[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 225 / SETTEMBRE 2026 (CCLVI)


filosofia & religione

RELAZIONI MULTISPECIE
L'ANIMISMO E UN MODO DIVERSO DI PENSARE I RAPPORTI TRA UMANI, animali e ambiente

di Claudia Pucci

 

Il termine animismo indica un concetto complesso e problematico. L’antropologia, nel corso della sua evoluzione, ha fatto spesso uso di categorie oggi considerate limitate o discutibili. Questo è legato alla storia stessa della disciplina, nata in parte come estensione delle esperienze coloniali e portatrice di un bagaglio di credenze che al tempo sembravano scientifiche, ma che oggi appaiono come pseudoscientifiche. Tra queste idee figuravano il razzismo e altre concezioni basate su una visione evoluzionista della società umana, secondo cui alcune popolazioni erano ritenute «primitive» o rappresentative di un precedente stadio evolutivo, nonostante convivessero nella stessa contemporaneità degli osservatori occidentali. Un ulteriore problema è rappresentato dalla prospettiva dell’antropologo, spesso caratterizzata da una situazione di potere squilibrata: chi descrive ottiene una forma di controllo su chi viene descritto. L’antropologia ha dovuto compiere significativi sforzi per affrontare queste criticità e riflettere in maniera critica sui propri metodi e categorie.

 

Cosa intendiamo quando parliamo di animismo? La maggior parte di noi ha un’idea generale di cosa significhi il termine, ma questa percezione riesce davvero a cogliere la complessità del fenomeno? Se dovessi definirlo rapidamente, direi che l’animismo è la credenza che tutto abbia un’anima. Tuttavia, ciò introduce ulteriori difficoltà, dato che anche «anima» è un concetto complesso e difficile da definire. Tutte queste teorie sono costantemente sottoposte a valutazioni critiche, sia all’interno dell’antropologia sia nel dibattito più ampio. Tra le molteplici definizioni di animismo presenti nella letteratura, una in particolare risalta per il suo approccio epistemologico fondato sulla relazione. Questa visione non si limita a conferire un'anima a un albero, a una montagna o a un animale, ma si concentra sulla costruzione di un rapporto relazionale con questi elementi, definendoli come «persone non umane».

 

La prospettiva relazionale e la svolta ontologica

 

In questo contesto, il termine indica entità con cui si stabilisce una relazione sociale condivisa. Alcuni gruppi, specialmente quelli con pratiche sciamaniche, sviluppano una concezione del mondo in cui interagiscono con una cosmovisione che riconosce diverse forme di abitanti nel cosmo. La cosiddetta «svolta ontologica», resa nota dagli studi dell’antropologo Philippe Descola e dell’antropologo Eduardo Viveiros de Castro, emerge qui come centrale. Questa prospettiva considera il mondo popolato da persone di vario genere. Il film Dersu Uzala del celebre regista Akira Kurosawa, tratto dal racconto di viaggio dell’esploratore Vladimir Arsen'ev, illustra questo concetto attraverso una scena significativa: Dersu Uzala, una guida indigena siberiana, ferma il suo gruppo e ascolta il fuoco, affermando che ogni elemento naturale è una persona. Questa visione viene accolta con scetticismo dagli esploratori fino all’improvviso manifestarsi della natura stessa, sottolineando l’importanza del rispetto verso queste entità.

 

L’idea di un mondo popolato da persone non umane è ripresa nel libro del 2005 dell’antropologo Graham Harvey, che sottolinea il rispetto dovuto a tutte le componenti del mondo vivente, indipendentemente dal loro status umano. L’animismo qui diventa una forma di personificazione estesa che attribuisce soggettività anche a entità normalmente considerate inanimate. La rivalutazione contemporanea dell’animismo si è sviluppata grazie agli studi su popolazioni amazzoniche e dell’India meridionale, dove la lingua stessa segna la distinzione tra esseri animati e oggetti inanimati. Questi gruppi riflettono l’idea di «dividuo» contrapposto all’occidentale «individuo», elaborando un sé relazionale piuttosto che autonomo. La persona viene così intesa come parte di un sistema complesso e dinamico, che comprende voci e presenze naturali percebibili attraverso dialoghi rituali con gli specialisti sciamanici che agiscono da mediatori. Nonostante il contributo significativo di Harvey, è visibile una mancanza nel confronto con le teorie avanzate da Descola. Il lavoro di Descola esplora a fondo diverse ontologie e il rapporto tra esseri umani e non umani nella pratica animista, rappresentando una pietra miliare per la comprensione approfondita di tali fenomeni culturali.

 

Prospettivismo e antropomorfismo

 

Un punto centrale dei recenti studi riguardanti le concezioni animistiche concerne l’antropomorfismo. Comunemente, si tende a concepire gli esseri umani e gli animali come distinti in quanto tali. Tuttavia, Eduardo Viveiros de Castro propone una inversione radicale di tale prospettiva. Secondo talune credenze amazzoniche, gli animali si percepiscono come esseri umani. Ogni entità, situata al centro della propria prospettiva, si concepisce come portatrice di cultura e umanità. Alla mia prima esposizione a questa idea, la reazione spontanea fu di ritenerla antropomorfismo, ma essa si discosta da tale interpretazione. Viveiros de Castro offre esempi illuminanti: un giaguaro, cibandosi delle proprie prede, si avverte al pari di un essere umano impegnato nel consumo di cibo o bevande. Quella che per noi è sangue, potrebbe rappresentare per lui un liquido commestibile, mentre una tana potrebbe essere percepita come una dimora da un’altra entità.

 

Anche gli spiriti, secondo tali visioni, si percepiscono quali esseri umani. Ciascun individuo considera se stesso umano e l’altro da un’angolazione diversa, sottolineando il ruolo del corpo piuttosto che dell’interiorità. I corpi differenti comportano diverse percezioni della realtà, pur mantenendo una continuità interiore. Durante momenti mitici o eventi rituali e sciamanici particolari, queste barriere corporee possono essere superate, almeno per lo sciamano. Alcuni animali, in alcune tradizioni amazzoniche, sono dotati di capacità sciamaniche che permettono attraversamenti simili. La dicotomia tra umani e animali non risiede necessariamente nell’animalità condivisa, ma piuttosto nell’aspetto dell’umanità comune. La marcata distinzione mitica tra natura e cultura potrebbe essere interpretata diversamente: non è la cultura ad istaccarsi dalla natura, ma viceversa. Gli esseri umani sono coloro che continuano a essere umani; gli animali, al contrario, possono essere visti come ex-umani: creature che un tempo erano umane e che, in certo modo, continuano ad esserlo nonostante il nostro punto di vista contemporaneo.

 

Miti, confini e relazioni multispecie

 

Questa nozione di animali come ex-umani non è unicamente amazzonica. Anche la mitologia greca illustra la trasformazione di esseri umani in specie animali attraverso l’intervento divino o come punizione, come nel mito di Aracne. Tali racconti delineano un processo di differenziazione che non presenta semplicemente l’emergere dell’umano dal mondo naturale, ma suggerisce una separazione all’interno di una comunità originariamente unificata. Il tema della famiglia multispecie è fondamentale: una famiglia composta da diversi componenti che però condividono un’origine comune prima di essere separati. Questa separazione costituisce la premessa di molti miti che non sono meramente narrazioni, ma si manifestano attraverso rituali accompagnati dal suono del tamburo e mirano a risolvere le crisi ambientali e relazionali dell’essere umano attraverso la rievocazione di un patto primordiale.

 

Inoltre, vi sono documenti riguardanti le tradizioni di trasformazione e le relazioni multispecie raccolti nella ricerca Shape-Shifting Traditions, Ecological Engagement and Multispecies Relationships, condotta da una studiosa presso l’Università di Tartu. La sua indagine include testimonianze di individui che affermano di trasformarsi in serpenti e raccontano esperienze vissute dal punto di vista dei rettili. Questi esseri umani-serpenti sono collegati ai Naga del folklore indiano e associati agli eventi naturali, come frane ed esondazioni, particolarmente nel nord-est dell’India. Ogni essere vivente ha un proprio habitat naturale: la tigre nella foresta, il serpente nei cespugli, e l’essere umano nel villaggio. Tuttavia, tutti loro devono spostarsi e attraversare questi limiti. È in queste situazioni che si manifesta il pericolo di trasgressione. L’idea di trespassing, in inglese, esprime bene questo concetto: l’atto di attraversare lo spazio altrui con mancanza di rispetto può essere visto come una violazione degli antichi accordi stabiliti nel tempo mitico, quando le specie hanno preso vie separate.

 

Questa infrazione può risultare in disarmonia e, secondo alcune culture, portare sfortuna, disgrazia o malattia. Il compito dello sciamano è quindi identificare la rottura e richiamare quel momento degli antichi accordi per ripristinare l’armonia. L’essere umano deve agire con rispetto quando entra nell’habitat di un animale o di un’altra entità, e allo stesso modo, un animale che entra nello spazio umano deve rispettare le regole di quel territorio. La questione non è tanto che l’animale non dovrebbe trovarsi lì o l’uomo altrove; il punto cruciale è come viene effettuato il passaggio da un ambiente all’altro. Sono moltissimi i miti in cui emerge una sorta di conflitto o tensione che sembra necessaria per una separazione cosmica tra diverse specie. Tuttavia, nonostante il conflitto e la separazione, una relazione persiste sempre. La parentela non viene annullata. È proprio questa connessione che rende possibile ricomporre il conflitto: tra esseri umani e animali, tra esseri umani e spiriti, e anche con il mondo vegetale.

 

Il mito della separazione non narra solo la nascita delle differenze tra le specie, ma anche la sopravvivenza di una relazione originaria. La distanza tra umano e animale non è vista come una frattura assoluta; è piuttosto frutto di una storia comune, di una famiglia che si è separata ma che continua a condividere una memoria e una responsabilità reciproca. In quest’ottica, l’animismo non si presenta più semplicemente come la credenza che alberi, montagne, animali o fiumi possedano un’anima. Appare invece come un modo di concepire il mondo in cui la persona non è definita unicamente dal proprio corpo individuale e l’ambiente non è solo un insieme di oggetti. È un universo di relazioni, dove esistono persone umane e non umane, prospettive differenti e confini che vanno attraversati con cura. Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’animismo studiato dall’antropologia: non una semplice attribuzione di caratteristiche umane alla natura, ma la possibilità di immaginare un mondo in cui la relazione precede la separazione.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Torri, D., “The Animated Landscape: Human and non-human communities in the Buddhist Himalayas”, Rivista degli Studi Orientali, 88, 2015

Torri, D., “Trees, Birds and Other Non-Humans. Mythological Entanglements with Landscape, Flora, Fauna and Spirits of the Himalayas”, Lagoonscapes, 1, 2, 2021

Haraway, D. J., When Species Meet, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2008.

Bird-David, N., “‘Animism’ Revisited: Personhood, Environment, and Relational Epistemology”, Current Anthropology, 40, 1999

RUBRICHE


attualità

ambiente

arte

filosofia & religione

storia & sport

turismo storico

 

PERIODI


contemporanea

moderna

medievale

antica

 

ARCHIVIO

 

COLLABORA


scrivi per instoria

 

 

 

 

PUBBLICA CON GBE


Archeologia e Storia

Architettura

Edizioni d’Arte

Libri fotografici

Poesia

Ristampe Anastatiche

Saggi inediti

.

catalogo

pubblica con noi

 

 

 

CERCA NEL SITO


cerca e premi tasto "invio"

 


by FreeFind

 

 


 

 

 

[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]