[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


moderna

4 LUGLIO 1776
LA “DICHIARAZIONE” CHE CREÒ GLI STATI UNITI D'AMERICA

di Francesco Biscardi

 

La Dichiarazione d’indipendenza americana è uno dei documenti più significativi della storia tardo settecentesca, tanto che ancora oggi, a 250 anni di distanza, se ne ribadisce il ruolo fondativo dei nascenti Stati Uniti e il suo retaggio universalistico in tema di diritti umani. Figlia dell’Illuminismo, impensabile senza i princìpi del giusnaturalismo, senza il contributo fornito dal costituzionalismo di Montesquieu, senza la difesa voltairiana dei diritti individuali, senza la concezione lockiana della proprietà e, infine, senza i concetti rousseauiani di sovranità popolare e di volontà generale, essa assurse a paradigmatica fonte di riferimento per tutti i successivi movimenti e regimi liberali, repubblicani e democratici del mondo contemporaneo.

Innanzitutto, è opportuno fare qualche riferimento alla società e al contesto storico di genesi del documento. Gli inglesi avevano cominciato a stabilirsi nel continente nordamericano, dopo alcuni tentativi infruttuosi, agli inizi del XVII secolo, fondando a Jamestown, il 14 maggio 1607, nell’area di Chesapeake Bay, la prima colonia. Molti dei primi settlers fuggivano dal clima di intolleranza religiosa che dominava nell’Inghilterra secentesca, scissa tra “riformati” e “papisti” dai tempi della Riforma di Enrico VIII (1534).

 

Inizialmente la vita dei coloni fu dura, contrassegnata da alti tassi di mortalità, causata in larga parte da malattie e conflitti con i nativi. Tuttavia, gli insediamenti sopravvissero, grazie soprattutto alla produzione e al commercio di tabacco, mentre la popolazione crebbe, giovandosi dell’arrivo di nuovi immigrati e di schiavi, tanto che alla vigilia della rivoluzione si arrivò a circa 2.500.000 abitanti.

 

Lo sviluppo di quelle che divennero le celebri tredici colonie fu intenso sia sotto il profilo politico ed economico, sia culturale e sociale. In primis, a livello amministrativo, al Governatore — titolare dell’Esecutivo e compartecipe del Legislativo — e al Consiglio provinciale, perlopiù di nomina regia, erano affiancate assemblee elettive al vertice del Legislativo e con il compito di controllare le finanze; questi organismi producevano una sorta di dualismo di potere fra istituzioni della Corona e istituzioni di rappresentanza locale. Tuttavia, la vita dei coloni era piuttosto libera e l’autorità della madrepatria inglese non si rivelava oppressiva, al punto che gli americani erano orgogliosi di sentirsi sudditi di Londra. Del resto l’Impero britannico non possedeva un nucleo centrale paragonabile alla Casa de Contratación o al Consejo de las Indias iberici; un organismo affine era il Board of Trade, che aveva però perlopiù funzioni consultive e competenze generiche, non essendo predisposto a taglieggiare le colonie di esosi tributi.

 

Questo clima di sostanziale quieto vivere trovava ulteriore estensione in una società che aveva conosciuto un notevole progresso in termini di istruzione e acculturazione: l’Illuminismo e alcune ideologie come il repubblicanesimo avevano trovato un fertile bacino di accoglienza, favorendo l’elevazione civile e intellettuale di un gran numero di cittadini. Inoltre, caratteristica eccezionale delle tredici colonie era l’esistenza di un embrionale egualitarismo che in Europa appariva come un’utopia: non vi era una classe nobiliare così come intesa nel Vecchio Continente (di antico lignaggio e godente di diritti e privilegi esclusivi) perché i nobili “di sangue” non avevano messo piede in una società mancante di una struttura centralizzata, basata sul duro lavoro dei coloni e priva di una specifica legislazione atta a favorire un particolare ceto.

 

Questa assenza di nobiltà, unitamente all’idea di sentirsi parte di una civiltà più giusta e meritocratica rispetto a quella europea, contribuì a rafforzare tre componenti ideologiche presso la società americana: la prima era il sentirsi membri di una sorta di “Terra Promessa” (concezione erede della teologia dei “Padri Pellegrini”, ossia dei coloni fondatori puritani); la seconda, strettamente connessa alla precedente, era l’idea di essere compartecipi del “destino manifesto” di ergersi a terra di uguaglianza e mutuo rispetto; la terza, infine, era la concezione antitirannica di matrice illuminista, secondo cui il compito dei sovrani e dei governanti era quello di realizzare il benessere e la felicità del popolo.

 

Sotto il profilo prettamente economico-finanziario le tredici colonie, seppur differenziate al loro interno, erano fondate su un sistema di produzione locale e di esportazione sia verso la madrepatria sia verso altri Paesi, grazie alla “salutare negligenza” concessa dalla Corona. Anche in questo campo le diversità rispetto alla società europea erano notevoli: la rivoluzione finanziaria e commerciale che stava iniziando a rinnovare, ad esempio, la società inglese, in America tardava a germogliare. Prima del 1750, non a caso, le colonie, fatta in parte eccezione per quelle del Nord, avevano economie poco sviluppate, incentrate prevalentemente su un’agricoltura a scala ridotta o sulla produzione di derrate destinate al più esteso mondo atlantico. In più esse non avevano ancora una Borsa o un istituto creditizio come la Banca d’Inghilterra, così come grandi società commerciali, centri finanziari o un sistema di banconote paragonabile a quello della madrepatria.

 

La situazione dei coloni cominciò a cambiare con la guerra dei Sette anni (1756-1763), che prosciugò le finanze dell’Inghilterra (uscitane comunque vittoriosa). La politica verso le terre americane cambiò: a partire dal Revenue Act (1764) e dallo Stamp Act (1765), una serie di decreti, misure restrittive e incrementi della tassazione inasprì i rapporti fra colonie e madrepatria, fino alla ribellione, il cui atto inaugurale viene riconosciuto nel Boston Tea Party del 1773, prodromo della successiva guerra rivoluzionaria.

 

Tralasciando gli accadimenti prebellici e le ostilità che contrassegnarono il conflitto (1775-1783), è qui opportuno soffermarci sulla Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776, stesa da Thomas Jefferson con la revisione di Benjamin Franklin, John Adams, Robert R. Livingston e Roger Sherman (i cosiddetti “Padri Fondatori”) e approvata dal Congresso delle colonie riunitosi a Filadelfia. Il documento, come detto in apertura, si rifaceva al pensiero di Locke, all’ideologia giusnaturalistica e, in generale, alle più celebri concezioni illuministe, riprendendo gli atti d’accusa verso le azioni liberticide del re inglese Giorgio III già esposti da Thomas Paine nell’importante libello Common Sense, pubblicato nel gennaio dello stesso anno.

 

La Dichiarazione proclamava una serie di princìpi generali sulle origini, i compiti e i limiti di un governo libero, aprendosi, dopo un preambolo, con la celebre asserzione “all men are created equal”. La fedeltà alla Corona, che fino a poco tempo prima sembrava fuori discussione, lasciava il posto a una pesante requisitoria contro il re inglese, mentre si ribadiva la centralità dei diritti inalienabili che la natura ha concesso all’uomo: vita, libertà e ricerca della felicità. Si proclamava altresì la liceità della resistenza alla tirannia di regimi dispotici e il pieno diritto delle colonie a rendersi indipendenti.

 

La grandezza della Dichiarazione risiede nella capacità di aver concretizzato quelle idee di libertà, eguaglianza e giustizia garantite da Dio come “naturali” per l’uomo che, in Europa, gli illuministi avevano teorizzato senza riuscire a darne seguito pratico, nemmeno attraverso la loro collaborazione con i sovrani delle principali monarchie settecentesche (il cosiddetto “dispotismo illuminato”).

 

In realtà la Dichiarazione d’indipendenza, oggi considerata come un atto fondante la cui ricorrenza viene ampiamente festeggiata in tutti gli Stati Uniti (in particolare quest’anno in occasione del duecentesimo cinquantenario), all’epoca dei fatti non fu rivestita di questa aura di sacralità. Questo perché, innanzitutto, si era già tenuto un Congresso a Filadelfia il 10 maggio 1775 che aveva redatto una prima dichiarazione in cui non si proclamava l’indipendenza, ma ci si limitava a giustificare la decisione di reagire con le armi alle azioni repressive dell’esercito inglese al fine, sostanzialmente, di tornare allo status quo ante rispetto alla ribellione. Inoltre, nel luglio 1776, la guerra era pienamente in corso e gli inglesi, malgrado alcune azioni non brillanti nella Carolina del Sud e in Canada, apparivano in una posizione vantaggiosa. Infine, non pochi diffidavano ancora dell'indipendenza (l’aggettivo unanimus, non a caso, sarà inserito nella titolazione solo successivamente): sia moderati come John Dickinson sia rappresentanze delle colonie come quella di New York si assentarono, tentarono di posticipare la votazione o si astennero, mentre molti coloni si schierarono con la madrepatria, rendendo il conflitto anche una guerra civile.

 

Grande fu comunque l’efficacia propagandistica del documento, forte della sua triplice valenza di proclamazione di diritti naturali, enunciazione dei fini generali del governo e atto d’accusa verso il re. Certo, se analizzata con le nostre categorie di giudizio, la Dichiarazione mostra limiti evidenti: in primis, la locuzione “tutti gli uomini” va intesa alla lettera, nel significato di “genere maschile”, in quanto alle donne non erano riconosciuti diritti. Per di più, a “uomini” sarebbe forse stato opportuno aggiungere “bianchi”, visto che i neri e i nativi americani ne erano parimenti esclusi. Infine, anche la locuzione “sono creati uguali” risulta più allusiva al fatto che il processo biologico che porta alla nascita è lo stesso per tutti, piuttosto che a un’uguaglianza sociale assoluta.

 

Tuttavia, la storia e il progresso sono complessi; pertanto, al di là dei limiti, è doveroso riconoscere alla Dichiarazione d’indipendenza un valore storico universale, poiché fu antesignana e fonte di ispirazione di tutte le costituzioni e dichiarazioni stese dalla Rivoluzione francese agli Stati liberal-democratici otto-novecenteschi, finanche a quelle degli organismi sovranazionali. In definitiva, appare condivisibile sposare il lucido giudizio di John Adams, che vide nel documento il segno di una “possente rivoluzione” e dell’avvento di una “epoca memorabile nella storia d’America” e, si potrebbe aggiungere, del mondo intero.

 

Riferimenti bibliografici:

 

Abbattista G., La Rivoluzione americana, Laterza, Roma-Bari, 2021.

Beccaro A., Le guerre degli Stati Uniti d’America, Newton Compton Editore, Roma, 2022.

Borgognone G., Storia degli Stati Uniti, Feltrinelli, Bergamo, 2016.

Testi A., La formazione degli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna, 2003.

Wood G. S., The Radicalism of the American Revolution, Vintage Books, New York, 1993.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]