHIESE

S. Pietro Apostolo

E’ la Chiesa parrocchiale di Appignano. Risale al XII secolo, ma è stata rifatta tra gli anni 1735-1780, soprattutto con il contributo economico della famiglia Pincelli. Sono stati realizzate numerose opere a rilievo, in stucco, sulle pareti laterali.

Ci sono anche cinque tele, realizzate nel 1769-1770 dal pittore atriano Giuseppe Prepositi, (su commissione di Bartolomeo De Berardino, procuratore della Confraternita del SS. Rosario), poste sopra altrettanti altari ( due dei quali oggi non più esistenti). In particolare, ricordiamo le tele degli altari della Madonna del SS. Rosario (del 1769) e della S. Croce (del 1770). Lo stesso pittore Prepositi ha anche dipinto le 15 lunette rotonde, poste intorno all’altare del SS. Rosario, che rappresentano scene della Passione di Gesù Cristo.

La festa della S. Croce ( per celebrare le vestigia della Croce sulla quale è stato crocifisso Gesù, portate a Roma da S. Elena, madre di Costantino) si celebra il 3 maggio ed il 14 settembre.

S. Michele

La Chiesa è citata nella Bolla del Papa Lucio II del 10 giugno 1184. In seguito è stata aggregata alla Diocesi di Atri, costituita nel 1251. Era ubicata nella contrada Campo, ma è andata distrutta e non ne rimane alcun resto visibile. Infatti, risulta "diruta" nel Catasto del 1713.

S. Maria Lauretana

Era la Chiesa del convento francescano fondato nel 1215 da S. Francesco che era di passaggio nella zona. E’ stato soppresso nel 1653, in seguito alla Bolla del 15 ottobre 1652 del Papa Innocenzo X, relativa alla chiusura dei piccoli Monasteri, con meno di 6 frati. Vi erano infatti solo due frati (erano 4 nel 1631).

Il Monastero faceva parte della "Custodia Pennese", con altri 8 Conventi, appartenente alla Provincia di S. Bernardino dei Frati Minori Conventuali, uno dei tre Ordini francescani.

Il Convento occupava una superficie di 100 "canne" ( una canna è mq 1. 06). Aveva 6 camere nel piano superiore e 6 locali nel piano terra ( cucina, cucinotto, cantina, refettorio, fondaco, stalla). Aveva anche un chiostro quadrato, con un doppio loggiato ( ancora in parte visibile), con una cisterna al centro.

Dopo la soppressione, il complesso conventuale, ad eccezione della Chiesa, è stato venduto a privati.

Attualmente, sono ancora visibili una parete con i resti di due nicchie. C’è anche lo scheletro di una statua lignea, attribuita a S. Antonio, che è rimasta sul luogo in quanto, secondo una leggenda, ogni volta che la si portava nella Chiesa di S. Pietro, il giorno dopo la si ritrovava nel Convento.

Madonna del Carmine

E’ stata costruita " per volontà e con il contributo del popolo appignanese" come ricorda una targa posta all’interno della Chiesa, negli anni 1855-1858, in ringraziamento della Madonna del Carmelo per aver protetto la popolazione durante l’epidemia di peste del 1855.

Era adibita a cimitero. Dopo l’editto napoleonico di Saint Cloud, che proibì di seppellire nelle Chiese i defunti, questi si dovevano portare nel nuovo cimitero di Castiglione, realizzato nel fondovalle. Poichè il trasporto e la visita ai defunti era alquanto disagevole per gli abitanti di Appignano, questi attuarono una protesta nel, in occasione del funerale di una giovane donna. Si barricarono nella Chiesa, finchè non fu data loro assicurazione che in tempi brevi si sarebbe costruito il cimitero nel paese. E così fu.

Altri monumenti

Ad Appignano, fino agli anni cinquanta del Novecento, è in funzione un mulino ad acqua, sul fiume Fino, in Contrada Convento, vicino all’antico convento francescano.

Nel 1926, è portata l’energia elettrica nel paese; vengono quindi realizzati due mulini elettrici per macinare il grano, uno dei quali rimane in funzione fino agli anni settanta ed è tuttora visibile.

In Paese, vi erano anche due frantoi (trappeti), i più antichi dei quali a trazione animale, uno dei quali (elettrico) è ancora in funzione.

Le otto Fonti, descritte nel Catasto del 1713, sono state utilizzate dalla popolazione finchè non è stato costruito l’acquedotto, nel 1923.

L’unica fontana antica, ancora visibile, è quella detta "Lu pisciarell" nell’omonima località.

 

Riferimenti bibliografici:

 

C. Greco, Liber Capitulorum Universitatis Terrae Castileonis Messer Raimondi, con cenni storici di Castiglione ed Appignano, Castiglione Messer Raimondo 1991

E. Di Nicola, Piccole storie di piccoli paesi, Bisenti 2003



 

 

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