RELAZIONI MULTISPECIE
L'ANIMISMO E UN MODO DIVERSO DI
PENSARE I RAPPORTI TRA UMANI,
animali e ambiente
di Claudia Pucci
Il termine animismo indica un
concetto complesso e problematico.
L’antropologia, nel corso della sua
evoluzione, ha fatto spesso uso di
categorie oggi considerate limitate
o discutibili. Questo è legato alla
storia stessa della disciplina, nata
in parte come estensione delle
esperienze coloniali e portatrice di
un bagaglio di credenze che al tempo
sembravano scientifiche, ma che oggi
appaiono come pseudoscientifiche.
Tra queste idee figuravano il
razzismo e altre concezioni basate
su una visione evoluzionista della
società umana, secondo cui alcune
popolazioni erano ritenute
«primitive» o rappresentative di un
precedente stadio evolutivo,
nonostante convivessero nella stessa
contemporaneità degli osservatori
occidentali. Un ulteriore problema è
rappresentato dalla prospettiva
dell’antropologo, spesso
caratterizzata da una situazione di
potere squilibrata: chi descrive
ottiene una forma di controllo su
chi viene descritto. L’antropologia
ha dovuto compiere significativi
sforzi per affrontare queste
criticità e riflettere in maniera
critica sui propri metodi e
categorie.
Cosa intendiamo quando parliamo di
animismo? La maggior parte di noi ha
un’idea generale di cosa significhi
il termine, ma questa percezione
riesce davvero a cogliere la
complessità del fenomeno? Se dovessi
definirlo rapidamente, direi che
l’animismo è la credenza che tutto
abbia un’anima. Tuttavia, ciò
introduce ulteriori difficoltà, dato
che anche «anima» è un concetto
complesso e difficile da definire.
Tutte queste teorie sono
costantemente sottoposte a
valutazioni critiche, sia
all’interno dell’antropologia sia
nel dibattito più ampio. Tra le
molteplici definizioni di animismo
presenti nella letteratura, una in
particolare risalta per il suo
approccio epistemologico fondato
sulla relazione. Questa visione non
si limita a conferire un'anima a un
albero, a una montagna o a un
animale, ma si concentra sulla
costruzione di un rapporto
relazionale con questi elementi,
definendoli come «persone non
umane».
La prospettiva relazionale e la
svolta ontologica
In questo contesto, il termine
indica entità con cui si stabilisce
una relazione sociale condivisa.
Alcuni gruppi, specialmente quelli
con pratiche sciamaniche, sviluppano
una concezione del mondo in cui
interagiscono con una cosmovisione
che riconosce diverse forme di
abitanti nel cosmo. La cosiddetta
«svolta ontologica», resa nota dagli
studi dell’antropologo Philippe
Descola e dell’antropologo Eduardo
Viveiros de Castro, emerge qui come
centrale. Questa prospettiva
considera il mondo popolato da
persone di vario genere. Il film
Dersu Uzala del celebre regista
Akira Kurosawa, tratto dal racconto
di viaggio dell’esploratore Vladimir
Arsen'ev, illustra questo concetto
attraverso una scena significativa:
Dersu Uzala, una guida indigena
siberiana, ferma il suo gruppo e
ascolta il fuoco, affermando che
ogni elemento naturale è una
persona. Questa visione viene
accolta con scetticismo dagli
esploratori fino all’improvviso
manifestarsi della natura stessa,
sottolineando l’importanza del
rispetto verso queste entità.
L’idea di un mondo popolato da
persone non umane è ripresa nel
libro del 2005 dell’antropologo
Graham Harvey, che sottolinea il
rispetto dovuto a tutte le
componenti del mondo vivente,
indipendentemente dal loro status
umano. L’animismo qui diventa una
forma di personificazione estesa che
attribuisce soggettività anche a
entità normalmente considerate
inanimate. La rivalutazione
contemporanea dell’animismo si è
sviluppata grazie agli studi su
popolazioni amazzoniche e dell’India
meridionale, dove la lingua stessa
segna la distinzione tra esseri
animati e oggetti inanimati. Questi
gruppi riflettono l’idea di «dividuo»
contrapposto all’occidentale
«individuo», elaborando un sé
relazionale piuttosto che autonomo.
La persona viene così intesa come
parte di un sistema complesso e
dinamico, che comprende voci e
presenze naturali percebibili
attraverso dialoghi rituali con gli
specialisti sciamanici che agiscono
da mediatori. Nonostante il
contributo significativo di Harvey,
è visibile una mancanza nel
confronto con le teorie avanzate da
Descola. Il lavoro di Descola
esplora a fondo diverse ontologie e
il rapporto tra esseri umani e non
umani nella pratica animista,
rappresentando una pietra miliare
per la comprensione approfondita di
tali fenomeni culturali.
Prospettivismo e antropomorfismo
Un punto centrale dei recenti studi
riguardanti le concezioni
animistiche concerne
l’antropomorfismo. Comunemente, si
tende a concepire gli esseri umani e
gli animali come distinti in quanto
tali. Tuttavia, Eduardo Viveiros de
Castro propone una inversione
radicale di tale prospettiva.
Secondo talune credenze amazzoniche,
gli animali si percepiscono come
esseri umani. Ogni entità, situata
al centro della propria prospettiva,
si concepisce come portatrice di
cultura e umanità. Alla mia prima
esposizione a questa idea, la
reazione spontanea fu di ritenerla
antropomorfismo, ma essa si discosta
da tale interpretazione. Viveiros de
Castro offre esempi illuminanti: un
giaguaro, cibandosi delle proprie
prede, si avverte al pari di un
essere umano impegnato nel consumo
di cibo o bevande. Quella che per
noi è sangue, potrebbe rappresentare
per lui un liquido commestibile,
mentre una tana potrebbe essere
percepita come una dimora da
un’altra entità.
Anche gli spiriti, secondo tali
visioni, si percepiscono quali
esseri umani. Ciascun individuo
considera se stesso umano e l’altro
da un’angolazione diversa,
sottolineando il ruolo del corpo
piuttosto che dell’interiorità. I
corpi differenti comportano diverse
percezioni della realtà, pur
mantenendo una continuità interiore.
Durante momenti mitici o eventi
rituali e sciamanici particolari,
queste barriere corporee possono
essere superate, almeno per lo
sciamano. Alcuni animali, in alcune
tradizioni amazzoniche, sono dotati
di capacità sciamaniche che
permettono attraversamenti simili.
La dicotomia tra umani e animali non
risiede necessariamente
nell’animalità condivisa, ma
piuttosto nell’aspetto dell’umanità
comune. La marcata distinzione
mitica tra natura e cultura potrebbe
essere interpretata diversamente:
non è la cultura ad istaccarsi dalla
natura, ma viceversa. Gli esseri
umani sono coloro che continuano a
essere umani; gli animali, al
contrario, possono essere visti come
ex-umani: creature che un tempo
erano umane e che, in certo modo,
continuano ad esserlo nonostante il
nostro punto di vista contemporaneo.
Miti, confini e relazioni
multispecie
Questa nozione di animali come
ex-umani non è unicamente
amazzonica. Anche la mitologia greca
illustra la trasformazione di esseri
umani in specie animali attraverso
l’intervento divino o come
punizione, come nel mito di Aracne.
Tali racconti delineano un processo
di differenziazione che non presenta
semplicemente l’emergere dell’umano
dal mondo naturale, ma suggerisce
una separazione all’interno di una
comunità originariamente unificata.
Il tema della famiglia multispecie è
fondamentale: una famiglia composta
da diversi componenti che però
condividono un’origine comune prima
di essere separati. Questa
separazione costituisce la premessa
di molti miti che non sono meramente
narrazioni, ma si manifestano
attraverso rituali accompagnati dal
suono del tamburo e mirano a
risolvere le crisi ambientali e
relazionali dell’essere umano
attraverso la rievocazione di un
patto primordiale.
Inoltre, vi sono documenti
riguardanti le tradizioni di
trasformazione e le relazioni
multispecie raccolti nella ricerca
Shape-Shifting Traditions,
Ecological Engagement and
Multispecies Relationships,
condotta da una studiosa presso
l’Università di Tartu. La sua
indagine include testimonianze di
individui che affermano di
trasformarsi in serpenti e
raccontano esperienze vissute dal
punto di vista dei rettili. Questi
esseri umani-serpenti sono collegati
ai Naga del folklore indiano e
associati agli eventi naturali, come
frane ed esondazioni,
particolarmente nel nord-est
dell’India. Ogni essere vivente ha
un proprio habitat naturale: la
tigre nella foresta, il serpente nei
cespugli, e l’essere umano nel
villaggio. Tuttavia, tutti loro
devono spostarsi e attraversare
questi limiti. È in queste
situazioni che si manifesta il
pericolo di trasgressione. L’idea di
trespassing, in inglese, esprime
bene questo concetto: l’atto di
attraversare lo spazio altrui con
mancanza di rispetto può essere
visto come una violazione degli
antichi accordi stabiliti nel tempo
mitico, quando le specie hanno preso
vie separate.
Questa infrazione può risultare in
disarmonia e, secondo alcune
culture, portare sfortuna, disgrazia
o malattia. Il compito dello
sciamano è quindi identificare la
rottura e richiamare quel momento
degli antichi accordi per
ripristinare l’armonia. L’essere
umano deve agire con rispetto quando
entra nell’habitat di un animale o
di un’altra entità, e allo stesso
modo, un animale che entra nello
spazio umano deve rispettare le
regole di quel territorio. La
questione non è tanto che l’animale
non dovrebbe trovarsi lì o l’uomo
altrove; il punto cruciale è come
viene effettuato il passaggio da un
ambiente all’altro. Sono moltissimi
i miti in cui emerge una sorta di
conflitto o tensione che sembra
necessaria per una separazione
cosmica tra diverse specie.
Tuttavia, nonostante il conflitto e
la separazione, una relazione
persiste sempre. La parentela non
viene annullata. È proprio questa
connessione che rende possibile
ricomporre il conflitto: tra esseri
umani e animali, tra esseri umani e
spiriti, e anche con il mondo
vegetale.
Il mito della separazione non narra
solo la nascita delle differenze tra
le specie, ma anche la sopravvivenza
di una relazione originaria. La
distanza tra umano e animale non è
vista come una frattura assoluta; è
piuttosto frutto di una storia
comune, di una famiglia che si è
separata ma che continua a
condividere una memoria e una
responsabilità reciproca. In
quest’ottica, l’animismo non si
presenta più semplicemente come la
credenza che alberi, montagne,
animali o fiumi possedano un’anima.
Appare invece come un modo di
concepire il mondo in cui la persona
non è definita unicamente dal
proprio corpo individuale e
l’ambiente non è solo un insieme di
oggetti. È un universo di relazioni,
dove esistono persone umane e non
umane, prospettive differenti e
confini che vanno attraversati con
cura. Forse è proprio questo uno
degli aspetti più interessanti
dell’animismo studiato
dall’antropologia: non una semplice
attribuzione di caratteristiche
umane alla natura, ma la possibilità
di immaginare un mondo in cui la
relazione precede la separazione.
Riferimenti bibliografici:
Torri, D., “The Animated Landscape:
Human and non-human communities in
the Buddhist Himalayas”,
Rivista degli Studi Orientali,
88, 2015
Torri, D., “Trees, Birds and Other
Non-Humans. Mythological
Entanglements with Landscape, Flora,
Fauna and Spirits of the Himalayas”,
Lagoonscapes, 1, 2, 2021
Haraway, D. J.,
When Species Meet, Minneapolis,
University of Minnesota Press, 2008.
Bird-David, N., “‘Animism’ Revisited:
Personhood, Environment, and
Relational Epistemology”,
Current Anthropology, 40, 1999