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N. 112 - Aprile 2017 (CXLIII)

Dai luoghi comuni ai luoghi sepolti dell’archeologia
Intervista all’archeologo Giovanni Borriello – Parte I

di Chiara Tangredi

 

Classe 1986. Se molti ricorderanno gli anni Ottanta per Cindy Lauper e Joe Cocker, a lui sono rimasti i giochi della Playmobil. Si è ancora lontani dalle ricostruzioni storiche. Sebbene non dispiace immaginare che in quei giochi ci siano gli esordi della sua inclinazione: passando dal montare i pezzi al rimontare i cocci. Il Dottor Giovanni Borriello si occupa di archeologia. Ma sarebbe sbagliato chiamarlo diversamente da Gianni. Lui è Gianni per chiunque. Una specie di principio d’uguaglianza.

 

C’è una certa astuzia che gli riempie lo sguardo. Mi sembra chiaro adesso. L’archeologia il più delle volte è un malinteso. Non ci si rende conto davvero cosa si sta immaginando. Probabilmente la comprende solo chi la vive ogni giorno. Nella buona e nella cattiva sorte. Sicché una definizione è d’obbligo. L’archeologia è una scienza storica, luogo di indagine. Studia le società passate attraverso le loro testimonianze materiali: la cultura materiale nel suo complesso e le opere d’arte. Nessun oggetto ha dal principio ruolo di testimone. Ma è proprio la funzione di testimonianza a rendere gli oggetti di interesse archeologico. Perché “l’archeologia non diseppellisce cose, diseppellisce uomini e le loro civiltà” (M. Wheeler, 1954).

 

Siamo a Napoli. Gianni è appena uscito dal suo “ufficio”. Così definisce il cantiere a Piazza Municipio dove opera. Lo trovo assiso in panchina a Piazza Carità. È quasi un giorno primaverile. Lui più di me deve rendersene conto. Se la primavera è la stagione degli amori, per Gianni è il momento delle allergie. Sfuggiamo da un esterno movimentato, entrando in un bar. Ci sistemiamo nella saletta del tea. È nervoso. Controllato ma nervoso. Anche io lo sono. Il caffè che abbiamo preso non aiuta. Almeno me.

 

Salve Gianni.

Buonasera Chiara.

 

Sicché hai cominciato con lo scavare un buco nel giardino della nonna e da allora non hai più smesso. Insomma com’è andata?

 

È iniziato più o meno all’età di cinque, sei anni quando ho avuto il primo approccio col terreno, letteralmente giocando nel giardino della nonna. Mentre l’incontro con i resti archeologici è avvenuto a Pompei. Dove di solito, la Domenica, all’età di sette, otto anni, i miei genitori mi lasciavano “scorrazzare”. A questo modo c’è stato questo primo contatto con l’antico in genere e soprattutto con l’età romana che rappresenta da sempre il punto focale della mia formazione e la mia più grande passione. Proprio in quel momento è nato in me il desiderio di andare alla ricerca di qualcosa. E quel qualcosa era il passato! (Sorride).

 

Così nonostante tu sia un Gemelli, un segno d’aria, hai deciso di sporcarti con la terra. Qual è stato il tuo percorso di studi?

 

La mia formazione è un po’ trasversale. Ho frequentato un istituto tecnico commerciale. La maggior parte degli archeologi, normalmente, ha una preparazione classica. Io, invece, nasco come ragioniere. Quindi in me è forte questa tendenza a relazionarmi a un’idea di mondo globale in cui i rapporti commerciali svolgono un ruolo determinante. I commerci rappresentano l’elemento che più mi affascina, soprattutto nel mondo romano, cioè questa possibilità di avere degli interscambi forti, non solo intesi come interscambi di merci, ma come scambio di idee, di cultura in genere. Ho proseguito gli studi iscrivendomi a una laurea in archeologia classica all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale che, se vogliamo, è stato il trampolino di lancio nel mondo archeologico. In seguito all’esperienza triennale e magistrale all’Orientale ho conseguito una specializzazione in archeologia classica e romana all’Università La Sapienza di Roma. Adesso eccomi qui, sono rientrato in “patria” se così possiamo dire. Da due anni sono dottorando dell’Orientale, di nuovo al punto di inizio del mio percorso formativo.

 

Andrea Carandini sostiene che alla base del lavoro dell’archeologo ci siano due elementi irrazionali: l’istinto e la curiosità. Sei curioso, Gianni?

 

Estremamente! Penso sia fondamentale esserlo, non solo in archeologia, perché credo che la curiosità sia la base delle scoperte. È facile percorrere strade conosciute, anzi è quello che normalmente uno fa perché si sente più sicuro, però non è sbagliato ogni tanto spostarsi da questa linea nota per andare a vedere cosa cambia. Anche semplicemente guardando lo stesso elemento da una prospettiva diversa.

 

Lo ha detto Indiana Jones: “Se vuoi diventare un bravo archeologo, devi uscire da questa biblioteca!” Nella formazione di un archeologo è altrettanto importante frequentare i libri e i reperti, la biblioteca e il cantiere. Le università italiane sono spesso accusate di un approccio esclusivamente teorico. Questo vale anche per l’archeologia?

 

L’archeologia ha il pregio di essere una disciplina molto, molto pratica. Soprattutto negli ultimi anni si è incentivato un approccio di tipo manuale. Per quanto quello teorico resta imprescindibile. Accanto al lavoro sul campo, indispensabile per una comprensione delle attività archeologiche, non si può rinunciare a una conoscenza teorica quale base fondamentale e complessiva.

 

Gianni è uno studioso delle antichità classiche. Per archeologia classica si intende l’archeologia della cultura greca e romana. Lui è un romanista: al centro dei suoi interessi è l’antica Roma. In ambito accademico la distinzione tra grecisti e romanisti non è assolutamente un fatto privo di importanza. È lo stesso che tifare giallorosso durante una partita Lazio-Roma. C’è pure qualcosa nel suo aspetto, capelli neri, barba sul viso (dice di non raderla completamente da tempo), chiazza glabra sotto il mento, ampie spalle, petto robusto, struttura solida. Ricorda l’archetipo del legionario romano nell’immaginario collettivo. La “militari licentia” se c’è non l’espone. A essa sovrappone un’educata gentilezza.

 

Sei un romanista con un debole per Alessandro Magno. Cosa ti affascina di questo personaggio storico?

 

L’uscire dal proprio mondo conosciuto. La necessità di cercare luoghi nuovi, persone nuove, culture diverse. Alessandro Magno, per me, rappresenta l’emblema di tutto ciò. Quindi è ovvio che lo consideri una figura principale all’interno della storia in generale e nello specifico quella antica.

 

Prima esperienza di scavo: come la immaginavi? Com’è stata? Eri preparato?

 

Indubbiamente la prima esperienza di scavo rappresenta per molti archeologi, me compreso, un venire a contatto con una realtà piuttosto diversa da quella che normalmente uno immagina. Ciononostante questa non è meno interessante. Certo diversa dalla visione generale che si ha dell’archeologia, quindi molto avventurosa. Poi, in realtà, l’avventura c’è sempre. Anche se lo scavo viene fatto, diciamo, in situazioni controllate. L’avventura è l’elemento che condiziona e caratterizza la ricerca archeologica: proprio il cercare è l’avventura nello specifico. La mia prima esperienza è stata agli scavi di Cuma, nell’area delle mura settentrionali. È stata enormemente formativa. Innanzitutto perché era un’area chiave, scoprendolo molto dopo chiaramente, quando la mia preparazione è cresciuta. Inoltre mi sono trovato ad affrontare una situazione estremamente pratica in cui le mie conoscenze, all’epoca ancora molto ridotte, già entravano in gioco fortemente, quindi quell’interrelazione tra aspetti pratici e teorici di cui parlavamo prima era già ben presente. C’era sempre bisogno di un confronto con quello che avevi studiato per comprendere cosa stavi scavando.

 

Lo scavo archeologico, in passato, era orientato alla ricerca di sculture, vasi, elementi architettonici. Questi erano strappati ai loro contesti di ritrovamento e trasferiti nelle collezioni antiquarie, nei musei di antichità del mondo. Oggi lo scavo è sempre meno uno spazio da Far West. Si effettua per risolvere un problema e non per recuperare oggetti. Il metodo con cui viene condotto è quello stratigrafico derivato dalla geologia. La terra viene smontata strato per strato. Gli strati sono rimossi in senso inverso a quello di deposizione: prima gli strati più alti, di recente formazione, poi via via quelli successivi, più antichi nel tempo. Lo scavo si presenta come un luogo d’indagine pianificato perché strutturato con orari di cantiere, compiti definiti, fasi di attività. Le condizioni logistiche dipendono da caso e caso. Per la maggiore si è ospitati in alloggi semplici. In genere ci si disabitua a tutti i confort di casa. La giornata di lavoro inizia presto. Termina nel pomeriggio inoltrato. In genere con due pause: a metà mattina e a pranzo. Il cantiere è gestito da responsabili, punti di riferimento per studenti e quanti vi partecipano. Scavare comporta lunghe giornate di piccone, pala, svuotamento secchi e carriole. Ore trascorse in ginocchio a “troulare” con la trowel, la cazzuola inglese. È uno strumento utile a rimuovere il terreno in maniera più graduale e meno incisiva di quanto consenta il piccone, in modo da indagarlo più efficacemente. II più delle volte i reperti non sono eccezionali. Eppure uno scavo si presenta sempre come una scoperta. Non si sa precisamente in anticipo ciò che la terra può restituire. “Un archeologo non sa mai se trova ciò che cerca o se cerca ciò che trova” (H. Mankell).

 

L’archeologia è spesso definita come la scienza della pala e del piccone. L’attività di scavo, però, è solo una parte del lavoro dell’archeologo. Un’indagine archeologica si compone di diverse fasi: scavo stratigrafico, documentazione, pulizia e catalogazione dei reperti, interpretazione dei contesti e dei reperti. Tu sei responsabile della gestione del magazzino archeologico degli scavi dell’Orientale a Cuma. In cosa consiste il tuo lavoro?

 

Sostanzialmente consiste nel cercare di organizzare e di effettuare una prima classificazione di tutto il materiale che, anno per anno, viene messo in luce. Ciò vuol dire controllare e prendersi cura di quelli che sono i reperti in tutte le fasi: dal momento in cui emergono dal terreno, a seguire durante la fase di pulitura e di prima classificazione quindi di suddivisione macroscopica in periodi cronologici e classi di appartenenza intese come classi funzionali e produttive. È un momento fondamentale perché allo stesso tempo mi occupo anche della didattica, la formazione delle matricole o comunque di coloro che partecipano allo scavo. È un momento chiave perché lo scavo è recente e quindi si ha immediatamente la possibilità di rapportare i reperti al luogo dal quale provengono. Si iniziano a comprendere quali sono le problematiche che poi verranno esaminate nello specifico con analisi successive.

 

Non tutti i reperti sono musealizzati. La maggior parte viene documentata e conservata all’interno di magazzini. Qual è, invece, l’iter di conservazione dei ritrovamenti di una certa importanza?

 

In seguito a quella che è la prima fase di organizzazione e classificazione del materiale, si procede a uno studio più specifico, soprattutto di quei reperti che, chiaramente, meritano di essere analizzati, quelli che noi definiamo diagnostici o che comunque sono utili alla comprensione di problematiche produttive, commerciali o funzionali e in ogni caso sempre allo scopo di ricostruire i vari aspetti di quella che è la storia. Dunque sono presi in considerazione tutti i reperti, ma ci si concentra nello specifico su quelli che risultano essere più interessanti. In tal senso occorre operare scelte di carattere sintetico. Si procede alla creazione di un vero e proprio catalogo, quindi a uno studio analitico dei singoli individui, alla documentazione grafica e fotografica e a effettuare, laddove c’è necessità, restauri e integrazioni. Al che si procede alla musealizzazione.

 

Il tipo di reperti portato alla luce attraverso gli scavi è vario e dipende dal contesto che si sta indagando: ceramica, reperti osteologici, monete, oggetti in ferro o in bronzo, vetro... Gianni è un ceramologo, un esperto di ceramica. Siamo abituati a Indiana Jones in fuga da nazisti e da sovietici, alla scoperta di reperti straordinari. Le sfide di Gianni sono tutte qui, esposte sul tavolo: frammenti ceramici non leggendari da classificare. Eppure quando è a lavoro sembra di guardare John Henry Bonham suonare la batteria. Distingue i frammenti per classi con una velocità che quasi ti mette a disagio. La frase giusta è proprio quella di Jimi Hendrix a Bonham: “Ragazzo, le tue zampe sono più veloci di quelle di un coniglio!”

 

L’importanza della ceramica in archeologia

 

La ceramica ha un ruolo fondamentale. Ci dà tantissime informazioni, funzionando come un vero e proprio “oggetto parlante”. Innanzitutto è il reperto archeologico più frequente durante uno scavo. Oggetti in ceramica sono stati prodotti in grandi quantitativi durante tutte le epoche e si sono conservati in quantitativi altrettanto cospicui, sebbene di solito in frammenti. Diverse sono le informazioni che possiamo ricavare dallo studio di questi manufatti. La ceramica fornisce dati su quella che era la vita quotidiana, informando sugli usi del vivere. A ciò si aggiungono le informazioni di carattere produttivo e commerciale: è possibile riconoscere le aree di origine e di diffusione di questi prodotti, ricostruire le reti commerciali quindi gli scambi delle merci e i contatti culturali, fondamentali per la comprensione del mondo antico. Dall’aspetto economico è possibile passare all’aspetto puramente di gusto quindi alla circolazione di modelli. Ricavare, in questo modo, informazioni utili a definire il processo di acculturazione delle popolazioni, chiarendo come vengono a interagire i popoli conquistati con quelli che conquistano. E non ultima, è stata e rimane l’aspetto fondamentale, la funzione datante. In assoluto la ceramica rappresenta il marker cronologico di base sul quale si fondano ancora molte stratigrafie.

 

Oggetti rinvenuti all’interno di uno stesso strato si ritengono interrati più o meno contemporaneamente. Di conseguenza quelli databili sono indizi utili per la collocazione cronologica di tutti gli altri presenti nello strato. Tra le varie categorie di materiali la ceramica è lo strumento più importante per la datazione degli strati e dei siti. Essa, infatti, ha subito nel corso del tempo modifiche riconoscibili: cambiano le forme, le tecniche, il tipo di decorazione. Ciò ha permesso di elaborare una griglia cronologica delle differenti produzioni ceramiche succedutesi nelle diverse epoche.

 

In tempi recenti sono stati adottati in archeologia metodi di misurazione desunti dalle scienze naturali: il metodo del Carbonio 14, la termoluminescenza. Quanto è ancora rilevante affidarsi alla ceramica come elemento datante?

 

Entrambi gli elementi devono essere presi in considerazione: l’archeometria da un lato e gli studi classici di ceramologia dall’altro devono sempre andare a braccetto affinché si possano migliorare le datazioni.

 

In quasi tutte le epoche antiche è possibile distinguere tra una ceramica comune e una ceramica fine. Nella ceramica comune l’aspetto funzionale prevale su quello estetico. Si tratta di una produzione destinata a un uso quotidiano. Al contrario la ceramica fine è una produzione più raffinata. Queste categorie includono al loro interno classi differenti. La classe definisce un insieme di vasi prodotti con caratteristiche comuni. Gli elementi che concorrono a definire una classe sono diversi: proprietà tecniche e produttive, repertorio formale, decorazioni, contrassegni e bolli, distribuzione geografica.

 

Di quali classi ceramiche ti occupi?

 

Principalmente terra sigillata italica, ceramica a pareti sottili e l’iberica dipinta.

 

Di Alberto Angela, Gianni ha l’agilità linguistica e la capacità di comunicazione. Non è stato sempre così, ammette. Fatto sta che adesso salta da un argomento all’altro come la pallina del flipper. Così sotto la spinta di forze discorsive rimbalziamo a Cuma. Il geografo greco Strabone la riteneva la più antica fondazione greca d’Occidente. Posta sul litorale campano, di fronte all’isola di Ischia, nell’area vulcanica dei Campi Flegrei. Dal 1994 un nuovo programma di ricerca ha interessato l’area archeologica, coinvolte la Soprintendenza, le università napoletane e il Centro Jean Bérard. L’Università degli Studi di Napoli L’Orientale si è occupata di indagare il settore nord-occidentale. La missione, dal 1994 al 2006 diretta dall’etruscologo Bruno D’Agostino, è dal 2007 sotto la direzione del professore Matteo D’Acunto. Alle indagini cumane Gianni collabora da ben undici anni. È disponibile a spiegare se e come cambia il quadro relativo a Cuma a fronte delle nuove investigazioni.

 

Nel 2007 si è intrapreso lo scavo in estensione del quartiere abitativo compreso tra il Foro e le mura settentrionali. Obiettivo: ricostruire il sistema urbanistico di questo settore della città. La continuità abitativa ha reso possibile ricostruire le diverse fasi di occupazione. Potresti descriverne gli sviluppi: dalla fondazione alle ultime fasi di frequentazione?

 

Indubbiamente non è facile, visto l’arco cronologico ampio. Si parte da una fase protostorica, anteriore all’avvento della prima colonizzazione greca, con attestazioni soprattutto di necropoli, nella fase opicia sostanzialmente. La prima colonizzazione greca si colloca nella seconda metà dell’VIII sec. a.C. Nell’abitato sembra ci sia già una pianificazione di base impostata in contemporanea alla fondazione o immediatamente dopo, quindi già verso la fine dell’VIII e gli inizi del VII sec. a.C. In tutta la fase arcaica gli assi stradali così come le prime abitazioni sembrano già avere quella strutturazione che poi si conserverà anche nei secoli successivi, con le dovute modifiche. Su questo impianto, infatti, si strutturerà la fase sannitica e la fase romana che andranno sostanzialmente a ripercorrere i tracciati, ricalcandoli, già definiti nella fase più antica. Gli impianti di epoca romana sono quelli, chiaramente, più presenti. Per adesso è stato messo in luce questo grande isolato. Recentemente si suppone che il margine più settentrionale si vada a strutturare come fascia relativa alle aree produttive. Ovviamente questi sono elementi inziali. Solo nuove indagini potranno confermare o meno tali ipotesi. Infine c’è una fase tarda di IV-VI sec. d.C. che sembra essere molto limitata. Probabilmente già alla fine del VII sec. d.C. l’area viene dismessa. Comincia ad assumere quella connotazione agricola che mantiene tutt’oggi.

 

Nel 2008 presso le mura settentrionali, a ridosso dello stadio, è stato rinvenuto un deposito di materiali ceramici identificato come scarico di fornace. Marco Giglio ha dichiarato: “Il sogno di ogni archeologo delle ceramiche è trovare una discarica di questi materiali”. La scoperta consente, infatti, di riaprire la questione delle produzioni locali. Stiamo parlando di scarti di lavorazione. Puoi spiegarne l’importanza dal punto di vista archeologico e quali sono i dati emersi dallo scavo dello scarico?

 

Questo è uno di quei rari casi in cui un oggetto brutto, un oggetto che in sé non ha mantenuto quelli che sono gli standard per la vendita rappresenta un elemento molto più importante rispetto a un oggetto ben fatto. La presenza a Cuma di scarti (malcotti, rotti e quant’altro), oggetti che sostanzialmente non erano vendibili neanche a un prezzo più basso, perché ormai non più idonei alla funzione per la quale erano stati creati, per noi rappresenta un elemento fondamentale. Il grande quantitativo di questi scarti, parliamo di diversi chili e numerosissimi individui, ci dà, infatti, la possibilità di accertare e di collocare in ambito locale una serie di produzioni ceramiche. Allo stato attuale, come è già stato presentato in alcuni convegni, i materiali rinvenuti permettono di documentare una produzione locale sostanzialmente limitata a tre classi: la ceramica a vernice rossa interna, confermando il dato delle fonti letterarie che ne parlano chiaramente; le ceramiche comuni, nello specifico soprattutto tegami e piatti-coperchi; le pareti sottili che rappresentano la novità, fino a questo momento, infatti, non si parlava di una produzione di pareti sottili a Cuma, mentre adesso la presenza di questi scarti ne attesta la produzione.

 

Cuma, quindi, si inserisce tra i centri produttori di ceramica a pareti sottili insieme ad altri individuati in Campania come Benevento con il sito di contrada Cellarulo, Pompei e Allifae. Cosa puoi dirci della produzione cumana?

 

Indubbiamente è un qualcosa che sta emergendo soltanto di recente. La pubblicazione relativa a questa produzione è del 2016. Possiamo dire che dovevano esserci dei modelli che si possono definire “campani”. Ora sull’entità dei quali vanno fatti necessariamente degli studi. Però questo ci dà la misura di una coerenza regionale. La commercializzazione dei prodotti realizzati in Campania non era limitata solo a quest’area. Questi, infatti, avevano larga diffusione, erano esportati soprattutto verso il limes germanico e in Spagna. Così come per i prodotti anforici e per le produzioni di ceramica fine, che ebbero una discreta diffusione in questi ambiti, accade lo stesso anche per la ceramica comune e per le pareti sottili. Ovviamente solo procedendo a un’analisi puntuale di quelle che sono le attestazioni potremo avere un’idea precisa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo di questi marker commerciali.

 

È accertata anche in Campania la produzione di terra sigillata. Sono state individuate officine nella stessa Puteoli (Pozzuoli). In particolare l’officina di Naevius Hilarus: di cui una è sicuramente da localizzare a Puteoli, un’altra potrebbe essere localizzata a Cuma sulla base del ritrovamento di tre frammenti di matrici. Rimane in discussione il rapporto cronologico tra le due: se cioè l’officina cumana abbia preceduto oppure sia stata una succursale dell’impianto puteolano. Ti chiedo: fino a che punto è possibile parlare di sigillata cumana? Qual era il rapporto tra Puteoli e Cuma?

 

Chiaramente è estremamente difficile riuscire a distinguere i due gruppi dal punto di vista qualitativo. Le produzioni cumane e le produzioni puteolane quasi certamente facevano riferimento a uno stesso bacino di approvvigionamento per quanto riguarda le materie prime. Allo stato attuale non emergono, a parte le tre matrici, elementi a conferma di una produzione cumana. Pertanto rimane in dubbio la presenza di Nevio in ambito cumano. Tuttavia non è improbabile, in virtù di quella tradizione produttiva presente a Cuma, immaginare una Cuma quale centro produttivo non secondario di sigillata, e perché no, come immagina il professore Gianluca Soricelli, pensare alla creazione di un’officina prima a Cuma e poi successivamente a Puteoli. Rimane un’ipotesi plausibile, per quanto al momento non verificabile. Ciononostante quello che si evidenzia è che nel momento in cui, in epoca romana, Puteoli diviene un centro fondamentale dal punto di vista commerciale, Cuma deve aver avuto un ruolo determinante. Magari non più come città con la quale direttamente si avevano questi rapporti commerciali, ma quasi come una sorta di fucina di Puteoli, quindi come un retrobottega più tranquillo di una Puteoli invasa da masse enormi di merci, persone, scambi.



 

 

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