4 LUGLIO 1776
LA “DICHIARAZIONE” CHE CREÒ GLI
STATI UNITI D'AMERICA
di Francesco Biscardi
La Dichiarazione d’indipendenza
americana è uno dei documenti più
significativi della storia tardo
settecentesca, tanto che ancora
oggi, a 250 anni di distanza, se ne
ribadisce il ruolo fondativo dei
nascenti Stati Uniti e il suo
retaggio universalistico in tema di
diritti umani. Figlia
dell’Illuminismo, impensabile senza
i princìpi del giusnaturalismo,
senza il contributo fornito dal
costituzionalismo di Montesquieu,
senza la difesa voltairiana dei
diritti individuali, senza la
concezione lockiana della proprietà
e, infine, senza i concetti
rousseauiani di sovranità popolare e
di volontà generale, essa assurse a
paradigmatica fonte di riferimento
per tutti i successivi movimenti e
regimi liberali, repubblicani e
democratici del mondo contemporaneo.
Innanzitutto, è opportuno fare
qualche riferimento alla società e
al contesto storico di genesi del
documento. Gli inglesi avevano
cominciato a stabilirsi nel
continente nordamericano, dopo
alcuni tentativi infruttuosi, agli
inizi del XVII secolo, fondando a
Jamestown, il 14 maggio 1607,
nell’area di Chesapeake Bay, la
prima colonia. Molti dei primi
settlers fuggivano dal clima di
intolleranza religiosa che dominava
nell’Inghilterra secentesca, scissa
tra “riformati” e “papisti” dai
tempi della Riforma di Enrico VIII
(1534).
Inizialmente la vita dei coloni fu
dura, contrassegnata da alti tassi
di mortalità, causata in larga parte
da malattie e conflitti con i
nativi. Tuttavia, gli insediamenti
sopravvissero, grazie soprattutto
alla produzione e al commercio di
tabacco, mentre la popolazione
crebbe, giovandosi dell’arrivo di
nuovi immigrati e di schiavi, tanto
che alla vigilia della rivoluzione
si arrivò a circa 2.500.000
abitanti.
Lo sviluppo di quelle che divennero
le celebri tredici colonie fu
intenso sia sotto il profilo
politico ed economico, sia culturale
e sociale. In primis, a livello
amministrativo, al Governatore —
titolare dell’Esecutivo e
compartecipe del Legislativo — e al
Consiglio provinciale, perlopiù di
nomina regia, erano affiancate
assemblee elettive al vertice del
Legislativo e con il compito di
controllare le finanze; questi
organismi producevano una sorta di
dualismo di potere fra istituzioni
della Corona e istituzioni di
rappresentanza locale. Tuttavia, la
vita dei coloni era piuttosto libera
e l’autorità della madrepatria
inglese non si rivelava oppressiva,
al punto che gli americani erano
orgogliosi di sentirsi sudditi di
Londra. Del resto l’Impero
britannico non possedeva un nucleo
centrale paragonabile alla
Casa de Contratación o al
Consejo de las Indias iberici;
un organismo affine era il
Board of Trade, che aveva però
perlopiù funzioni consultive e
competenze generiche, non essendo
predisposto a taglieggiare le
colonie di esosi tributi.
Questo clima di sostanziale quieto
vivere trovava ulteriore estensione
in una società che aveva conosciuto
un notevole progresso in termini di
istruzione e acculturazione:
l’Illuminismo e alcune ideologie
come il repubblicanesimo avevano
trovato un fertile bacino di
accoglienza, favorendo l’elevazione
civile e intellettuale di un gran
numero di cittadini. Inoltre,
caratteristica eccezionale delle
tredici colonie era l’esistenza di
un embrionale egualitarismo che in
Europa appariva come un’utopia: non
vi era una classe nobiliare così
come intesa nel Vecchio Continente
(di antico lignaggio e godente di
diritti e privilegi esclusivi)
perché i nobili “di sangue” non
avevano messo piede in una società
mancante di una struttura
centralizzata, basata sul duro
lavoro dei coloni e priva di una
specifica legislazione atta a
favorire un particolare ceto.
Questa assenza di nobiltà,
unitamente all’idea di sentirsi
parte di una civiltà più giusta e
meritocratica rispetto a quella
europea, contribuì a rafforzare tre
componenti ideologiche presso la
società americana: la prima era il
sentirsi membri di una sorta di
“Terra Promessa” (concezione erede
della teologia dei “Padri
Pellegrini”, ossia dei coloni
fondatori puritani); la seconda,
strettamente connessa alla
precedente, era l’idea di essere
compartecipi del “destino manifesto”
di ergersi a terra di uguaglianza e
mutuo rispetto; la terza, infine,
era la concezione antitirannica di
matrice illuminista, secondo cui il
compito dei sovrani e dei governanti
era quello di realizzare il
benessere e la felicità del popolo.
Sotto il profilo prettamente
economico-finanziario le tredici
colonie, seppur differenziate al
loro interno, erano fondate su un
sistema di produzione locale e di
esportazione sia verso la
madrepatria sia verso altri Paesi,
grazie alla “salutare negligenza”
concessa dalla Corona. Anche in
questo campo le diversità rispetto
alla società europea erano notevoli:
la rivoluzione finanziaria e
commerciale che stava iniziando a
rinnovare, ad esempio, la società
inglese, in America tardava a
germogliare. Prima del 1750, non a
caso, le colonie, fatta in parte
eccezione per quelle del Nord,
avevano economie poco sviluppate,
incentrate prevalentemente su
un’agricoltura a scala ridotta o
sulla produzione di derrate
destinate al più esteso mondo
atlantico. In più esse non avevano
ancora una Borsa o un istituto
creditizio come la Banca
d’Inghilterra, così come grandi
società commerciali, centri
finanziari o un sistema di banconote
paragonabile a quello della
madrepatria.
La situazione dei coloni cominciò a
cambiare con la guerra dei Sette
anni (1756-1763), che prosciugò le
finanze dell’Inghilterra (uscitane
comunque vittoriosa). La politica
verso le terre americane cambiò: a
partire dal
Revenue Act (1764) e dallo
Stamp Act (1765), una serie di
decreti, misure restrittive e
incrementi della tassazione inasprì
i rapporti fra colonie e
madrepatria, fino alla ribellione,
il cui atto inaugurale viene
riconosciuto nel
Boston Tea Party del 1773,
prodromo della successiva guerra
rivoluzionaria.
Tralasciando gli accadimenti
prebellici e le ostilità che
contrassegnarono il conflitto
(1775-1783), è qui opportuno
soffermarci sulla Dichiarazione
d’indipendenza del 4 luglio 1776,
stesa da Thomas Jefferson con la
revisione di Benjamin Franklin, John
Adams, Robert R. Livingston e Roger
Sherman (i cosiddetti “Padri
Fondatori”) e approvata dal
Congresso delle colonie riunitosi a
Filadelfia. Il documento, come detto
in apertura, si rifaceva al pensiero
di Locke, all’ideologia
giusnaturalistica e, in generale,
alle più celebri concezioni
illuministe, riprendendo gli atti
d’accusa verso le azioni liberticide
del re inglese Giorgio III già
esposti da Thomas Paine
nell’importante libello
Common Sense, pubblicato nel
gennaio dello stesso anno.
La Dichiarazione proclamava una
serie di princìpi generali sulle
origini, i compiti e i limiti di un
governo libero, aprendosi, dopo un
preambolo, con la celebre asserzione
“all men are created equal”. La
fedeltà alla Corona, che fino a poco
tempo prima sembrava fuori
discussione, lasciava il posto a una
pesante requisitoria contro il re
inglese, mentre si ribadiva la
centralità dei diritti inalienabili
che la natura ha concesso all’uomo:
vita, libertà e ricerca della
felicità. Si proclamava altresì la
liceità della resistenza alla
tirannia di regimi dispotici e il
pieno diritto delle colonie a
rendersi indipendenti.
La grandezza della Dichiarazione
risiede nella capacità di aver
concretizzato quelle idee di
libertà, eguaglianza e giustizia
garantite da Dio come “naturali” per
l’uomo che, in Europa, gli
illuministi avevano teorizzato senza
riuscire a darne seguito pratico,
nemmeno attraverso la loro
collaborazione con i sovrani delle
principali monarchie settecentesche
(il cosiddetto “dispotismo
illuminato”).
In realtà la Dichiarazione
d’indipendenza, oggi considerata
come un atto fondante la cui
ricorrenza viene ampiamente
festeggiata in tutti gli Stati Uniti
(in particolare quest’anno in
occasione del duecentesimo
cinquantenario), all’epoca dei fatti
non fu rivestita di questa aura di
sacralità. Questo perché,
innanzitutto, si era già tenuto un
Congresso a Filadelfia il 10 maggio
1775 che aveva redatto una prima
dichiarazione in cui non si
proclamava l’indipendenza, ma ci si
limitava a giustificare la decisione
di reagire con le armi alle azioni
repressive dell’esercito inglese al
fine, sostanzialmente, di tornare
allo
status quo ante rispetto alla
ribellione. Inoltre, nel luglio
1776, la guerra era pienamente in
corso e gli inglesi, malgrado alcune
azioni non brillanti nella Carolina
del Sud e in Canada, apparivano in
una posizione vantaggiosa. Infine,
non pochi diffidavano ancora
dell'indipendenza (l’aggettivo
unanimus, non a caso, sarà
inserito nella titolazione solo
successivamente): sia moderati come
John Dickinson sia rappresentanze
delle colonie come quella di New
York si assentarono, tentarono di
posticipare la votazione o si
astennero, mentre molti coloni si
schierarono con la madrepatria,
rendendo il conflitto anche una
guerra civile.
Grande fu comunque l’efficacia
propagandistica del documento, forte
della sua triplice valenza di
proclamazione di diritti naturali,
enunciazione dei fini generali del
governo e atto d’accusa verso il re.
Certo, se analizzata con le nostre
categorie di giudizio, la
Dichiarazione mostra limiti
evidenti: in primis, la locuzione
“tutti gli uomini” va intesa alla
lettera, nel significato di “genere
maschile”, in quanto alle donne non
erano riconosciuti diritti. Per di
più, a “uomini” sarebbe forse stato
opportuno aggiungere “bianchi”,
visto che i neri e i nativi
americani ne erano parimenti
esclusi. Infine, anche la locuzione
“sono creati uguali” risulta più
allusiva al fatto che il processo
biologico che porta alla nascita è
lo stesso per tutti, piuttosto che a
un’uguaglianza sociale assoluta.
Tuttavia, la storia e il progresso
sono complessi; pertanto, al di là
dei limiti, è doveroso riconoscere
alla Dichiarazione d’indipendenza un
valore storico universale, poiché fu
antesignana e fonte di ispirazione
di tutte le costituzioni e
dichiarazioni stese dalla
Rivoluzione francese agli Stati
liberal-democratici
otto-novecenteschi, finanche a
quelle degli organismi
sovranazionali. In definitiva,
appare condivisibile sposare il
lucido giudizio di John Adams, che
vide nel documento il segno di una
“possente rivoluzione” e
dell’avvento di una “epoca
memorabile nella storia d’America”
e, si potrebbe aggiungere, del mondo
intero.
Riferimenti bibliografici:
Abbattista G.,
La Rivoluzione americana,
Laterza, Roma-Bari, 2021.
Beccaro A.,
Le guerre degli Stati Uniti
d’America,
Newton Compton Editore, Roma, 2022.
Borgognone G.,
Storia degli Stati Uniti,
Feltrinelli, Bergamo, 2016.
Testi A.,
La formazione degli Stati Uniti,
Il Mulino, Bologna, 2003.
Wood G. S.,
The Radicalism of the American
Revolution, Vintage Books, New
York, 1993.