SULLA (GRANDIOSA) ABBAZIA DI
POMPOSA
MODO IN ITALIA PRIMUM
di Marco Sperotto
Visitare l’abbazia di Pomposa
– situata in località Codigoro,
in provincia di Ferrara – è
un viaggio a ritroso nel tempo, in
un’epoca medievale ricca di
avvenimenti e continui cambiamenti.
Tutta l’area circostante costituisce
un ambiente sereno e tranquillo che
accompagna il visitatore in un
autentico ritorno al passato. Nel
Medioevo la religiosità rivestiva un
ruolo chiave: vescovi, abati e
monaci esercitavano un’influenza
rilevante nella società. I monaci
dedicavano la propria vita
all’ascesi, alla spiritualità, al
distacco totale dal mondano e alla
preghiera, motivo per cui erano
percepiti dalla popolazione come
fondamentali punti di riferimento.
Si collega spesso il monachesimo
all’immagine del monaco amanuense
dedito alla trascrizione dei testi.
In realtà, questa attività si
sviluppò in un secondo momento,
mentre in origine la principale
occupazione era la preghiera. I
monaci pregavano seguendo specifiche
regole monastiche; a Pomposa, ad
esempio, nella Sala Capitolare si
leggeva la
Regola di San Benedetto (Regula
Benedicti), pilastro del
monachesimo occidentale. Sovente vi
erano persone che chiedevano perdono
ed espiazione per i peccati commessi
attraverso donazioni in denaro, per
ricevere in cambio l'assoluzione
della colpa (intercessione). Tali
conferimenti offrivano la
possibilità di ampliare gli edifici,
ristrutturarli e offrire maggiori
servizi alla comunità.
La storia e le architetture
Tra le principali finalità vi era la
propagazione della cultura.
Considerando che gli storici datano
il periodo medievale dal 476 d.C.,
con la deposizione dell’ultimo
imperatore romano d’Occidente Romolo
Augustolo, al 1492, con la scoperta
dell’America, Pomposa vide il suo
massimo sviluppo dopo l’anno Mille,
a cavallo tra l’Alto Medioevo (VIII-X
secolo e prima metà dell’XI secolo)
e il Pieno Medioevo (XI-XIII
secolo). La Chiesa Abbaziale fu
consacrata nuovamente nel 1026.
Sebbene non vi siano fonti scritte
certe sulla fondazione originaria
dell’abbazia, la prima attestazione
risale a una lettera dell’874
scritta da
papa Giovanni VIII
all’imperatore
Ludovico II, inserita nel
Collectio Canonum dal giurista
Deusdedit, documento con cui il
pontefice rivendicava la proprietà
del monastero. Il campanile
principale, che colpisce subito il
visitatore per la sua imponenza di
circa 48 metri, risale al 1063; la
sua particolarità architettonica
consiste nell’inserto di stoviglie
decorative (bacini ceramici).
Il complesso comprende inoltre la
Sala del Capitolo, la
Sala del Refettorio, il
Museo Pomposiano (che custodisce
una quantità importante di reperti
archeologici, come parti strutturali
dell’edificio perfettamente
conservate) e il
Palazzo della Ragione, con il
suo splendido portico che evoca
l’atmosfera del passato. Il
monastero raggiunse l’apice del
proprio prestigio sotto la guida del
monaco
Guido, divenuto abate nel 1008,
il quale creò la disciplina
monastica denominata
Ordo Pomposianus, istituendo un
equilibrio perfetto tra vita
eremitica e cenobitica. L'abate si
spense il 31 marzo 1046 durante un
viaggio verso la città di Pavia ed è
ricordato tutt’oggi come
San Guido abate.
Entrando nella Chiesa Abbaziale è
doveroso rendere omaggio a una delle
figure più importanti di Pomposa
visitando la sua reliquia. Il
reliquiario che la raccoglie riporta
la scritta
Ex Ossibus Sancti Guidonis Abbatis;
sul fronte presenta una
rappresentazione delle abbazie di
Spira e Pomposa, mentre sul retro
mostra tre immagini simboliche: il
Calice con l’Uva a identificare
il Sangue di Cristo, le
Spighe a simbolo della farina
utilizzata per l’ostia
nell’eucarestia, e al centro la
nave a indicare la Chiesa come
via di salvezza guidata da Cristo,
simboleggiato dalla Croce.
Successivamente, il passaggio sotto
l’autorità imperiale, sancito
dall'imperatore
Ottone III nel 1001, consacrò
questo centro come uno dei più
influenti in circolazione.
Guido d’Arezzo e la riforma musicale
Una delle figure più illustri
passate per Pomposa fu
Guido d’Arezzo, divenuto monaco
nel 1013 e considerato l’inventore
del «tetragramma», ossia la
notazione musicale su quattro linee
(da cui il prefisso
tetra), che utilizzava
inizialmente il quadrato come figura
geometrica per le note, prima di
evolversi nel rombo e infine
nell’ovale. Guido introdusse i nomi
delle note musicali utilizzando la
prima strofa dell’inno a San
Giovanni Battista composto da
Paolo Diacono (storico
longobardo e autore della
Historia Langobardorum):
Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Iohannes
Questo brano rappresenta il primo
solfeggio della storia, che prende
il nome di «solmisazione». Tali
melodie costituiscono la base dei
canti gregoriani, così chiamati in
onore di
papa Gregorio Magno, il quale
sul finire del VI secolo promosse
un’importante riforma liturgica
includendo la rielaborazione dei
canti religiosi. In una fase
successiva, la sillaba
Ut fu sostituita dalla nota oggi
universalmente conosciuta come
Do. Il tetragramma
rappresenta il diretto antesignano
dell’attuale sistema a cinque righe
noto come pentagramma. Insegnando ai
giovani e diffondendo il suo
innovativo metodo, Guido confermò il
ruolo centrale dei centri di culto
nella propagazione della cultura,
tratto distintivo del Medioevo in
cui la religione fungeva da
principale punto di aggregazione
sociale e di confronto con le
istituzioni.
I legami con la grande storia e la
letteratura
Importanti personalità solcarono i
luoghi di Pomposa. Tra queste si
ricorda
Maiolo di Cluny, abate
dell’omonimo e importantissimo
monastero fondato nel 910 dall’abate
Bernone e da
Guglielmo di Aquitania. Il
movimento cluniacense fu fonte di
grande ispirazione e influenza
spirituale; con Maiolo si stabilì un
collegamento diretto con la famiglia
imperiale degli Ottoni, ponendo le
basi per la riforma di altri celebri
monasteri, come San Salvatore a
Pavia, Sant’Apollinare in Classe a
Ravenna e, per l’appunto, Pomposa.
Anche il sommo poeta
Dante Alighieri transitò per
l’abbazia; nella sua
Divina Commedia si rintracciano
almeno due passaggi che ne evocano
il passaggio e i luoghi. Nel
Canto V del Purgatorio, Dante
sembra far riferimento alla torre
dell’abbazia:
"Vien dietro a me, e lascia dir le
genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar de’
venti".
Nel
Canto XXI del Paradiso, Dante
menziona san Pier Damiani, il quale
soggiornò a Pomposa quando abate era
Guido degli Strambiati:
"In
quel loco fu’ io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu’ nella casa
di Nostra Donna in sul lito adriano".
L’arte e il patrimonio librario
All’occhio del visitatore, Pomposa
restituisce vividamente l’importanza
dei monasteri non solo dal punto di
vista religioso, ma anche artistico.
All’interno della Chiesa Abbaziale,
sedersi in silenzio permette di
ammirare gli splendidi affreschi
trecenteschi commissionati
dall’abate
Andrea da Fano (in carica dal
1336 al 1361) al pittore
Vitale da Bologna e ai suoi
allievi, i quali si occuparono in
primis della decorazione
dell’abside. Sempre di scuola
vitaliana è la decorazione della
navata centrale, con episodi tratti
dal Vecchio e dal Nuovo Testamento,
dall’Apocalisse e dal Giudizio
Universale.
Per concludere, la diffusione della
religione e della cultura attraverso
figure di altissimo rilievo ha
profondamente segnato la società
medievale. Abbazie come Pomposa —
definita anticamente
Modo in Italia primum per la
grandiosità raggiunta — potevano
contare su una ricchissima raccolta
di testi monastici nella propria
biblioteca. Purtroppo, i soli dati
rimasti a testimonianza di questo
patrimonio librario provengono
principalmente da un catalogo del
1093 (stilato dal monaco
Enrico, che evidenziava circa
240 volumi) e da un inventario del
1459 (che ne registrava circa 100,
sintomo di una fase di progressiva
decadenza). Ciononostante, la
centralità culturale e spirituale di
Pomposa nelle dinamiche sociali
dell’epoca rimane un capitolo
fondamentale della storia italiana.