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[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 158 / FEBBRAIO 2021 (CLXXXIX)


contemporanea

8 SETTEMBRE 1943

UNA STORIA ITALIANA / Parte II

di Stelvio Garasi

 

L’Italia in guerra (1940-1943)

 

Nel 1940 anche l’Italia entra in guerra. Una guerra iniziata circa un anno prima dalla Germania nazista con l’invasione della Polonia e che vede coinvolte le potenze occidentali di Francia e Inghilterra. Pur se la maggioranza degli italiani non condivide tale avventura e vi partecipa mal volentieri, perché la decisione non ha un motivo né di carattere interno o internazionale tale da persuadere la nazione. Mussolini, convinto che il conflitto con la Francia e la Gran Bretagna sarà breve non ritiene di dar troppo credito al sentimento popolare. Il Duce però intende dimostrare in campo internazionale la sua rilevanza politica nei confronti di Hitler, ricorrendo alla guerra parallela condotta dall’Italia autonomamente. Il Duce confida al ministro Bottai l’intenzione di «una guerra con obiettivi propri, specificamente italiani estranea agli attuali contendenti non per la Germania né con la Germania, ma a fianco della Germania».

 

La “guerra parallela” di Mussolini si tramuta sempre più in una sconfitta sotto l’avanzare degli Alleati; in questo modo la libertà d’azione propugnata dal regime nei riguardi dell’alleato germanico tende a ridimensionarsi sino a svanire. Le truppe italiane in Grecia e in Africa settentrionale, hanno bisogno dell’appoggio delle truppe tedesche. Il 1942 è l’anno dei grandi capovolgimenti, le forze dell’Asse raggiungono l’apice della loro spinta espansiva. In autunno con il rovesciamento delle sorti dell’Africa settentrionale, le armate italo-tedesche che si sono spinte fino a 150 km da Alessandria d’Egitto sono in rotta dopo la battaglia di El Alamein, svoltasi tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1942, contro le forze britanniche bene equipaggiate.

 

Nel novembre 1942, le truppe americane sotto il comando del generale Patton sbarcano in Marocco e Algeria, cogliendo le alte gerarchie dell’Asse. Le armate italo-tedesche, abbandonata la Libia, si concentrano sulla linea la linea del Mareth la “piccola Maginot africana”, costruita a suo tempo dai francesi per difendere la loro colonia da un eventuale attacco italiano, dove ormai combattono adottando una strategia di difesa. Nell’estate del 1943 il paese è costretto a confrontarsi con una faticosa presa di coscienza per anni ingannata dalla retorica e falsa propaganda del regime che opprimeva la nazione fino a trascinarlo nella tragedia del secondo conflitto mondiale.

 

Il 13 maggio le residue forze del generale Messe si arrendono in Tunisia, il giorno prima le armate tedesche del generale von Armin capitolano, il controllo della regione è perduto definitivamente. Al tracollo militare si aggiunge la drammatica situazione del Paese. I bombardamenti s’intensificano, il malcontento aumenta di giorno in giorno, a marzo il dissenso si è già messo in mostra con manifestazioni di piazza, scioperi nelle principali fabbriche del Nord e i manifestanti chiedono “pane e pace”.

 

Il 7 aprile s’incontrano a Klesshein, nei pressi di Salisburgo, Hitler e Mussolini. Un Mussolini debole e incerto che propone a Hitler di cercare un accordo per una pace separata con Stalin per poter quindi concentrare ogni sforzo sul fronte meridionale; il Führer rigetta questa ipotesi. Le autorità tedesche, temono il colpo di Stato in Italia per rovesciare Mussolini e un conseguente affrancamento dell’alleanza, predispongono piani per l’occupazione della penisola.

 

L’11 giugno gli angloamericani occupano, il primo lembo d’Italia, l’isola di Pantelleria il cui comando è affidato all’ammiraglio Pavesi che si arrende senza sparare un colpo contro le forze di occupazione alleate, provocando l’ira dei tedeschi impegnati nella difesa dell’isola. Dopo anni di silenzio e di complicità il re Vittorio Emanuele III, il 15 maggio 1943, invia una missiva a Mussolini in cui prospetta l’opportunità di sganciare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, con una pace separata. Il 2 giugno, al direttorio fascista, Mussolini prospettando l’ipotesi di un imminente sbarco alleato in Sicilia dichiara: «Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga».

 

All’alba del 10 luglio gli angloamericani sbarcano sulle coste siciliane (Operazione Huschy), senza incontrare un’adeguata resistenza da parte delle forze italiane che le presidiano sotto il comando del generale Alfredo Guzzoni: le città principali cadono immediatamente in mano alleata. Accanita è la reazione delle nostre truppe e di quelle tedesche nella piana di Catania, ma alla fine sono costrette ad arrendersi o a ripiegare verso Milazzo e Messina.

 

In questo frangente le truppe tedesche in ritirata si macchiano delle prime stragi di civili inermi nei paesi di Mascalucia e Castiglione. Altra pagina oscura è scritta dall’esercito degli Stati Uniti in località di Piano Stella, nei pressi di Biscari, oggi Accade, località siciliana a sud di Caltagirone in provincia di Ragusa, dove il 14 luglio 1943, un reparto del 180 Rgt fanteria statunitense cattura 45 soldati italiani e 3 tedeschi, e un sottufficiale americano riceve l’ordine di scortarne 37 nelle retrovie per essere interrogati, i rimanenti sono feriti ma lungo la strada li fa disporre lungo un fosso dove 36 vengono abbattuti e uno fortuitamente si salva. Per questo crimine il sergente americano viene condannato all’ergastolo, ma non farà un solo giorno di prigione.

 

Il 19 luglio 1943 a Feltre (Belluno) nuovo incontro Hitler e Mussolini, il quale parte da Roma accompagnato dal generale Ambrosio C.S.M.G. dall’ambasciatore Dino Alfieri e dal sottosegretario agli affari esteri Giuseppe Bastianini, e partendo per l’incontro è animato da grandi aspettative. I vertici militari sperano che renda noto, a Hitler la reale situazione dell’Italia e delle sue effettive possibilità di proseguire la guerra.

 

In una nota elaborata dal Comando Supremo il 14 luglio 1943 priva di firma si legge: «possiamo batterci con i nostri mezzi ma con risultati così scarsi, che non sarebbero neppure sufficienti a salvare l’onore delle armi nei confronti del mondo intero». Mettendo così in evidenza che per l’Asse si sono esaurite le possibilità di una vittoria, a meno che non si riesca a impedire l’apertura di un altro fronte in Europa, finché permane la guerra con la Russia. Ma Mussolini a quell’incontro non è determinato e gioca il ruolo dell’interlocutore paziente e tollerante, ascoltando le chiacchiere offensive del Führer. Alla richiesta italiana di invio di rinforzi nella penisola, i tedeschi oppongono un netto rifiuto (come si vedrà in seguito, dopo la destituzione di Mussolini la situazione muterà radicalmente). Nello stesso giorno dell’incontro di Feltre e nelle stesse ore del colloquio dei due dittatori, anche Roma è in prima linea. Alle ore 11 del 19 luglio i romani odono il suono sinistro delle sirene dall’arme che ancora non ha la capacità di terrorizzare la popolazione che continua a girare per le strade. Quel giorno bombe dolorose da 250 kilogrammi sono sganciate su Roma dalle fortezze volanti B17 americane partite dalle basi del Nord Africa.

 

Gli Alleati sin dal primo giorno di guerra avevano rispettato la Città Eterna, mentre ora sono colpiti i quartieri popolari di San Lorenzo, Tiburtino e Prenestino. Migliaia di vittime rimarranno sotto le macerie, anche a causa della lentezza dei soccorsi e della penuria di mezzi. I sopravvissuti scavano con affanno lottando contro il tempo nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Il re verso le 15 si reca a visitare le località colpite, ma viene fortemente contestato ed è costretto dalla scorta a tornare nella sua dimora, Mussolini rientrato a Roma preferisce starne lontano. Verso le 17 Pio XII si reca a San Lorenzo, e la popolazione si raccoglie intorno a lui, forse perché lo riconosce interlocutore non responsabile.

 

Il 24 luglio, non è passata nemmeno una settimana dal terribile bombardamento e poche settimane dallo sbarco degli Alleati i Sicilia, è convocato il Gran Consiglio del Fascismo sotto la spinta delle sconfitte militari e del malcontento dei gerarchi vicino a casa Savoia ( tra cui quattro gerarchi insigniti del Collare dell’Annunziata “cugini del re”). La seduta si protrae per tutta la notte, e dopo un dibattito convulso Mussolini è messo in minoranza con 19 voti a favore, 1 astenuto e 8 contrari. L’O.D.G. presentato da Dino Grandi restituisce le prerogative costituzionali al re.

 

Il giorno successivo Mussolini si reca a Villa Savoia per riferire al re che alla fine colloquio lo fa arrestare dai carabinieri e viene portato via su una autoambulanza. In realtà la monarchia, l’esercito e la borghesia si disfano del fascismo, sia pure a causa della collera popolare, nella speranza però di conservare lo stato autoritario. Vittorio Emanuele III nomina il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio nuovo capo del Governo. Le manifestazioni di giubilo alla notizia della caduta del regime si trasformano in conflitti sanguinosi, contro ogni aspettativa popolare.

 

Nei primi cinque giorni successivi alla caduta di Mussolini, si contano 83 morti 308 feriti e 1500 arresti in tutta Italia. Nel primo proclama alla Nazione il maresciallo Badoglio annuncia esplicitamente che «la guerra continua a fianco dell’alleato germanico», ma nei quarantacinque giorni del Governo non sono neppure abolite le leggi razziali emanate nel 1938. Gli italiani interpretano la esautorazione del dittatore come la fine della guerra, ma il comune obiettivo del colpo di stato del Gran Consiglio nonché la decisione del re di far rassegnare le dimissioni a Mussolini è quello di mantenere uno stato autoritario e di far uscire l’Italia dalla guerra. Il governo militare guidato da Badoglio ora deve optare fra tre soluzioni.

 

La prima opzione è quella di denunciare la fine dell’alleanza con la Germania e attuare immediatamente un capovolgimento di fronte ponendosi a fianco degli angloamericani: soluzione presentata da Dino Grandi, ma scartata, non solo perché avrebbe provocato una reazione dei tedeschi senza l’aiuto delle forze alleate, ma anche perché avrebbe significato una rottura con il passato, di cui il re Badoglio si erano resi corresponsabili. La seconda opzione è quella di non rompere l’alleanza con la Germania e tentare di convincere i tedeschi a non essere contrari a una pace separata tra l’Italia e gli Alleati. La terza soluzione è fingere di continuare la guerra a fianco della Germania e nel frattempo iniziare le trattative con gli angloamericani.

 

Scartata la proposta di Grandi per motivi già citati, non sono prese in considerazione nemmeno le altre due possibilità. Si decide di perseguirle entrambi contemporaneamente. Il tentativo di far accettare ai tedeschi il ritiro dell’Italia dal conflitto, in cambio della neutralità e di un graduale passaggio alle forze del Reich del fronte nell’area balcanica, Grecia e isole dell’Egeo, ha un esito negativo in quanto Hitler non aveva intenzione di perdere l’Italia e voleva far pagare agli italiani il prezzo del tradimento. Questa irremovibile indisponibilità tedesca fa decidere al nuovo governo di prendere contatti con gli inglesi.

 

Nello stesso tempo si teme un colpo di stato dei fascisti che però non si verifica. Gli avvenimenti del 25 luglio palesano le convinzioni di Hitler di un imminente cedimento dell’Italia e di una pace separata con le potenze alleate. Già da tempo i tedeschi avevano assunto la direzione strategica della guerra nel Mediterraneo dando una marcata dimostrazione di curare prevalentemente gli interessi della Germania. Nella primavera del ’43 Hitler aveva deciso che, in caso di necessità, sarebbero state le truppe tedesche a difendere le posizioni italiane. Con la perdita della Tunisia, l’Alto Comando tedesco inizia a elaborare un piano di difesa dei Balcani e dell’Italia da adottare in caso di crollo o di un armistizio con gli angloamericani.

 

Lo stato di debolezza, la demotivazione e demoralizzazione rendevano evidente l’incapacità di resistere a lungo. I tedeschi non possono permettersi la perdita dell’Italia settentrionale e soprattutto le risorse agricole industriali della valle del Po. Il Führer ordina a Rommel di elaborare un piano per l’occupazione e la difesa dell’Italia; in caso di capitolazione il feldmaresciallo si rende immediatamente conto che senza l’esercito italiano non può tenere l’intera penisola. Quindi, modifica il piano, e ritiene più sensato ritirare le truppe dal meridione e approntare una difesa solo fino agli Appennini.

 

Con la destituzione di Mussolini, Hitler e i suoi gerarchi si rendono conto che è intaccato il prestigio e l’autorevolezza e si teme la defezione degli stati satelliti alleati. Mentre nell’incontro di Feltre viene negata la possibilità di invio di truppe in Italia, alla notizia che il dittatore italiano è stato esautorato, le truppe tedesche iniziano a penetrare nel territorio italiano e a occupare le posizioni strategiche nell’Italia settentrionale interponendosi tra le truppe italiane. Il 26 luglio le truppe italiane di occupazione nei Balcani e della Grecia passano sotto il comando tedesco che stanzia i suoi reparti tra le truppe italiane con l’intento di rendere difficile lo svincolamento dal controllo tedesco al momento della proclamazione dell’armistizio.

 

I comandi germanici non perdono tempo. Il primo agosto mettono a punto il piano definitivo di occupazione del Paese (nome in codice operazione (Achse), nuova versione del piano (Alarico) essa prevede l’occupazione del territorio italiano e il disarmo delle sue Forze Armate, l’altro piano è l’Operazione Schwartz, che prevede l’intervento a sorpresa a Roma per catturare i governanti italiani e la cattura del re Vittorio Emanuele III, e del maresciallo Badoglio sostituendolo con un governo fascista.

 

La tensione e la diffidenza dei tedeschi è manifesta nei due incontri, che si svolgono a Tarvisio il 6 agosto e a Bologna il 15 successivo, per definire i piani strategici in vista di una nuova offensiva alleata. Nell’incontro di Tarvisio il Ministro degli Esteri Ribbentrop con fare aggressivo chiede al suo collega italiano Guariglia se non vi fossero state “trattative dirette con elementi inglesi o americani”. A quell’incontro partecipa anche il C.S.M.G. Ambrosio che protesta per l’afflusso di truppe tedesche nella penisola senza consultare il Comando supremo italiano visto che l’iniziativa ha violato la sovranità italiana. Ma l’alleato germanico non intende dare spiegazioni sui movimenti di truppe e per quanto riguarda la richiesta delle autorità italiane di richiamare in patria le armate dalla Francia meridionale e di ridurre i contingenti nei Balcani, non può essere ascoltata e la questione deve essere sottoposta a Hitler.

 

Dopo la conferenza di Tarvisio, il generale Ambrosio non ha più dubbi e prende la decisione di inviare il generale Castellano suo collaboratore di fiducia, in missione presso gli Alleati. L’evidente ostilità dei tedeschi nel successivo incontro di Bologna convincono il C.S.M.E. generale Roatta delle intenzioni offensive dei tedeschi, prese precedentemente, alle decisioni italiane di arrendersi. Come ha scritto Roatta «vi fu una priorità dell’aggressione germanica». Il re e Badoglio non si rendono conto della gravità della situazione in quanto sono più preoccupati del loro destino personale che di quelli del Paese, mettendo in secondo piano le misure necessarie da prendere al momento dell’annuncio dell’armistizio per non dare ai tedeschi il pretesto di un colpo di stato.

 

Per tutto il mese di agosto, i comandi militari, in attesa di un armistizio si orientano a continuare la guerra a fianco dell’alleato germanico, nel frattempo il comando italiano mette in atto una serie di misure per fronteggiare una eventuale aggressione tedesca. La prima di queste direttive è l’ordine 111CT (contro i tedeschi) trasmesso dallo S.M.G.E. a tutti i comandi tra il 10 e 15 agosto. Alla fine di agosto Ambrosio impartisce la disposizione allo Stato Maggiore dell’esercito di preparare la “memoria O.P.44” che è un ampliamento del foglio 111C.T. che viene recapitata soltanto tra il 2 e il 5 settembre ai comandi che dipendono dallo Stato maggiore dell’esercito, cioè alle truppe stanziate su il territorio nazionale, ma non a quelle dipendenti dallo Stato Maggiore generale che comprendono il gruppo armate est, l’undicesima armata in Grecia e il comando forze armate Egeo.

 

Viene presa la decisione di non informarle fino all’annuncio dell’armistizio in quanto sono a stretto contatto con le truppe tedesche e, legate a loro per ragioni logistiche, difficilmente possono mantenere segrete le disposizioni. Sono tenuti all’oscuro anche i capi di Stato Maggiore di Marina e Aviazione. L’ordine è segretissimo, tanto che la sigla O.P. con cui viene denominato, sta a significare “Ordine Pubblico” per non generare sospetti nei tedeschi. Il documento è redatto in sole dodici copie per il timore che cada in mano ai tedeschi. L’originale è firmato, gli altri esemplari sono muniti di bollo ufficiale e diramati ai comandanti della difesa territoriale. I due documenti hanno un carattere prettamente difensivo nei confronti di una possibile aggressione tedesca senza fare allusioni a una prossima resa delle forze “non nazionali o di comunisti”.

 

Dopo la lettura del documento l’ordine è di distruggerlo, l’originale viene bruciato. Tali direttive devono essere eseguite per ordine dello Stato Maggiore, due divisioni alpine sono inviate in Alto Adige a protezione della regione, il presidio di La Spezia viene rafforzato dove si trova gran parte della flotta italiana. Soltanto dopo il convegno di Bologna (Casalecchio) il Comando supremo ha l’autorizzazione di ritirare parte delle truppe nei Balcani, ma per le difficoltà delle comunicazioni, il rientro in madrepatria è appena avviato quando viene annunciato l’armistizio.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]