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N. 6 - Novembre 2005
STORIA COME SCIENZA O STORIA COME ARTE?
Un
carteggio tra Croce e Villari
di
Bevar Ernesta Angela
Per comprendere ed entrare subito nell’argomento
occorre risalire, e ripercorrere, una polemica di
inizio secolo scorso tra Croce e Villari. La
controversia, come qualcuno la definì, da un lato
riguardava l’essenza del metodo dello storico,
dall’altro discuteva la necessità di reclamare come
proprio per la storia l’ambito epistemologico
specifico delle scienze. Come afferma bene Cotroneo
era in gioco il “rango della storia”.
Il
dibattito, per dire il vero, era già in corso prima di
inizio secolo e in seguito influenzerà la riflessione
di molti storici durante tutto il novecento.
L’interrogativo attorno al quale ruotava il dibattito
riguardava l’alternativa tra il concepire la storia
come una scienza o come un’arte.
Erano molti coloro i quali sottolineavano che il
sapere storico non può essere cumula-tivo come quello
scientifico, in quanto lo storico, spesso, più che
proseguire le ricerche e gli studi dei suoi
predecessori, mette in discussione le loro scoperte.
Questo si può facilmente osservare in un’aula in cui
si insegna storia, come ben evidenzia Evans, dove uno
studente può pensare di contestare qualcosa al
professore, mentre nessuno studente in un’aula di
chimica si sognerà mai di contestare il professore in
merito a un qualsiasi argomento delle sue lezioni.
Pertanto se proprio si vuole dare al sapere storico la
definizione di cumulativo, bisognerebbe intenderlo nel
senso di un sapere che non può mai essere definitivo e
che quindi colma le sue lacune e mancanze con il
passare del tempo, con lo studio e la ricerca.
Un’altra differenza evidente tra storia e scienza è
che per la storia non esiste un laboratorio in cui
possano essere verificate previsioni o andamenti. Alla
convinzione di chi sostiene che le conclusioni di uno
storico non possono essere verificate, si può
rispondere facendo riferimento, come fa anche Evans,
al metodo di alcune scienze che si basano
sull’osservazione piuttosto che sulla sperimentazione,
tra queste l’astronomia o la geologia.
Altrettanto controversa è la questione sulla mancanza
di una certezza predittiva nella storia rispetto a
quella che possiedono le scienze. Hobsbawm sostiene
nel De Historia che “possiamo sapere che cosa
probabilmente accadrà, ma non quando”. Questo
significa che le sole previsioni cronologiche
affidabili (non certe) sono basate su una qualche
periodicità e in genere sono gli economisti e i
demografi che se ne occupano. Tutto ciò non deve
portare chi si occupa di storia a confondere quello
che in questa disciplina è il concetto di previsione
con il desiderio (“l’uomo è un’animale che spera”
soleva dire Bloch) o con la speranza, non deve, cioè,
spingere a usare la storia come una escatologia né ad
usarla col solo fine di fare della “futurologia”.
In
epoca più recente la discussione se gli scritti di
storia possono o meno definirsi testi letterari si è
spostata sul linguaggio, anzi sulla mancanza nella
storia di un linguaggio specifico, di una terminologia
tecnica che invece è appannaggio delle altre
discipline. Su questo argomento gli storici si
dividono tra chi ritiene che la distinzione tra storia
e poesia sia pericolosa, che un testo privo di forza
immaginativa impoverisca anche i contenuti, e coloro i
quali si appellano ad una semplicità stilistica, ad
una chiarezza che dovrebbe essere una sorta di dovere
nei confronti del lettore.
I
primi hanno forse come obiettivo suscitare curiosità e
interesse, i secondi hanno di mira la comprensione
chiara e consapevole degli avvenimenti storici. In
ogni caso la padronanza della lingua dovrebbe sempre
andare di pari passo con il tenere in debito conto
l’esigenza della leggibilità perché il mestiere dello
storico non si identifichi con il custodire una
conoscenza elitaria e sapienziale, ma mantenga il suo
ruolo di memoria collettiva del passato a beneficio di
tutti e non di pochi.
La
controversia tra Villari e Croce riguardo
all’argomento se la storia debba essere scienza o arte
ha inizio con la pubblicazione di Villari, nel 1891,
del saggio La storia è una scienza? al quale
Croce risponde, per così dire, nel 1893 con La
storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte.
Analizziamo le due argomentazioni.
L’argomentazione di Villari (1891):
Villari non poteva accogliere la narrazione come
metodo valido per l’approccio storico per due motivi:
perché la narrazione era secondo la sua opinione solo
un elemento letterario che gli storici più antichi
utilizzavano per rendere più vivo il racconto sugli
avvenimenti passati; seconda-riamente perché, da buon
positivista, Villari riconosceva innanzitutto la
distinzione tra poesia e storia, in quanto l’artista
crea mentre lo storico rinviene.
Per il primo motivo addotto l’autore è, in qualche
modo, influen-zato dalla posizione del Seeley, il
quale vedeva negli studi storici nient’altro che la
ricerca della soluzione ad alcuni problemi politici.
Se “la storia è politica del passato e la politica è
storia del presente”, come afferma Freeman, ne
consegue che la storia come narrazione soddisfa
qualche curiosità, ma solo quella storia che scopre le
leggi che governano i fatti può estrarre dal suo
lavoro le regole di condotta utili all’azione
dell’uomo politico.
E
a chi si chiedesse se fare a meno del (falso) metodo
letterario significa togliere alla storia il suo
interest, il Seeley rispondeva che ciò che conta
nella storia non è l’individuale, del quale si occupa
la narrazione, ma ciò che unisce gli uomini in società
e che proprio questo obiettivo dà alla storia un
interest più vero, alto, concreto e utile.
Riportate le suddette opinioni, Villari esprime la
sua, evidenziando come, mentre il metodo letterario si
occupa degli uomini, quello scientifico si concentra
sui fatti.
Ci
sono poi altre posizioni che l’autore ricorda, come
quella di Ranke o di Gebhardt, secondo i quali, nella
storia, arte e scienza si confondono o meglio sono due
momenti, entrambi necessari. La storia come scienza va
alla ricerca dei fatti e, una volta trovati, è la
storia come arte che li espone. Per il Seeley il
procedimento era, discendente, cioè lo storico che
narra sta discendendo dalla scienza nella letteratura,
per Gebhardt, invece, lo storico che narra i fatti
trovati in precedenza con metodo scientifico sta
ascendendo ad una posizione più alta.
In
Ranke i due momenti sono simultanei, lo storico deve
tanto ricercare e criticare scientificamente, quanto
trovare la modalità più appropriata così che
nell’esporre i contenuti riesca a produrre nel lettore
lo stesso piacere che egli ha quando legge un’opera
letteraria. Ma Villari sottolinea come la posizione di
Ranke dia comunque più importanza al momento
scientifico, in quanto ciò che viene narrato deve
essere sempre e primariamente vero. Del resto come
potrebbe, aggiunge Villari facendo eco a Ullmann, la
storia che ha per ufficio il criticare, il paragonare
e l’esaminare, preoccuparsi del principio del bello?
C’è, poi, da tenere in debito conto che Villari si
inseriva in un filone peculiare del positivismo
italiano animato al suo interno da due finalità ben
precise: la lotta alla metafisica, al trascendente e
lo sforzo di poter trovare le leggi dello spirito
umano e del pensiero attraverso quella che Vico aveva
definito la “nuova scienza”. Lo scopo era formulare un
nuovo approccio alla studio della storia fondato sui
metodi empirici e basato sull’osservazione e la
verificazione propri delle scienze naturali.
Un’idea di progresso muoveva Villari (idea alla quale
era precedentemente approdato Vico) essa si
manifestava nel passaggio dallo stadio della sapienza
poetica, ancora pervaso dal mito, allo stadio della
sapienza riposta. Il movimento dal poetico al
razionale altro non era per lui che una legge di
sviluppo.
Ma
la storia, in questa concezione di progresso, non può
che essere una scienza sui generis e non una
scienza esatta o una scienza naturale, perché Villari
sa bene che le leggi della storia, a differenza di
quelle naturali, si possono conoscere solo fino a un
certo punto, frammen-tariamente, ma anche perché se
essa fosse una scienza esatta dovrebbe rivelare con
certezza il mondo delle idee. La storia, invece, tenta
di scoprire le idee che sono contenute nella verità
dei fatti, come sostiene Humboldt, in essa reale e
ideale sono sempre confusi.
Gli elementi che costituiscono la storia, secondo
Villari, sono tre: i fatti, la rappresentazione dei
fatti e la connessione logica dei fatti, cioè le leggi
che li governano. Il primo elemento è oggetto
dell’erudizione storica, il secondo della storia
narrativa, il terzo, quello più importante, può
causare continue controversie, ma è l’unico che fa
comprendere il valore storico.
Lo
storico non può cambiare nulla, non è libero quanto
può esserlo il poeta, il quale dà corpo alle idee
imitando la realtà, mentre lo storico deve descrivere
i fatti senza alterarne lo spirito e tutto ciò ha un
preciso significato: non siamo noi a possedere le idee
ma sono loro che possiedono noi, noi che ne
dipendiamo. Oltre a questo lo storico deve conoscere
l’uomo e il tempo in cui visse, deve sapere come le
società agiscono le une sulle altre influenzandosi a
vicenda, deve sapere che il viaggio intellettuale che
sta compiendo a ritroso nel tempo, il “trasportarsi
nello spirito di tutti i tempi”, altro non è che la
lettura di una storia che si è trasformata e che vive
in noi, ne consegue che egli sta studiando una parte
di sé stesso. La sua vivacità nella scrittura consiste
nel connettere tutti questi elementi in un unico
quadro d’insieme. Solo così la storia può divenire
vera scienza dello spirito umano.
Nel momento in cui a Villari si pose l’alternativa tra
il modello storio-grafico realistico-tucidideo e
quello giudaico-cristiano, egli scelse comunque il
primo, precisando che a questo modello, che
costituisce la semplice narrazione storica, occorre
aggiungere le scoperte delle nuove scienze, come la
paleografia, la cronologia, la geologia, la filologia
comparata, l’etnografia, le quali portano con sé nuovi
approcci di interesse storico, sociale e politico.
L’argomentazione di Croce (1893):
All’inizio della sua attività Croce fu attratto e
affascinato dalla storia come oggetto di erudizione
letteraria mai priva di elementi di viva umanità.
La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte
del 1893 fu la sua prima opera sistematica sulla
storia. Il primo obiettivo per l’autore fu quello di
respingere l’interpretazione positivistica della
storia come scienza, il secondo di rifiutare l’idea di
un’arte fondata sull’edonismo.
Quest’ultimo obiettivo sarà ampiamente confutato nelle
sue Tesi sull’estetica, in cui
l’identificazione tra arte ed espressione (espressione
dell’individuale cioè intuizione) consente di
“superare la concezione
naturalistico-empirico-edonistica come pure di quella
intellettualistica dell’arte”, la quale deve divenire
attività spirituale e teoretica.
Per Croce non v’era dubbio alcuno che alla base della
storia vi fosse la stretta relazione tra l’azione e la
conoscenza degli avvenimenti passati, relazione che
andava rintracciata nel carattere specificamente
simbolico della narrazione. La storia per Croce era
compresa in una concezione filosofica, ma in un primo
periodo andava, secondo il suo parere, ridotta sotto
il concetto generale dell’arte. Il testo del 1893 in
cui argomenta questa tesi è tutto percorso da richiami
espliciti all’estetica di Hegel in cui l’arte viene
definita come “la rappresentazione sensibile
dell’idea”. La storia ridotta sotto il concetto
generale dell’arte non viene svalutata ma acquista
anzi una sua autonomia e un suo significato specifico
all’interno dell’arte in generale come “narrazione dei
fatti”. L’arte, infatti, in senso più ampio, è
rappresentazione indipendente dai fatti.
Il
bello stile e il ritmo di una narrazione hanno però
per Croce una regola fondamentale: la storia che narra
non consente astrazioni. Altra conclusione alla quale
il filosofo perviene è che il raccontare storico è
strettamente connesso al problema dell’essenza della
verità. L’esattezza è un dovere e se l’artista non può
lasciarsi affascinare dal falso, lo storico non può
cadere nell’immaginario. Lo storico si premunisce
contro questa eventualità distinguendo sempre desidero
e azione, irreale e reale, inesistente ed esistente.
Una storia che non sia il frutto di questa continua
distinzione tra la possibilità e l’azione diventa
leggenda. Pertanto la storia rappresenta sempre le
azioni, mentre i desideri li rappresenta in quanto li
distingue da esse.
L’unico punto sul quale arte e storia non coincidono,
secondo Croce, è proprio nella mancata distinzione in
arte tra desideri e azioni, essa è pura intuizione, è
rappresentazione di sentimenti. È per questo che ,
nella storia, il momento della rappresentazione è
preceduto da diversi passaggi: spirito d’osservazione,
ricerca, critica, interpretazione, comprensione
storica. Esiste per Croce una dignità specifica della
storia che deve corrispondere a quella che anima
l’arte. Si tratta della schiettezza, poiché ciò che è
schietto è anche vivo e bello. Quello che, invece,
deve rimanere fuori dalla storia è la cronaca, intesa
come una sequela di fatti. Lo spoglio racconto storico
deve essere supportato dalla riflessione su ciò che
viene intuito, in modo tale che così, sostiene Croce,
il racconto ne risulti trasfigurato,
intellettualizzato.
Prima di dare inizio alla sua argomentazione Croce
riporta due illustri pareri: quello di Droysen, il
quale ha sostenuto la causa della storia come scienza
in quanto, a parer suo, le storie che si dicono
artistiche abbondano di retorica indi per cui fanno
male alla storia stessa; e quello di Bernheim, il
quale sostiene che la storia è una scienza e non
un’arte perché quest’ultima serve solamente per
ottenere un piacere estetico, mentre la scienza ha
come fine quello di pervenire a una conoscenza.
Croce si rende ben conto come dietro questo tipo di
argomentazioni si celi la domanda fondamentale in
merito alla convinzione comune a molti che la storia
debba avvalersi dei metodi, dell’apparato concettuale
o del linguaggio di altre discipline. La tesi crociana
perciò va in cerca dell’autonomia della storia.
All’interrogativo se la storia è una scienza o un’arte
Croce risponde facendo appello a tre concetti di arte,
scienza e storia, dei quali l’autore vuole fornire una
definizione più corretta e sui quali, a parer suo,
occorre far chiarezza.
Arte è, secondo Croce, tutto ciò che ruota attorno al
bello. Ma allora occorre chiedersi che cosa è il
bello. Quattro sono state le risposte principali che
si sono date a questa domanda: quella del sensualismo
che lo ha definito il momento del piacere; quella del
razionalismo, che lo ha identificato col Vero o col
Bene; quella del formalismo, che lo riscontra nei
rapporti formali gradevoli; quella dell’idealismo
concreto, che lo fa consistere nella rappresentazione
o nella manifestazione sensibile dell’idea.
L’ultima risposta è quella che Croce definisce
espressione di ciò che nella terminologia
hegeliana verrebbe chiamata idea. Di conseguenza bello
e brutto sono strettamente legati alle categorie con
le quali noi apper-cepiamo. Nell’arte, pertanto, vi
sono contenuti alcuni punti di vista naturali che ci
sembrano belli, anche se per Croce la definizione
“l’arte rappresenta il bello” deve essere rigettata.
In questa nuova veste l’arte non è altro che la
rappresentazione della realtà. E, si chiede Croce, la
storia “non è forse anch’essa una rappresentazione
della realtà?”.
La
differenza fondamentale tra Croce e Droysen consiste
in una diver-sa concezione del “senso della storia”.
La storia per Droysen va svincolata dalla forma della
narrazione o dai fini dello storico, l’autonomia che
egli ricerca è compresa in una prospettiva in cui la
storia è utile a “preparare all’azione”, pertanto la
narrazione deve essere distinta dal momento “discussivo”.
Croce sostiene, invece, che la storia ha un carattere
preparante ma non determinante, come lo possiede
l’arte o la poesia che purificano e preparano l’anima
ma non ne determinano le scelte, perché tra
contempla-zione e fare pratico non può esservi alcuna
identità.
Per rispondere a chi dovesse obiettare che l’arte
rappresenta, mentre la storia studia scientificamente,
l’autore passa a esaminare la definizione di scienza.
La definizione che ne dà Bernheim è la seguente: “la
storia è la scienza dello svolgimento degli uomini
nella loro attività di esseri sociali”. Ma Croce
rilancia precisando che la storia non spiega che cosa
è lo svolgimento, si limita a raccontare i fatti che
si svolgono, e richiama alla memoria le pagine di
Schopenhauer in cui si sosteneva che la scienza si
occupa di generi mentre la storia si occupa di
individui, e che questa è priva di sistematicità
rispetto a quella. Perdere lo status di scienza
per la storia non deve essere, quindi, tanto grave
perché sempre a detta di Schopenhauer, “la storia
rimane la coscienza dell’umanità”.
La
storia non è scienza dello svolgimento ma possiamo
definirla, secondo Croce, rappresentazione dello
svolgimento e, in quanto tale, si può assimilarla
all’arte perché “gli storici scrivono le cose grandi
a’ dotti, e i pittori le dipingono al volgo sulle
mura”.
Ma
è la questione mossa da Villari, se la storia fosse
scienza o arte, che, repentinamente, spingerà Croce ad
approfondire meglio la sua rifles-sione sulla storia e
che gli farà dire che “ la storia deve essere arte
perché la scienza è dell’astratto, e la storia è, come
l’arte, del concreto”. Qualcuno, come Bernheim, gli
aveva rimproverato di usare un concetto troppo stretto
di scienza, che avrebbe spostato la discussione sulla
distinzione tra scienze descrittive e scienze
raziocinanti, la quale avrebbe di riflesso comportato
la separazione tra gli storici narratori, i quali
necessitano di una intenzione visiva per descrivere e
raccontare, e i filosofi, i quali, invece, non hanno
bisogno di vedere per intendere la ragione delle cose.
Questa sarebbe stata una netta incoerenza all’interno
dell’argomentare crociano, che aveva come obiettivo
ultimo una storia filosofica. Ma non c’è anche da
tenere presente che l’arte non è contemplazione pura,
che non può essere vincolata a ciò che rappresenta, e
che, pertanto, essa non può possedere un carattere
contenutistico? Croce risponde a questa obiezione
precisando che vi sono due diversi modi di intendere
la descrizione: quello del classificare, proprio di
quegli ambiti disciplinari, come la zoologia, in cui
si cerca il generale nel particolare; e il secondo che
è un riprodurre o ritrarre l’oggetto nella sua
individualità, e questo è proprio della narrazione.
La
storia in quanto arte appartiene alla classe delle
arti della parola, ma essa può anche esprimersi
attraverso le arti figurative come la scultura o la
pittura, pertanto appartiene a diversi generi e il suo
contenuto può essere appreso con diversi mezzi.
Tutto quello che può essere definito interessante
diventa il contenuto dell’arte, cioè estetico.
Interessante è tutto ciò che ruota attorno all’uomo,
che a lui interessa. E anche in questo senso la storia
non può che essere arte e non scienza, perché mentre
la scienza ha un interesse costante non così l’arte e
la storia il cui interesse muta ed è in dipendenza
dallo svolgimento umano: del resto noi uomini moderni
non abbiamo interessi differenti rispetto ai
contemporanei di Omero o di Dante?
Le
arti si differenziano per genere e classe in base al
loro contenuto, la storia, ad esem-pio, si occupa e
riguarda lo storicamente interessante, che non
è altro ciò che è realmente accaduto. Questa
differenza è visibile anche nei principi che muovono
il poeta e lo storico. Il primo è mosso soltanto dal
principio del collegamento estetico, il secondo è
mosso oltre a questo dal principio della causalità
reale.
Riferimenti
bibliografici:
B.
Croce – P. Villari, Controversie sulla storia,
R. Viti Cavaliere (a cura di), Unicopli, Milano 1993
B.
Croce, Teoria e storia della storiografia,
Adelphi, Milano 1989
E.
Paolozzi, Benedetto Croce. Logica del reale e il
dovere della libertà, Cassitto, Napoli 1998
R.
Evans, In difesa della storia, Sellerio,
Palermo 2001
E.
H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi,
Torino 1961
E.
J. Hobsbawm, De Historia, Rizzoli, Milano 1997
Enciclopedia italiana Treccani, Dizionario
biografico degli italiani, voce Croce, Benedetto
B.
Croce, Filosofia della pratica Economia ed etica,
Bibliopolis, Napoli 1981
G.
Cotroneo, Questioni crociane e post-crociane,
Edizioni Scientifiche Italiane 1994
Cioffi-Gallo-Luppi-Vigorelli-Zanette, Il testo
filosofico, Bruno Mondadori, Milano 1993 |